Sandrone va al concerto di Vasco Rossi

Dell’ultima volta che era stato a un concerto rock, si ricordava solo che l’avevano portato fuori a braccia e si era ritrovato seduto su un marciapiede, dimentico persino del proprio nome.  Adesso, completamente sobrio, attraversava i cancelli dello stadio di San Siro per la seconda o terza volta in vita sua, stupendosi di quando gli piacesse la struttura con le rampe che si avvolgevano a spirale e l’atmosfera di festa, da circo itinerante, che vi si respirava.

Il pubblico che insieme a lui spingeva per entrare ,calpestando cumuli di monnezza e bottiglie rotte,  andava dai nove ai novantanove anni, quasi tutti vestiti con qualche indumento che ricordava il Vasco Tour. Senza nemmeno un cappellino griffato, Sandrone si era sentito come se stesse violando una regola non scritta, poi aveva visto una famiglia al completo, con il padre più o meno della sua età, senza alcuna immaginetta votiva, e si era tranquillizzato. Si sentiva sempre fuori posto, maledetto lui. Non gli sarebbe mai passata.

Si era seduto in tribuna nella zona rossa, godendosi l’incredibile vista di un San Siro stracolmo, dalle gradinate fin sotto al palco circolare. Il pubblico era qualcosa di più di un’insieme di spettatori, aveva capito quasi subito, era parte dello spettacolo. Imbarazzato si era trovato a fare la ola in attesa del Blasco (giusto per non essere additato come un guastafeste), poi ad applaudire a tempo mentre gli striscioni inneggianti a Vasco sventolavano a decine. C’era anche una bandiera italiana. Sopra il palco, sorgeva una struttura alta una ventina di metri, con complessi giochi di luce e schermi che durante il concerto avrebbero prodotto effetti intricati senza mai ripetersi, una canzone dopo l’altra, per terminare con getti di fiamme al cherosene, a ritmo di batteria. Vi sarebbe stato anche un funambolo durante una sorta di intervallo, e un pezzo tenorile cantato da uno dei tastieristi

Il concerto era cominciato con un pezzo del nuovo album. Sandrone non lo conosceva, ma ne aveva apprezzato la potenza, la pulizia del suono, e l’esecuzione. I musicisti gli sembravano decisamente in gamba. E poi c’era lui, Vasco. Imbolsito dagli anni (e chi no?), che cantava però come sempre. E come sempre parlava. Lunghi monologhi, confusi, che mescolavano lo sbarco in Normandia alla guida in stato di ebbrezza, alla lotta sacrosanta contro il comitato antirumore di San Siro.

Mano a mano che il concerto avanzava, in Sandrone era avvenuto uno strano sdoppiamento. Mentre si commuoveva di fronte a pezzi classici, come E’ stato splendido, e si ritrovava a cantare Ti voglio bene (che è proprio da ragazzini), si sentiva in imbarazzo di fronte alla produzione più recente di Vasco, che sostanzialmente gli sembrava girasse, con poche eccezioni, attorno alle avventure erotiche del di lui cantante. Oddio, non che le canzoni storiche non parlassero molto di sesso, ma attorno al concetto si sentiva il dolore di una generazione, lo spaesamento, la sofferenza amorosa, mentre nelle ultime gli sembrava di cogliere solo un certo cazzeggio goliardico e vagamente maschilista. Un po’ come le chiacchiere da osteria dei nonnetti, pane salame e fica, che lo avevano sempre annoiato o irritato.

Ed era rimasto basito di fronte al medley disco di alcuni dei pezzi più ballabili di Vasco, durante il quale erano uscite cinque ragazzotte stile velina a sculettare sul palco. Gli era sembrata, quella, una notevole caduta di stile, soprattutto da parte di chi con canzoni come Delusa, le veline le aveva sempre prese per il naso. Però poi, cantando Alba Chiara, Sandrone si era dimenticato di tutto. Era tornato ragazzino, ferito per amore. E aveva rivissuto l’effetto che gli faceva allora quella canzone,  e ogni ulteriore considerazione si era persa nella melassa dei ricordi.

Sandrone era rientrato a piedi verso la metropolitana, insieme ad altre migliaia di persone, ancora avvolto dall’atmosfera di quegli ultimi momenti. Aveva pensato che avrebbe voluto scrivere qualcosa così, nella sua vita. Qualcosa che per un momento riportasse i suoi lettori indietro nel tempo, a rivivere amori e dolori, a sentire i nervi uscire dalla pelle. In fondo era più giovane di Vasco.

Aveva ancora tempo per provarci.