Il lato sbagliato

E’ una storia di ordinaria immigrazione. Senza violenza fisica.

Per ottenere la cittadinanza nel nostro Paese ci sono sostanzialmente due vie. La prima è quella di essere un calciatore concupito dalla Nazionale, uno sportivo che potrebbe rappresentarci alle olimpiadi o una battona che la dà a qualche ministro. In questi casi, la cittadinanza può arrivare in tempi misurabili in settimane. Per tutti gli altri la trafila dura anni.

Tre anni fa, visto che viveva stabilmente con me in Italia, mia moglie decise di chiedere la cittadinanza. Eravamo consapevoli delle difficoltà.  Nei due anni precedenti ci eravamo trovati invischiati in lunghe file davanti alle questura, sotto il sole e la pioggia, per i permessi di soggiorno e di residenza, con momenti di leggera disperazione quando non capivamo qualcosa dei documenti da portare, dei tempi di attesa, dei passaggi giusti da compiere. Abbiamo sempre avuto fortuna, devo dirlo, perché le persone che abbiamo trovato dall’altra parte dello sportello erano persone civili e seriamente dedite a gestire le complessità della burocrazia. Certo, qualche volta davano del tu a mia moglie, che qualche volta aveva più anni di loro, ma questo succede anche con la maggior parte dei tassisti milanesi e con metà delle persone che hanno a che fare con lei. Per un italiano medio essere un migrante è una condizione di minorità: sei assimilato a un ritardato o un adolescente. A volte, io che do del tu a tutti, mi irrito, una volta quasi attaccai al muro un portiere d’albergo e un’altra feci fermare un taxi e dissi al guidatore “Se a me chiama dottore, che non ho la laurea, a lei la chiami dottoressa, che ne ha tre e parla quattro lingue, anche se in questo cazzo di paese la prendono solo a fare lavori di merda”, ma per lo più tollero, perché anche questo è trattare lei da minore o minorato: sa difendersi da sola, e se vedeste dove è cresciuta, che sembra la Detroit di Eminem nella profonda Russia, capireste che ho ragione.

Comunque, tre anni fa circa abbiamo fatto la domanda, e finalmente questa settimana ci è arrivata la lettera dalla prefettura. Domanda accolta. Stavamo già mettendo in frigo lo champagne, quando abbiamo scoperto che per superare l’ultimo step avremmo dovuto portare alla Prefettura di Cremona più o meno tutti gli stessi documenti che tre anni prima avevamo spedito a Roma. Ce li siamo procurati e siamo partiti. Alla Prefettura di Cremona non c’era tanta fila, evidentemente le cittadinanze sono più rade dei permessi di soggiorno, ma il gentile funzionario che ci ha accolto ci ha gelato alzando l’estratto del certificato di matrimonio: non va bene, ci ha detto.“Per quale motivo? C’è scritto che siamo sposati” abbiamo risposto.“Sì, ma dall’estratto io non posso sapere se nel frattempo non avete fatto domanda di divorzio”.

In un mondo ideale, se mia moglie volesse divorziare da me non dovrebbe importare per l’espletamento di una pratica in essere da tre anni, ma nell’Italia di oggi importa, perché rende nulla la domanda retroattivamente. “Quindi cosa serve?”, chiedo.

Il gentile funzionario ci spiega che occorre l’atto integrale di matrimonio, ovvero –  e questo ha dell’incredibile – la copia FISICA (leggi fotocopia) della pagina di registro del Comune dove è stato segnato il verbale del nostro matrimonio. Il comune è Bologna, maledizione a noi quando abbiamo deciso di fare i romantici e sposarci nel posto dove ci siamo conosciuti (durante la Fiera del Libro per Ragazzi, lei era la mia omologa della casa editrice Rosman). Quindi ieri sono partito per Bologna. L’impiegato dello Sportello del Cittadino bolognese, alla mia richiesta, si è rannuvolato. “C’è un problema” ha detto. “Gli archivi comunali sono in trasloco e i registri sono tutti impacchettati”. “E quanto tempo ci vorrà perché li spacchettino?”, ho chiesto. “Non lo sappiamo. Venti giorni almeno”.

Ho avuto una leggera vertigine. Perché secondo la richiesta della prefettura, mia moglie avrebbe dovuto portare tutti i documenti entro quindici giorni dal ricevimento della raccomandata. Forse non succederà niente se ritardiamo, ma forse succederà qualche nuova magagna, entrerà in vigore qualche nuova norma della Bossi Fini che prevede l’esibizione di qualche nuovo documento, il superamento di nuove trafile. O magari dovremo rifare tutto da capo.

Non ha un finale questa storia, per lo meno non ancora e so che non è una gran storia. L’umiliazione che mia moglie e io subiamo è niente rispetto alle violenze fisiche che altri migranti subiscono ogni giorno, è niente rispetto al trattamento da lager subiti nei centri di detenzione, a Lampedusa, nelle strade, nei cantieri dove migliaia di migranti lavorano in nero e muoiono. Aspetteremo, rifaremo i documenti, aspetteremo di nuovo e intanto avremo il privilegio di vivere in una casa e avere un lavoro. Però per la millesima volta ho avuto voglia di fare i bagagli e cercare un Paese decente dove andare a vivere.

Dove saremo entrambi migranti, e io non mi sentirò responsabile per quello che fa la mia gente a chi è nato dal lato sbagliato della frontiera.

Nella foto: Amauri.