Un paio di anni fa entrai su Facebook su consiglio di un mio Quasi subito mi posi la questione di “come” gestire la La prima disillusione avvenne con la mia collaborazione per Mi interrogai su questo e ne discussi anche su FB. Che e’ Arriviamo all’oggi. Causa scatenante di tutto. Esce il mio
amico. Lui lo utilizzava per rimanere in contatto con colleghi lontani, e io,
che nel corso degli anni avevo fatto conoscenza e avevo lavorato con persone
sparse per il globo che rare volte vedevo, di solito mai, pensai di fare lo
stesso. Linkai una ventina di persone, che a loro volta mi fecero linkare ad
altri conoscenti comuni. La solita routine. Era divertente. Ma quasi subito la
routine venne interrotta da un gran numero di sconosciuti che chiedevano di
diventare miei “amici”. Cercai di chiedere loro chi fossero prima di
accettarli. Qualcuno rispose stizzito che in Facebook tutti erano amici di
tutti, e lo rifiutai, qualcuno disse che mi conosceva per la poca fama che
avevo e lo rifiutai. Qualcuno reagì male. Te la tiri, pensi che non valiamo la
pena? No, rispondevo, solo che non ti conosco e mi sentirei esposto. Qui non
c’è il mio lato pubblico: c’è quello privato. Le mie foto del mare, eccetera.
Ed era quello che pensavano quasi tutti i miei colleghi, che su internet
tenevano il profilo privato, o linkavano solo gli amici veri. Il rapporto
scrittore lettore, mi disse uno, si esplica nel fatto che loro leggano quello
che scrivi. Se gli piace lo comprano e lo consigliano, se non gli piace no.
Fine. Il resto è fantasia e rottura di coglioni. Poi, però, un lettore, che era
un mio lettore da sempre anche se non avevamo mai interloquito, mi citò
Salinger con quella famosa frase sul libro che ti è piaciuto talmente che
quando l’hai finito vorresti telefonare all’autore come fosse un tuo vecchio
amico e cedetti. Sapevo che cosa intendeva, perché provavo lo stesso. E tra i
miei ricordi più cari ci sono una cena con Lansdale e un tè con Grisham, che
non si ricorderanno di me, ma io mi ricordo molto bene di loro. E ricordo come
mi sentivo. Quindi lo accolsi. E accolsi gli altri che vennero.
pagina. Volevo che le persone che mi linkavano come amico, per quanto fosse un
termine improprio, trovassero qualche cosa ogni giorno, o quasi. Certo, non
massime immortali, ma per lo meno un qualcosa che permettesse un dialogo, una risposta di qualche tipo, un
feedback. Linkai il mio blog, aprii twitter e linkai anche quello. Ben presto
il numero lievitò. Mille, duemila. Che interagivano con me. Rispondevano a
quello che scrivevo, mi mandavano mail (una decina al giorno), qualche
manoscritto (molti, a dire il vero), chiedevano consigli per organizzare
iniziative culturali o per scrivere il primo romanzo. Come potevo, rispondevo.
Difficile che una mail rimanesse inevasa, quando lo era mi scusavo per il
ritardo. Perché, vedete, quello che mi interessava non era allungare una lista
di fan, e nemmeno fare propaganda di quello che producevo, ma creare davvero
una sorta di comunità di miei lettori, che interagivano con quello che a più
riprese dichiaravano essere uno dei loro scrittori preferiti. Per questo,
quando arrivò il libro nuovo, per la questione “propaganda” aprii un’altra
pagina, gestita per lo più da una mia amica e collaboratrice, che metteva le
cose più istituzionali. Si certo, lo segnalavo anche sulla pagina principale,
ma per lo più scrivevo d’altro. Di quello che facevo, di quello che mi
importava, di come mi sentivo. Perché nell’interazione quotidiano delle persone
che scrivevano sulle mie pagine, mi taggavano a ogni piè sospinto, credevo ci
fosse qualcosa che andasse gestito differentemente. Che avesse un valore differente.
Che fosse, in qualche modo, vero.
Medici Senza Frontiere. Ero partito con loro per la Somalia e insieme facemmo
un libro di testimonianza per il quale non prendevo una lira. Per questo ritenni
opportuno segnalare l’iniziativa a più riprese su Fb e i miei “amici” si
dimostrarono interessati e ricettivi. Bella cosa, importante, figo. Peccato che
quando il libro uscì, vendette pochissimo sin da subito. Considerando che
insieme con me avevano scritto una decina di scrittori molto famosi, da
Starnone a Baricco, era facile capire che i miei amici non si erano precipitati
a comprarlo. Neanche gli amici dei colleghi, sia chiaro, ma io contavo sui
miei. Se davvero quei duemila che si dichiaravano miei lettori e sostenitori lo
avessero comprato o consigliato a loro volta ai loro amici, il libro sarebbe
schizzato in classifica alla grande. Ma, mi dissi, si tratta di “comprare”. La
gente fatica ad arrivare a fine mese, i soldi li centellina. O ha rimandato
l’acquisto, o non ha trovato il libro nella sua libreria. Per cui non mi
preoccupai e quando i Medici mi proposero di fare una serata in solitaria per
presentare il libro a Milano aderii entusiasticamente. Qui non si trattava di
comprare, si trattava di venire ad ascoltare me che parlavo di fame nel mondo e
guerra, anche una buona azione, diciamo. Raccontai la cosa su FB e creai un
evento, il primo della mia carriera, cui aderirono un centinaio di miei amici
su FB. Quella sera dei Facebookiani vennero in due, mi pare. Forse uno solo.
successo, perché non siete venuti? Le risposte andarono dal vergognoso al
sarcastico, e uno sul mio blog mi spiegò che, evidentemente, non ero in grado
di rapportarmi davvero, perché come tutti i vip, o qualcosa del genere, non
comunicavo, facevo solo pubblicità e non me ne fregava un cazzo dei miei
“amici”. Io sapevo che non era così, che in realtà me ne fregava moltissimo,
tant’è che dedicavo loro tempo rubato ad altre attività. Fb era la prima cosa
cui pensavo svegliandomi la mattina. Che cosa scrivo? Che cosa dico? Ha senso
linkare quella foto dal set o sembra che me la tiri? Insomma, era tutt’altro
che un interesse di maniera il mio. Certo, non frequentavo molto le pagine
altrui, ma un po’ lo facevo e, qualche volta, facevo anche auguri di compleanno
e buon natale personalizzati. Pochi, mi rendo conto, ma ci provavo. Con duemila
e rotti amici quello che fai sembra sempre poco.
nuovo libro, avviso che lo presenterò a Milano, la mia pagina Fb ribolle di
richieste. Vieni anche qui, anche là, anche su anche giù. Siamo qui, ti
aspettiamo, non vediamo l’ora di vederti. E faccio uno sbaglio. Ci credo. Credo
veramente che esista una comunità di lettori, che ha voglia di discutere con me
di quello che faccio. Certo, mi rendo conto che sia egoistico, a mio modo.
Discutere e parlare di quello che faccio io, non di quello che fanno loro. Ma è
per loro che scrivo, lo scambio esiste. E quando vai lontano da casa, prendi un
treno, metti in gioco la tua faccia in una libreria sconosciuta, la tua parte
la fai. Certo, è promozione del libro, ma le copie che vendi in una serata,
anche buona, non coprono il prezzo del biglietto del treno. Non lo fai per
quello, lo fai perché vuoi incontrare quelli che ti leggono. Almeno, io faccio
cosi’. E arriviamo alla serata di Bologna di ieri. Organizzata, discussa sulle
pagine, avvisata… Ancora una volta, la sala vuota, o quasi. Torno a casa mestamente
e penso che ad alcune cose. La prima è che ho sbagliato a fare quella
presentazione. Due anni fa non l’avrei fatta. Due anni fa sarei stato conscio
dei miei limiti attrattivi, mi sarei limitato a Milano e Roma e a qualche
festival. Ma adesso, credendo che quella comunità forte di lettori amici
esistesse, mi ero spinto al di là. E avevo toppato. Ero deluso, lo ammetto. Non
dai singoli “amici”: ognuno di loro aveva i suoi motivi per esserci o non
esserci. Ma per la mia comunità di Facebook, che non esisteva davvero, era una
mia illusione. Ho capito, per la prima volta, che il sostegno, l’amicizia,
dentro FB, non escono da lì se non in casi eccezionali come un corteo contro
Berlusconi. Che si tratta di mondi separati, che quello che uno ti scrive sulla tua pagina, non è quello che ti
direbbe davvero se ti incontrasse. Io immaginavo che questo valesse per una
percentuale, ma non per tutti. Invece, è la regola del gioco. In Farmville
siamo tutti contadini anche se non ci sporchiamo mai le mani di terra, sulle
mie pagine il gioco era “sosteniamo Sandrone”. Scrivere “parteciperò” su una iniziativa non è una promessa
o un impegno a una persona che rispetti, e che ti rispetta, ma un gioco. Che
nessuno, alla fine, alza davvero il culo dalla sedia, nemmeno se la persona cui
hai scritto “parteciperò” si è fatta duecento chilometri per incontrarti. So
che quanto ho scritto non cambierà la vostra opinione. Già ho visto le reazioni
quando mi sono dichiarato deluso.
Sei un principino come Brizzi, hai un cattivo carattere. Tutto vero, probabilmente. Mi aspettavo
troppo, ho dato troppo poco, ho usato male il mezzo, sono una carogna, voglio
solo farmi pubblicità e vedere eccetera. Ma, per lo meno, so quando è ora di
smettere di giocare.
L’anno scorso ho pubblcato dei racconti gialli con un piccolo editore. Poco dopo c’è stato un “evento” sul web, al quale i suoi autori avrebbero partecipato su facebook. Ero l’unica a non avere un account (snobismo, o quel che vi pare) e, per un momento, mi sono sentita in crisi, ma ho resistito.
Si parva licet, i risultati sono stati quelli della presentazione di cui riferisci.
Credo comunque che il “trasferimento” delle amicizie dal virtuale al quotidiano sia, non solo in casi del genere, un condivisa illusione
personalmente guardo facebook con molto sospetto… in particolar modo le ‘campagne e l’attivismo online’
questo perchè ritengo, probabilmente erroneamente, che fb tenda a far credere che un click, spesso seguito da disinteresse, possa essere attivismo (mentre è in realtà poco più di un fornire dati di marketing ad una società)
ritengo anche che l’adesione a questa o quella iniziativa su fb sia paragonabile all’adesione a ‘fenomeni mediatici’ (vedi per ultimo i funerali della mondaini)… si partecipa per far parte di un evento mediatico… continuando ad essere spettatori (ma è un discorso complesso che necessiterebbe di essere sviscerato)
Arrivo molto in ritardo sul dibattito, e me ne scuso. Io sono di quelli che senza incazzarsi per carità però non ha condiviso la tua uscita da FB, per i motivi per i quali sei uscito. Secono me avevi ipersopravvalutato il mezzo: pensare che ad un incontro ci saranno 100 persone perchè avevi 200 “Parteciperò” sulla tua pagina FB, e incazzarsi perchè ce ne sono solo 3, mi sembra veramente dare a FB molte più responsabilità (e un’importanza) molto maggiore di quante non ne abbia davvero.
Io non so nulla di come si organizza una presentazioen di un libvro, ma credo che per la scarsa affluenza te la dovresti prendere con l’ediote, o con chi ti ha invitato, o insomma con chi organizzava: FB non c’entra niente. Cancellare l’account per questo mi sembra stupido, e non è da te.
Continuerò a leggere i tuoi libri, perchè li adoro, ma fan della tua pagina FB gestita da altri non ci voglio essere, non mi interessa.
Con immutata stima e affetto
Ida
e qui intervengo…
ti leggo da un po’ con parecchio interesse, ma visto che non avevo niente da dire non ho detto niente.
Ora invece penso che tu abbia ragione: seguo sempre un mio galateo personale su FB, se mi invitano a un evento e non ci voglio o non ci posso andare, clicco su “non parteciperò”; se voglio andare ma potrebbe succedere un imprevisto… previsto, clicco su “forse parteciperò”.
Solo se sono assolutamente certo di andare clicco su “Parteciperò”, e penso che lo dovremmo fare tutti, hai tutta la mia solidarietà.
Ciao!
Caro Sandrone,
non ti conoscevo ma pare che mi sia perso qualcosa a giudicare dal casino che hai sollevato. D’altronde t’ho incontrato, in questo blog, per il coraggio che dimostri ad andare controcorrente, e sono contento d’essermi fermato a leggere.
Se una frazione di quelli che hanno speso tempo a scriverti su queste pagine avessero mosso il culo, come dici tu, magari a quella famosa presentazione a Milano sarebbero stati il doppio di quelli che sono venuti, cioè 2 … 100% di incremento non sarebbe stato male, no? Io una volta ho presentato a Lucca davanti a due persone, amici di amici, di quelli veri che si toccano con mano, e mentre alle mie spalle, la sala della libreria si apre su un baretto di quattro tavolini, un gruppetto di tre ha discusso di briscola e calcio per tutto il tempo. Forse avrei dovuto scrivere di calcio anch’io, pensai. E tutti quelli che m’avevano detto che ci sarebbero venuti, perché si può anche dire Io non vengo, quelli che all’evento di FB avevano sottoscritto? … a casa, a giocare a Farmville e a chattare con gli stessi che avevano promesso di venire a Milano. Promesse virtuali, promesse di navigatore del web, una volta si diceva marinaio ma lì c’era della materialità assodata: un pianeta rotondo con oceani e terraferma. Mica virtuale, come le “amicizie” di FB, dove siamo tutti “amici” finché ci piacciono le stesse cose e detestiamo gli stessi politici. Che divertente.
D’altronde, in una società sempre più connessa, ma a che?, dove la grande novità dell’estate sarà l’iPhone multitasking, per poterci fare tutto e di più contemporaneamente, ed era ora!, come si più pretendere, ma anche semplicemente e umilmente sperare, che la gente venga alla presentazione di un libro dove c’è solo una cosa da fare, e nemmeno tanto interattiva: ascoltare. Alla fine qualcuno alza anche la mano … è vero.
Magari la strada giusta da percorrere è la video-presentazione, una bella diretta, alla quale si collegheranno i soliti 4 gatti, ma con il podcast da scaricare, così che non solo non si perda la gallina che fa l’uovo nella bella fattoria, ma nemmeno le partite del Mondiale. Siamo tutti multitasking.
Ti leggerò presto.
Buon lavoro