Uccidi il Padre. I primi due capitoli

Uccidi il Padre, i primi due capitoli.

 

 

PRIMA

Il mondo è una parete curva di cemento grigio. Il mondo ha suoni ovattati ed echi. Il mondo è un cerchio largo due volte le sue braccia aperte. La prima cosa che il ragazzo ha imparato in quel mondo circolare sono stati i suoi nuovi nomi. Ne ha due.

Figlio è il nome che preferisce. Ne ha diritto quando fa le cose giuste, quando obbedisce, quando i suoi pensieri sono limpidi e veloci. Altrimenti il suo nome è Bestia. Quando si chiama Bestia, il ragazzo viene punito. Quando si chiama Bestia, il ragazzo ha freddo e fame. Quando si chiama Bestia, il mondo circolare puzza.

Se Figlio non vuole diventare Bestia, deve ricordare il posto giusto delle cose che gli sono state affidate e averne cura. Il secchio per i bisogni deve stare sempre appeso alla trave, in attesa di essere svuotato. La brocca per l’acqua deve stare sempre al centro del tavolo. Il letto deve rimanere sempre in ordine e pulito, con la coperta ben rimboccata. Il vassoio del mangiare deve stare sempre accanto allo sportello.

Lo sportello è il centro del mondo circolare. Il ragazzo lo teme e lo venera come una divinità capricciosa. Lo sportello può aprirsi all’improvviso, o rimanere chiuso per giorni. Lo sportello può far passare cibo, vestiti puliti e coperte, libri e matite, oppure dispensare punizioni.

L’errore viene sempre punito. Per gli errori piccoli c’è la fame.

Per gli errori più grandi il freddo o il caldo atroce. Una volta ha avuto così caldo che ha smesso di sudare. È caduto sul cemento pensando di morire. È stato perdonato con un getto di acqua fredda. Era di nuovo Figlio. Poteva di nuovo bere e pulire il secchio ronzante di mosche. La punizione è dura nel mondo circolare. Implacabile e precisa.

Così ha sempre creduto sino a quando non ha scoperto che il mondo circolare è imperfetto. Il mondo circolare ha una crepa.

Lunga come il suo indice, la crepa si è aperta nella parete, proprio dove la trave con il secchio si innesta nel cemento.

Il ragazzo non ha osato guardarla da vicino per settimane.

Sapeva che c’era, premeva ai confini della sua coscienza, lo bruciava come il fuoco. Il ragazzo sapeva che guardare la crepa era una Cosa Proibita, perché nel mondo circolare tutto quello che non è esplicitamente permesso è vietato. Ma una notte il ragazzo ha ceduto a se stesso. Ha trasgredito per la prima volta da tanto tempo, il tempo sempre uguale del suo mondo circolare.

Lo ha fatto con prudenza, con lentezza, studiando le sue mosse. Si è alzato dal letto e ha finto di cadere.

Stupida Bestia. Bestia incapace. Ha finto di doversi appoggiare al muro per sostenersi e ha portato solo per un attimo l’occhio sinistro a contatto con la crepa. Non ha visto nulla, solo il buio, ma l’enormità del suo gesto lo ha fatto sudare di paura per ore. Per ore ha aspettato la punizione e il dolore. Ha aspettato il freddo e la fame. Ma niente è accaduto. È stata una sorpresa straordinaria. In quelle ore di attesa, poi diventate una notte insonne e una giornata febbricitante, il ragazzo ha capito che non tutto quello che fa è visto. Non tutto quello che fa è pesato e giudicato. Non tutto quello che fa è premiato o punito. Si è sentito perso e solo, come non gli capitava dai primi giorni nel mondo circolare, quando ancora era forte il ricordo di Prima, quando le pareti non esistevano e aveva un altro nome, diverso da Bestia o Figlio. Il ragazzo ha sentito le sue certezze infrangersi e per questo ha osato guardare di nuovo. La seconda volta ha tenuto l’occhio incollato alla crepa per quasi un secondo intero. La terza volta per il tempo di un respiro. E ha visto. Ha visto il verde. Ha visto l’azzurro. Ha visto una nube che sembrava un maiale. Ha visto il tetto rosso di una casa.

Adesso il ragazzo sta guardando ancora, in bilico sulla punta dei piedi, le mani allargate sul cemento freddo per sostenersi.

C’è qualcosa che si muove fuori, in una luce che il ragazzo immagina essere quella dell’alba. È una sagoma scura, che diventa sempre più grande mentre si avvicina. All’improvviso il ragazzo capisce che sta facendo l’errore più grave, che sta compiendo la trasgressione più imperdonabile.

L’uomo che cammina sul prato è il Padre, e lui lo sta guardando.

Come se avesse sentito i suoi pensieri, il Padre accelera il passo. Sta venendo per lui.

E ha un coltello in mano.

 

1

L’orrore cominciò alle cinque del pomeriggio di un sabato d’inizio settembre con un uomo in shorts che si sbracciava cercando di fermare le auto. L’uomo aveva una T-shirt sulla testa per proteggersi dal sole e ai piedi un paio di infradito distrutti.

Guardandolo mentre faceva accostare la volante al ciglio della provinciale, l’agente anziano classificò l’uomo in shorts come un “fuori di testa”. Dopo diciassette anni di servizio e qualche centinaio di alcolizzati e persone in delirio calmati con le buone o le cattive, i fuori di testa li sapeva distinguere a colpo d’occhio. E quello lì lo era senza alcun dubbio.

I due agenti scesero dall’auto e l’uomo in shorts si accucciò farfugliando qualcosa. Era sfinito e disidratato, e l’agente giovane gli diede un po’ d’acqua dalla bottiglietta che teneva nella portiera, ignorando lo sguardo schifato del collega.

A quel punto le parole dell’uomo in shorts diventarono comprensibili. «Ho perso mia moglie» disse. «E mio figlio.» Si chiamava Stefano Maugeri e quella mattina era andato a fare un picnic con la famiglia qualche chilometro più su, ai Pratoni del Vivaro. Avevano pranzato presto e lui si era appisolato cullato dalla brezza.

Quando si era svegliato, sua moglie e suo figlio non c’erano più.

Per tre ore si era mosso in cerchio cercando senza risultati, fino a trovarsi a camminare sul ciglio della provinciale, prossimo all’insolazione e completamente perso.

L’agente anziano, che cominciava a tentennare nelle sue certezze, gli chiese per quale motivo non avesse chiamato la moglie sul cellulare, e Maugeri rispose che l’aveva fatto, ottenendo solo lo scatto della segreteria fino a quando il suo telefono si era scaricato.

L’agente anziano guardò Maugeri con un po’ meno scetticismo. Di mogli che sparivano portandosi via i figli se n’era fatto una bella collezione col pronto intervento, anche se nessuna aveva mollato il coniuge in mezzo a un prato. Non vivo, per lo meno.

Gli agenti ricondussero Maugeri al punto di partenza.

Non c’era nessuno. Gli altri campeggiatori erano rientrati e la sua Bravo grigia sostava solitaria sulla stradina a poca distanza da una tovaglia magenta con avanzi di cibo e un pupazzo di Ben 10, un giovane eroe con il potere di trasformarsi in diversi mostri alieni.

Ben 10 a quel punto sarebbe diventato una sorta di enorme moscone e avrebbe sorvolato i Pratoni in cerca degli scomparsi, ma i due poliziotti non poterono far altro che chiamare la sala operativa e dare l’allarme, avviando una delle più spettacolari operazioni di ricerca cui i Pratoni avessero assistito negli ultimi anni.

Fu allora che entrò in gioco Colomba. Sarebbe stato il suo primo giorno di lavoro dopo una lunga pausa, e sarebbe stato, senz’ombra di dubbio, uno dei peggiori.

Tre fasi

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All’inizio un libro è solo tuo. Germoglia dentro la tua testa e si stratifica nella storia che è destinato a essere. In questa fase ne sono molto geloso. Non riesco neppure a raccontarlo per sommi capi. Lo covo, lo rigiro, lo tento, lo sbrano e lo sfibro. Solo quando la storia ingrana e le pagine si accumulano riesco ad accennarlo, ma con estrema vaghezza. Ancora non lo conosco abbastanza da poter spettegolare su di lui. So come voglio farlo diventare, ma non so davvero come sarà.

Nella seconda fase il libro è tuo e di molti altri. Lo hai finito o lo stai per finire e cominci a mostrarlo ad amici, primi lettori, consiglieri e figure professionali. Agenti, editor, revisori, grafici, uomini e donne del marketing, del commerciale. Lo metti in discussione, lo condividi, lo modifichi, lo rivesti, lo prepari. Sta per staccarsi da te, un momento che temi e desideri in parti uguali.

Nella terza fase il libro è pubblicato e non è più tuo. E’ di chi lo legge, di chi se lo infila in borsa, di chi lo commenta, di chi lo recensisce, di chi lo consiglia agli amici, di chi lo scarica pirata, di chi lo compra e di chi lo frega. Del libraio, del fattorino di Amazon, del magazziniere, del commesso del supermercato. Di chi lo tiene sul comodino a fare polvere. Di chi lo interpreta all’opposto di come tu l’hai pensato, e ha ragione lui, perché leggendo la storia si ricrea, ogni volta diversa. Tu puoi solo portarlo un po’ in giro, accompagnarlo. Speri faccia una gran strada nel mondo, ma sai che potrebbe allo stesso modo fermarsi all’angolo della strada. Non hai più nessun controllo su di lui. Puoi solo incrociare le dita e affidarlo a quelli che incontrerà sul suo cammino.

Uccidi il Padre esce oggi. Gli auguro buona fortuna e lo saluto. Torno un uomo libero. Di ricominciare da capo.

Uomo libero