Lui è tornato (in pellicola)

Un film che comincia con le risate e finisce nel gelo – ed è una buona cosa.

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Normalmente non recensisco libri o film perché sono uno scrittore e uno sceneggiatore, che conosce tanti scrittori e sceneggiatori, e il rischio di non essere obiettivo, o non ritenuto obiettivo, è elevatissimo. Ma nel caso di Er ist wieder da, faccio volentieri un’eccezione. Il film, del regista David Wnendt e interpretato da un magistrale Oliver Masucci, è la trasposizione del libro omonimo di Timur Vermes (pubblicato in Italia da Bompiani come Lui è tornato), e racconta di Adolf Hitler che si risveglia nella Berlino dei giorni nostri. Spaesato e confuso, non ha la minima idea di cosa sia successo, finisce prima ospite di un edicolante, poi viene scoperto da un operatore televisivo fresco di licenziamento, che lo scambia – come tutti – per un comico, e lo porta in un tour in Germania per scoprire cosa sia cambiato, trasformandolo in un idolo di Internet e poi della televisione.

La cosa straordinaria di questo film è che all’inizio riesce a far ridere di Hitler rendendolo simpatico con il suo spaesamento, con le sue pretese di essere chiamato fuhrer o i suoi problemi con la tecnologia, per poi instillarti un senso di inquietudine e infine di orrore attraverso l’allontanamento dal romanzo e dalla finzione cinematografica, gettandoti in una sorta di candid camera, dove  Hitler viene messo a contatto con persone reali e l’attualità. Persone filmate di nascosto che si rapportano al sosia di Hitler come fosse vero (un po’ stile Borat), e che sembrano trovare interessante il suo programma politico. Che ascoltano le sue deliranti tirate sul destino della Germania e le condividono, che ritengono il suo scagliarsi contro la “depravazione morale” del presente una sana provocazione per smuovere il sistema, come se Hitler fosse un Grillo qualsiasi. Persone che salutano a braccio teso, che si dichiarano pronte a tornare a combattere per lui. Se tu fossi quello vero, io obbedirei in un istante, gli dice unoCerto, molti lo guardano schifati o lo mandano a quel paese, ma fa impressione quanti si facciano selfie con lui, compresi un gruppo di turisti romani in posa a braccio teso.

Ho visto il film in sala a Berlino con la benedizione dei sottotitoli inglesi, e sono stato testimone di come funzioni micidialmente bene. Per la prima metà, dopo lo sconcerto iniziale, il pubblico rideva fragorosamente, mentre sul finale – non vi dico nulla ma immaginatevi quello del Caimano con Hitler, però – nella sala era calato un silenzio di gelo. Ci sentivamo tutti a disagio, perché il regista ci aveva portato dove voleva: a sottovalutare il pericolo, a farcelo sembrare buffo o innocuo, per poi schiaffarcelo in faccia.

Due scene memorabili, oltre quanto già scritto. Hitler che arriva nella sede del partito Nazionalista e mette tutti alla berlina tappando loro la bocca e dimostrando che non sanno nulla di lui, e la ricostruzione – veramente esilarante – della famosa scena de La Caduta con Bruno Ganz diventata un meme.

Se questo film troverà un distributore italiano, vi consiglio caldamente di andarlo a vedere.

Kunduz e noi

“Alle 2.15 ora locale il centro traumi di Msf a Kunduz è stato colpito ripetutamente volte durante un intenso bombardamento ed è stato gravemente danneggiato”

Quello che leggete sopra è il comunicato ufficiale su quanto accaduto, ovvero che le forze Nato hanno attaccato un ospedale in Afghanistan nonostante fossero state avvertite di che cosa andavano a colpire.

“Bombing continued for >30 minutes after American & Afghan military officials in Kabul & Washington first informed of proximity to hospital.” (questo è di Msf. Il primo delle forze Usa).

Mentre scrivo, i morti tra operatori e pazienti sono arrivati a nove e i dispersi sono una trentina.

Ho avuto la fortuna di conoscere da vicino Medici Senza Frontiere, e sento ogni volta l’impotenza di chi non può offrire altro che la propria solidarietà. A parte questo, credo che sia necessario pretendere la verità su quanto accaduto, costringendo il nostro governo a non tirarci sopra una patetica copertina di scuse ufficiali, e di sostenere i Medici dandogli un po’ dei nostri soldi, che le chiacchiere stanno a zero. Per farlo, questo è il link.

L’uomo con la valigia

Chi mi conosce sa che sono un viaggiatore strano. Da un lato ho l’angoscia del viaggio e della preparazione delle valigie, al punto che a casa mia c’è sempre un trolley pronto con  due o tre giorni di ricambio per evitare di doverci pensare. Faccio viaggi per lo più legati al mio lavoro – incontri con produttori, registi, scrittori e attori, presentazioni, fiere, convegni – e molto raramente al puro piacere, anche se cerco sempre di ritagliarmi uno spazio, ovunque io vada, per godere del posto nuovo prima di ripartire. Purtroppo non sono uno di quegli scrittori che riescono a scrivere ovunque, anche sdraiati nella sala motori di un sommergibile, e per questo appena posso rientro alla base dove ho il mio studio, la mia poltrona, i miei silenzi. Mi basta poco per distrarmi, anche solo un panorama nuovo fuori dalla finestra. Nonostante questi accorgimenti però, dormo fuori di casa più di cento giorni l’anno, e quando un’associazione culturale tedesca mi ha invitato a soggiornare per due mesi a Berlino presso una sorta di college (il Literarisches Colloquium), ho esitato a lungo prima di dare una risposta. Poi ho pensato che Berlino è una città stupenda, che ci sono scene del mio nuovo romanzo proprio ambientate lì, che poteva essere un’occasione irripetibile per incontrare colleghi di altre parti del mondo, e alla fine ho accettato.

Domani quindi partirò per Berlino dove rimarrò fino alla fine di novembre, fatto salvo una settimana a Parigi per l’uscita di Uccidi il padre in Francia e qualche salto a Roma, ancora non programmati, per i set aperti e quelli che si apriranno. Un trasferimento in piena regola, con tanto di valigione, doppio computer che non si sa mai, macchinetta del caffè a cialde e peluche regolamentare da tenere sul letto. Sarò come sempre raggiungibile via social e email, e qui cercherò di tenere un diario tedesco, per tenervi informati. Se passate da quelle parti, o avete suggerimenti su dove andare e cosa vedere, fatevi sentire.