Non mi invitate, per favore

Quando gli incontri vanno male, da mia esperienza le cause sono in genere due: sopravvalutazione del potere attrattivo dell’ospite e cattiva organizzazione dell’incontro stesso. Se, come me, non sei un volto televisivo conosciuto o una firma eccellente sui quotidiani, puoi contare su un gruppetto di lettori fedeli sparso per il paese, e su un gruppo molto più ampio di potenziali lettori o amanti della lettura che vengono a un tuo incontro solo se stimolati nel modo adeguato. Devono pensare che ne valga in qualche modo la pena, che la discussione sarà interessante, che l’ambiente sarà accogliente. E, soprattutto, devono sapere che ci sei (e questo vale anche per i lettori fedeli, che non hanno doti medianiche). A volte, anche se organizzate bene, le serate vanno male. E’ l’imponderabile. Ma quando vedi che gli organizzatori si sono sbattuti, ci hanno provato, ci tenevano, ti senti comunque bene accolto e te ne fai una ragione. Ma, devo dire, capita molto di rado che le cose organizzate bene vadano davvero male.

Ieri sera ho rotto l’embargo agli incontri pubblici (ho deciso di non farne più sino all’uscita prossimo romanzo, salvo un paio di impegni particolari come Ferrara la settimana scorsa e la Sardegna a fine mese), per tornare nella mia città, Cremona, a una rassegna chiamata Matite e Nuvole, inserita nella cornice dei Giovedì d’EstArte, una sorta di notte bianca Cremonese che prosegue da Giugno. Nei Giovedì vi sono concerti sparsi per la città, mercatini, mostre e, appunto, incontri letterari.

Avevo un discreto sentore di pacco già dai giorni precedenti, quando avevo scoperto che l’incontro non era stato per niente pubblicizzato e, quando lo era, sui flyer del Giovedì rintracciabili in rete, a volte mancava l’orario, a volte il numero civico, oppure vi era il nome sbagliato di chi mi aveva preceduto. Comunque, è la mia città e ci sono andato. Ci vado sempre quando mi invitano, glielo devo.

Il luogo indicato era Corso Campi, una via centralissima di Cremona, e quando sono arrivato l’ho percorso due volte alla ricerca del punto giusto. Vedevo bancarelle, una notevole quantità di cremonesi che camminava e schiamazzava (immaginatevi uno struscio serale estivo), mangiava il gelato e si divertiva, ma nessun punto papabile per un incontro. Alla fine, incontrando il presentatore, venivo dirottato al posto giusto e capivo perché non l’avevo visto: era una piccola galleria, che fungeva da retro per un paio di negozi di abbigliamento. Sul fondo si apriva il cancello di un condominio dal quale la gente avrebbe continuato a entrare e uscire. Vi erano una trentina di sedie in circolo e basta. Non un cartello a indicare l’incontro, neanche un foglio scritto a mano, ma un segnale di proprietà privata all’inizio della galleria. Nessun banchetto con i libri. Passando e non sapendo, l’eventuale curioso avrebbe pensato  a una riunione di condominio.

Era già seduto qualche spettatore e visto che non era colpa loro lo squallore della messa in scena mi sono palesato, scoprendo che non c’era amplificazione. Immaginate il chiasso dello struscio amplificato da una gallerietta, e capirete la situazione. Allora ho fatto avvicinare gli spettatori, le sedie si sarebbero riempite un po’ alla volta, e ho cominciato a urlare, mentre il presentatore mi faceva domande inaudibili per il resto dei convenuti. Era una scena surreale, eravamo un gruppetto in penombra, isolato da quanto accadeva fuori, che si urlava in faccia senza sentirsi davvero. Tutti, fuori, sembravano divertirsi, noi nella galleria calda come un forno, sembravamo dei condannati a qualche pena umiliante. Dopo mezz’ora ho avuto un calo della voce, tipo stadio, e per fortuna mia moglie è corsa a comprarmi una bottiglia d’acqua, perché pure quella mancava. Dopo un’ora ho dovuto però dare forfait. Il presentatore si è scusato, dicendo che l’organizzazione era stata un po’ carente, e io un po’ per stanchezza e un po’ perché volevo solo levarmi dalle scatole non gli ho detto che, a mio avviso, dopo il primo incontro avrebbe dovuto disdire l’appuntamento oppure spostarlo in una libreria, o, che ne so, ai giardinetti.

Non ve ne avrei nemmeno parlato se non fosse Cremona. Se non fosse che ieri mi sono sentito male accolto da quella che è la città dove sono cresciuto e che ho celebrato e celebro in romanzi e film, a modo mio.

E se non fosse che voglio lanciare un avviso a tutti, che è questo. Se non siete capaci di organizzare le cose non mi invitate, per favore.

La prossima volta potrei incazzarmi.

6 thoughts on “Non mi invitate, per favore

  1. … e per fortuna mia moglie è corsa ha comprarmi una bottiglia d’acqua…
    Ogni tanto ti leggo anch’io, ma ogni tanto mi chiedo se, essendo andata ormai in pensione, insieme a me sia andata in riposo pure la grammatica! Oltre ad incazzarti, da buon scrittore… correggi!
    Non prendertela, sono una vecchia insegnante che ancora crede nell’uso scritto del buon italiano, come crede fermamente che la tua sia stata una mera svista. Buon lavoro: Vittoria

  2. io ero all’incontro e mi dispiace moltissimo per come sono andate le cose.
    anche se è una magra consolazione per me è stato un piacere poter parlare con te,farmi firmare i libri,porti alcune domande e ,soprattutto conoscerti di persona….
    purtroppo le cose non sempre vanno bene.
    spero in ogni caso che prima o poi Cremona possa riorganizzare un incontro
    con tutti i sacri crismi…..magari per l’uscita del tuo prossimo libro….

  3. Ciao mi spiace. Molto, poi a parte l organizzazione sbagliata, sai, nessuno e ‘ pro feta., in patria ..
    Spero tu faccia una presentazione a Milano piu avanti,
    Ciao buon estate!

  4. Purtroppo gira approssimazione a pacchi, intorno alla cultura. La maggior parte della gente non concepisce che possa essere un lavoro – diciamocelo, col fatto che a scrivere ci divertiamo e ne abbian bisogno, a volte anche noi fatichiamo a considerarlo un lavoro – e quindi organizza eventi un po’ come organizzerebbe la gita fuori porta con gli amici, convinta che tanto basta l’impegno, e siamo piccoli, non abbiamo soldi, che vuoi farci.
    Purtroppo no. Non fai un buon servizio alla cultura se la tratti come la figlia della serva, se le dedichi i ritagli di tempo armato solo di buona volontà: la buona volontà serve, certo, ma dev’essere servita da capacità organizzative e, spiace dirlo, mezzi. E non è questione di quanta gente viene o di quanto sia prestigiosa la cornice, perché ho fatto cose piccolissime ma assai piacevoli, perché, appunto, fatte con cura, capacità e un’oculata gestione delle risorse disponibili. Ma ho fatto pure parecchie cose messe su alla carlona, delle quali non smetto ancora di vergognarmi.
    Poco da dire, le cose, o le fai bene, o non le fai e basta.

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