"Sono scappato dal mio vecchio lavoro, ho lasciato i vecchi giri,
sono diventato un bravo ragazzo. Ma tutto, a parte mia moglie,
a parte quello che ci diciamo io e lei quando siamo a letto assieme, a parte le
giornate buone che ci prendiamo camminando per strada e pensando che non abbiamo
bisogno di nient'altro, tutto mi è scivolato addosso senza lasciare tracce.
Fino a oggi. Mi è bastato essere sfiorato dall'odore del sangue per ritrovarmi
dentro,
come un tossico del cazzo. E come un tossico mi sono dimenticato di quanto sia
pericoloso spingersi oltre la linea, trasformare il lavoro in qualcosa di personale,
che ti fa rischiare e stare male. Che ti fa perdere."
Milano, inverno. Il sospettato di un piccolo furto si uccide gettandosi
sotto un treno della metropolitana. E' un gesto che distrugge la tranquillità
di Sandrone Dazieri, detto il Gorilla, un uomo che da tempo cerca di essere
solo un investigatore al soldo delle assicurazioni e che ha rinunciato del tutto
a occuparsi di delitti efferati. Un professionista, a volte brutale e senza scrupoli,
che è riuscito però a costruirsi una vita perfetta agli occhi di tutti.
Ma che nasconde
qualcosa in sé: una follia che si chiama il Socio, la sua doppia personalità notturna,
iperrazionale e violenta.
Il Gorilla è costretto a esporsi di nuovo, e a esporre il suo Socio,
per scoprire le
ragioni di un suicidio di cui si sente responsabile. Perché quell'uomo
si è ucciso? Chi
era la ragazza che lo ha abbracciato e reso felice negli ultimi istanti prima della
morte? E che legame c'è tra lei e una sanguinosa rapina avvenuta due anni prima,
durante la quale è scomparsa un'opera d'arte di Damien Hirst, uno scheletro con un
nome apparentemente senza significato: The Beauty is a Misunderstanding?
La bellezza è un malinteso è un vorticoso gioco di rimandi tra significati che
restano nascosti agli occhi di chi guarda le cose senza passione. E senza il senso
acuto del dolore che si nasconde nelle pieghe della vita. E' la scoperta di un
crimine dimenticato, di cui nessuno vorrebbe occuparsi, ed è la storia della caccia
a una ragazza fragile e vestita di nero, depositaria di un segreto che sembra costare
la vita a chi lo sfiora. In cerca di una risposta alle proprie domande, Sadrone Dazieri
(l'autore? il protagonista? il suo doppio?) scoprirà che la verità può avere lo
spaventoso volto di uno scheletro.
Con questo romanzo, che vede il ritorno del suo alter ego, Dazieri si riconferma
l'autore di noir più originale e innovativo del nostro paese.
INCIPIT
Li osservo uscire dal portone di un brutto palazzo di piazzale Greco.
Prima un uomo anziano, forse suo padre. Lei si chiama Antonella, spunta subito dopo
tenendo la mano al figlio più piccolo. Michele, dieci anni, alto per la sua età.
La donna ha un cappotto nero con il bavero di pelliccetta e due scarpe troppo
leggere per il freddo che fa. Il bambino ha una berretta di lana e una sciarpa
che gli arriva fino agli occhiali. Lenti spesse, a scuola gli daranno del secchione.
Si muove a rilento, la madre lo tira nervosa e nel farlo si gira verso di me.
Il viso è livido per il gelo e il rossetto è sbavato. Ha gli occhiali scuri.
Le labbra tremano leggermente. Si china ad aprire la portiera dell'auto mentre
l'uomo anziano sale alla guida. La maniglia le spacca un'unghia, lei si porta
il dito alla bocca, poi lo guarda con rabbia. Infila Michele
sul sedile posteriore e si volta a fissare l'entrata del palazzo.
Dal portone escono gli altri due figli, Giovanna e Riccardo.
Giovanna ha diciassette anni, i capelli neri spettinati, un
piumino Monclaire sopra i jeans e gli stivaletti con il tacco.
Il fratello, diciannove anni, indossa un piumino identico e
un cappellino da baseball. Piangono. Il ragazzo si trattiene,
la sorella invece è squassata dai singhiozzi. Arrivati all'auto,
si bloccano. Giovanna non vuole salire, fa il gesto di tornare verso casa.
La madre la afferra per le spalle e la scuote gridando qualcosa. Il vento
porta via le sue parole oppure sono troppo stanco per capirle. Prima di loro ho
visto parenti e amici far visita con mazzi di crisantemi e gli uomini
delle pompe funebri appendere i drappeggi viola, anche
se il corpo di Antonio Davico, marito e padre amorevole, è ancora all'istituto di
medicina legale. I suoi familiari stanno andando a prenderlo per riportarlo a casa.
La donna dice ancora qualcosa, sempre con l'espressione tesa, poi imprevedibilmente
abbraccia la figlia e affonda il viso tra i suoi capelli. Devono profumare di buono,
di shampoo alla mela o al lampone. Ho l'impressione di sentirlo anch'io. Mi sono
trovato sotto casa loro all'alba e sono rimasto a spiarli, a fare la mia penitenza.
Forse è per questo che il mio Socio mi ci ha portato. Sarebbe da lui. La sua versione
di senso dell'umorismo. Ma a me non viene tanta voglia di ridere. Penso invece a Davico
che scende nella metropolitana e si getta sotto un convoglio di pendolari. Penso
alla sua gamba tranciata di netto che si è incastrata sotto le ruote del vagone,
ai pompieri che hanno pulito il sangue con le pompe ad alta pressione.