ITALIA ODIA
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tratto da questo racconto.
I DIECI VOLTI DEL NOIR ITALIANO
a cura di Daniele Brolli
Nel 1972, “La polizia ringrazia” di Stefano Vanzina inaugurò il filone del film “poliziottesco”, pellicole gialle ad alto tasso d’azione con commissari di ferro dal grilletto facile. Fu un salutare shock visivo che cambiò lo stile del cinema di casa nostra, vide il fiorire di memorabili autori come Fernando Di Leo, di star come Tomas Milian, e fece scuola all’estero. Erano pellicole debitamente farcite di immancabili ingredienti: azione, violenza, umorismo non proprio inglese, corse pazze in automobile, eros soft-core.
Per rendere omaggio a quella straordinaria stagione, eccessiva e violenta, dieci scrittori italiani si cimentano con il genere noir. Palazzi abitati da serial killer, bassifondi napoletani, trucidi rapimenti, agenti che si innamorano di prostitute, poliziotte bolognesi assai vanitose e altre storie ancora: da Ammaniti a Baldini a Macchiavelli, ecco dieci racconti rocamboleschi e ricchi di humour, specchio inquietante e grottesco della classe media metropolitana d’oggi.
- Introduzione. I milanesi ammazzavano il sabato
- L’amico di Jeffrey Dahmer è l’amico mio – N. Ammaniti
- Uguale – M. Serio
- London calling – L. Brancaccio
- L’ultima sceneggiata – S. Brancato
- Quattro passi di danza – C. Battisti
- Statale Adriatica, chilometro 170 – E. Baldini
- La polizia indaga. Il trucido scanna – G.B. Ventavoli
- Non mi avrebbero preso – M. Matrone
- Sarti Antonio e la nonna in barca – L. Macchiavelli
- Pinocchio – S. Dazieri
PINOCCHIO
Capitolo 1
Poppi gli fa telefonare la mattina presto. Non chiama di persona. Non è il suo stile. Si è fatto il culo per diventare quello che è, ha fatto il culo agli altri. Pinocchio non ci pensa nemmeno a rifiutare. Va. Il pomeriggio, però. Anche lui si è fatto il culo.
Il night dello Zar ha le serrande abbassate, ma la porta aperta. Dentro, con il buio e senza la gente, a Pinocchio sembra un casino. Di quelli che andava a sgomberare con la Buoncostume. Stessi divani e stessi specchi. Stesso odore.
Ci sono quattro uomini che giocano a scopone. Uno lo guarda entrare, dà di gomito a un altro che annuisce. Sono i cosacchi di Poppi. Lo conoscono e continuano a giocare.
Poppi siede su uno sgabello, una bottiglia davanti. Ha un’espressione che Pinocchio non riesce a tradurre. Poppi il duro, Poppi il furbo. Gli fa segno di avvicinarsi. Pinocchio si siede sullo sgabello a fianco. Apre il cappotto sulla camicia lisa e posa il cappello sul bancone. Poppi gli dà la mano, poi gli spinge un bicchierino davanti. Pinocchio fa no con la testa. Poppi versa il whisky e insiste dando un colpetto al vetro. Pinocchio vuota il bicchiere. Gli brucia subito lo stomaco.
Poppi sorride contento, la dentiera brillante. Ha sessant’anni, abbronzatura e parrucchino. Occhiali d’oro, vestito di sartoria, cravatta optical, niente stile cafone. E’ un uomo d’affari, ci tiene a sembrarlo. Negli anni Cinquanta contrabbandava sigarette. Negli anni Sessanta prestava a strozzo. Poi è salito di grado. Poi si è fatto la galera. Poi ha messo in piedi il suo gruppo. Adesso si è ritagliato il suo spazio. Lo Zar e i suoi cosacchi, porta rispetto. Adesso gestisce una fetta di spaccio e una fetta di battone. Adesso possiede tre locali: due night e un bar. Adesso ha un accordo con i comparielli del Sud. Fa girare la loro merce, reinveste i loro sudati quattrini.
Poppi colpisce ancora il vetro con l’unghia limata e smaltata. Pinocchio beve e sente tirare le cicatrici sulle guance.
- Non mi fido degli astemi. – Dice Poppi. Versa ancora.
Pinocchio sorseggia, le protesi gli ballano in bocca. Ha la nausea. Non mangia niente dalla sera prima.
- Come sei messo, Pinocchio? Hai tempo per me? – Lo canzona Poppi.
- Cosa ti serve?
- Che tu faccia il tuo lavoro. Hai tempo per me? – Ripete. Pinocchio capisce che Poppi è ubriaco. Ubriaco freddo. Potrebbe bere all’infinito. Ma c’è anche qualcos’altro.
- Sì. – Risponde cauto. Pinocchio non lavora per le bande. Ma sa quando non può rifiutare.
Poppi appoggia il mento sul pugno. Guarda Pinocchio, sembra che esamini la camicia sporca e gli abiti lisi. Ma lo sguardo è assente. – Sei mai stato al Diamante?
Il Diamante è il bar di Poppi. – Una volta.
- Va bene. Voglio che tu ci vada stasera, fino alla chiusura. E anche domani. Per tutta la settimana.
- A fare cosa?
- Stai lì. Mangi e bevi, quello che ti pare. Metti tutto sul mio conto. Prima di tornartene a casa, la notte, mi chiami.
- Qual è il problema?
Di nuovo l’espressione strana. Anzi, una strana mancanza d’espressione. – Gli affari non vanno bene. – Che c’entra con me?
- Voglio il tuo parere.
- Con tutto il rispetto, è una minchiata.
- Quando dici con tutto il rispetto, vuoi batterlo nel culo a qualcuno. Mi sbaglio?
Pinocchio sorride, e sente ballare le protesi. Si è dimenticato di mettere la polvere adesiva. Se ne è dimenticato apposta, gli lascia la bocca di merda. – Non a te, Poppi.
- Meglio.
- Però è meglio che mandi uno dei tuoi. Uno che ha fatto il cameriere, magari. Tipo il Bambino. Almeno combina qualcosa.
Poppi gira il bicchiere tra le dita. – Lascia stare il Bambino. Non nominarlo neanche più.
Pinocchio drizza le orecchie, sente odore di sgarro. I cosacchi hanno una brutta fama. Quando puniscono qualcuno questo qualcuno sparisce. Niente cadaveri e niente vedove. Sparisce. Dentro un pilone di cemento, in fondo a una fossa comune. Chi lo sa. Povero Bambino, era un bravo cristo.
Pinocchio fa sì con la testa. – Come vuoi.
- Devi andarci tu.
- Come vuoi.
Poppi gli allunga un bigliettino. – è il telefono a cui mi devi cercare prima di andartene a dormire. E non preoccuparti dei soldi. Non lascio debiti in giro. Comincia oggi, ci siamo intesi?
- Ci siamo intesi.
- Bene. – Poppi guarda ancora il bicchiere, ma non fa cenno di riempirlo, né di prenderlo. – Non lascio debiti in giro. – Ripete. – Ma qualche volta sono i debiti che mi vengono a cercare. – Ride.
è proprio andato, pensa Pinocchio. Mai visto così, che spara cazzate senza senso.
Lo saluta e se ne va. Di fretta.
Ha da fare prima di sera.
L’ufficio di Pinocchio è nel cuore di San Salvario. Sta lì da tanto. Da prima che si riempisse di terroni. A Pinocchio i terroni non piacciono. Non gli piace quasi nessuno, da qualsiasi parte venga.
L’ufficio di Pinocchio è un monolocale con il cesso sul pianerottolo. Nel monolocale una scrivania, due sedie, una macchina da scrivere, cinque schedari di ferro, una cassaforte, un telefono. Nella cassaforte tre pistole, una con regolare porto d’armi, due con matrice abrasa. Sulla scrivania un biglietto. Quando lui non c’è si fa prendere le telefonate dalla vicina di casa. Quando lui arriva, stacca la derivazione per non farsi ascoltare.
Una sola chiamata.
A telefonnato l’avocato Bazi. Dice che è in rittardo con il mestiere.
Arrivederci, Maria.
Vero, pensa Pinocchio. Se l’è presa comoda. Non carbura come dovrebbe. Dorme male. Quando si mette orizzontale soffoca. Si appisola sul pouf e sogna il Rosso.
Pinocchio mette una moka sul fornellino elettrico. Batte la relazione per Bassi. Infedeltà coniugale. Una tizia che si fa scopare quando il cliente di Bassi è fuori casa. Già che c’era, Pinocchio ha fatto gli straordinari. Ha seguito anche il cliente. Il cliente si scopa una ragazzina, le fa fumare l’erba che compra da un capellone. Pinocchio venderà le informazioni alla tizia. Doppio lavoro, doppi soldi.
Il caffè sale, Pinocchio beve, infila foglio e fotografie in una busta che lascia sotto la lampada con i peli luminosi, quelli che cambiano colore.
Cinque del pomeriggio: apre il taccuino. Cancella la riga con scritto avvocato, prende dal cassetto della scrivania una chiave inglese avvolta nel nastro adesivo, la infila nella tasca del cappotto, esce. Guida tranquillo. Alle cinque e mezzo Pinocchio parcheggia, raggiunge il posto camminando una decina di minuti. Aspetta fino alle sei appoggiato al portone del palazzo. Ogni tanto qualcuno entra. Tiene aperto il battente per una vecchia carica di borse della Standa.
Alle sei arriva la persona che Pinocchio stava aspettando. Un uomo sui trenta, con la tuta da imbianchino sporca di vernice sotto un giubbotto col pelo. L’imbianchino è alto e grosso. Pinocchio si avvicina a testa bassa. Lo colpisce con la chiave inglese a un lato del collo, poi lo prende a calci tra le gambe. Quando l’imbianchino è a terra che vomita Pinocchio gli tira due pedate in faccia con la punta dei Vaqueros. L’imbianchino perde sangue. Due si sono fermati dall’altro lato della via, Pinocchio gli fa segno di andarsene. I due corrono.
Pinocchio si china sull’imbianchino. – Dove hai parcheggiato? – Gli chiede.
L’imbianchino si copre la testa con le mani. Parla storpiando le parole con le labbra spaccate. – All’inizio della via. Che male, che…
Pinocchio gli fruga nel giubbotto e trova le chiavi. Si allontana senza guardare dietro. L’automobile è una Giulietta lucidata a specchio. Pinocchio sale, mette in moto e guida fino a un garage con l’insegna albatros riparazion. La “i” è saltata.
Suona il clacson, esce un vecchio che fuma il sigaro, sporco di grasso dai capelli alle scarpe. Pinocchio scende dalla Giulietta e gli lancia le chiavi.
- Ha fatto storie? – Chiede il vecchio.
- Mah…
Pinocchio cancella sul taccuino la riga con scritto automobile, recupero, poi torna a piedi a prendere la sua. C’è un corteo proprio adesso. Aspetta paziente mentre sfilano tutti. I primi cordoni hanno caschi e passamontagna, vede spranghe e bottiglie. Si augura che non scoppi il casino, si accende una sigaretta. Immagina i capelloni come carcerati con le catene ai piedi. E lui che li frusta, vestito da nazista.
Fuma finché finiscono, guida fino a un palazzo fatiscente al confine con Nichelino. Ci abita una comune di freak. Si è informato: tutti pacifisti. Niente Lotta Continua o Potere Operaio, niente armi.
Dureranno poco, pensa. Cane cattivo mangia cane buono.
- Chi cerchi?- Gli chiede una ragazza stravaccata davanti alla porta. è carina, anche con il fazzoletto in testa e gli zoccoloni.
Se solo si lavasse un po’, pensa Pinocchio.
Pinocchio sorride stirando le cicatrici. L’altra non ricambia. – Antonio. – è alto così, è fatto cosà, specifica.
Lei s’ingrugna. – Non c’è nessun Antonio.
Pinocchio smette di sorridere e le tira una sberla in faccia. Lei strilla, lui le torce un braccio e la trascina nell’atrio della casa. Arrivano in quattro. Pinocchio continua a sorridere e a torcere. La ragazza grida.
Pinocchio alza la voce. – Se vi avvicinate glielo rompo davvero, fidatevi. Dov’è Antonio? – Ha un po’ di fiatone.
Arrivano in dieci, poi in quindici. Qualcuno non sembra tanto pacifista, ma nessuno ha armi. Solo qualche bastone del cazzo. Pinocchio tiene d’occhio la porta d’uscita, ma non si preoccupa. Insieme potrebbero massacrarlo, ma sa che non lo faranno. Per un po’, almeno. – Allora, dov’è Antonio?
Alla fine una vocina dalla rampa delle scale. – Sono io!
è un ragazzino che non dimostra più di quindici anni. Pinocchio sa che ne ha diciotto appena compiuti. Pinocchio gli fa un cenno con la mano libera. – Papà ti vuole a casa, Antonio.
Di colpo tutti quelli che avrebbero voluto saltargli addosso si calmano.
Una ragazza lascia cadere il ferro da stiro. – Cazzo, Antò, ancora quello stronzo di tuo padre.
Un freak si arrabbia proprio. – Antonio, il tuo vecchio la deve finire di mandarci tutti gli sbirri del mondo.
Parlano tutti quanti. Antonio sta per mettersi a piangere. Pinocchio arretra fino alla porta, molla il suo ostaggio. – Di’ ad Antonio di sbrigarsi.
Lei lo guarda con odio, fregandosi il braccio. Domani avrà i lividi. – E se non vuole venire?
- Viene, viene.
Torna all’auto e aspetta. Il ragazzo arriva dopo otto minuti, con uno zaino. Si siede dietro come fosse sul taxi. Pinocchio lo osserva allo specchietto mentre guida. Il ragazzo ha gli occhi spalancati. Incrocia il suo sguardo e cambia espressione, cercando di nascondere la paura.
A Pinocchio si accende una lampadina. Di colpo, capisce qual è il problema con Poppi.
Poppi il mammasantissima, Poppi il pezzo da novanta, se la sta facendo sotto.
Pinocchio sta ancora pensandoci mentre cancella l’ultima riga sul suo taccuino. Sente freddo. Si infila un maglione pesante per la sera.
Capitolo 2
[...]
