Sandrone Dazieri

Suono la tastiera mentre la nave affonda. Qualcuno deve farlo

IL KARMA DEL GORILLA


TRAMA

Dalla quarta di copertina:

Nella sua vita il Gorilla e’ stato molte cose: militante dei Centri Sociali, buttafuori da locale notturno, cacciatore di maniaci violenti. Anche ora che sbarca il lunario come addetto “free lance” alla sicurezza, non ha rinunciato alle brutte abitudini, e passa il tempo a sbronzarsi e a fare a pugni con focosi supporter della Guerra in Irak. A rendergli le cose piu’ complicate, riappare Sammy, un vecchio amico del Gorilla, divenuto l’erede di un’immensa fortuna, minato nel fisico (e forse nella mente) da una malattia terribile. Sammy ha un incarico per lui, rintracciare la sua ex fidanzata, scomparsa molti anni prima, e probabilmente finita nei guai. Un incarico che al Gorilla non piace, ma che e’ costretto ad accettare perche’ Sammy conosce il suo segreto: l’esistenza del Socio, la seconda personalita’ schizofrenica che agisce nel corpo del Gorilla quando questi si addormenta. Un segreto che se fosse rivelato metterebbe fine al delicato equilibrio della sua vita, fatto di continue menzogne e sotterfugi. Mentre qualcuno si dimostra disposto a uccidere pur di fermarlo, il Gorilla sara’ cosi’ costretto a cominciare una rischiosa indagine senza quartiere, alla ricerca di una verita’ che si nasconde nel suo passato. Noir avvincente e spietato, oltre che ironico ritratto del nostro presente, Il Karma del Gorilla conferma Dazieri come una delle voci piu’ originali del noir italiano.

INIZIO

1. La telefonata che diede inizio alla più disastrosa serie di avvenimenti che avesse mai coinvolto la mia persona arrivo’ in contemporanea con il tifone Katrina su New Orleans. Io e Piero stavamo seguendo la diretta sulla Cnn, unici due abitanti svegli del complesso di loft a buon mercato che ci faceva da casa. La notte prima, tutti i miei vicini avevano festeggiato la fine dell’estate con un rave nel cortile, andando avanti fino alle sei del mattino con la musica a palla e qualcosa come seicento ragazzotti che ballavano e vomitavano in tutti gli angoli. Capita, quando i tuoi vicini sono tutti giovani di tendenza, che campano con lavori creativi e improbabili. Anche Piero era un giovane di tendenza, visto che gestiva un atelier di moda, ma invece di andare a dormire era venuto a bussare alla mia porta a mezzogiorno, con l’ultima bottiglia di vodka ancora intatta, e io l’avevo accolto facendogli posto sul divano. Quando suono’ il telefono, le immagini in televisione erano quelle di un nero che trasportava del cibo su una barca. Lo speaker stava dicendo che aveva saccheggiato un supermercato, con il tono di chi riterrebbe più logico morire di fame. Guardai il display del mio cellulare e rabbrividii. “E’ Padre Molinas” dissi prendendo la bottiglia.
“E non gli rispondi?” chiese Piero.
“Non so se me la sento. Ha sempre una rogna in serbo.”
Padre Molinas era il direttore di una rete di centri di accoglienza sparsi per la penisola, oltre che il piu’ grosso impiccione che avessi conosciuto. Non l’avevo mai visto in tonaca, preferiva maglioni grigi che gli davano l’aspetto di un camionista cattivo. Fumava il sigaro e una volta lo avevo visto battere un facchino albanese in una gara di sputi.
Il telefonino smise, poi riprese. Continuai a fissarlo.
“Mi sa che non ti molla” disse Piero.
“Mi sa anche a me.”
Alla fine risposi e mi tocco’ andare a infilarmi i calzoni e le scarpe e saltare in macchina.

L’ennesima rogna che Padre Molinas mi aveva scodellato riguardava una coppia di fratelli egiziani: Muhammad e Haifa. Erano scappati dall’Egitto per sottrarsi a un arresto per attività sovversive e, gira e rigira, lei era finita da parenti lontani in Germania e lui a Varese, dove si arrangiava dando ripetizioni di inglese, scaricando camion e insegnando il Corano in moschea. Quando Muhammad aveva smesso di farsi vivo, Haifa era venuta in Italia a cercarlo. Ci aveva impiegato un annetto per arrivare, tra visti e menate, e qui aveva scoperto che all’indirizzo del fratello viveva adesso una coppia di italiani poco gentili. Muhammad si era dato senza pagare l’affitto piu’ o meno nel periodo in cui aveva smesso di rispondere alle lettere. Haifa aveva pellegrinato tra ospedali e centri islamici senza cavarne niente. Mentre stava per finire i pochi soldi, aveva incontrato una vicina di casa del fratello, un’algerina piuttosto spaventata e sfuggente, che mossa a pietà le aveva rivelato quello che ormai Haifa sospettava. Muhammad era stato rapito. Un giorno, mentre usciva dal portone, tre occidentali gli si erano avvicinati e l’avevano caricato su un furgone con la scritta TRASLOCHI. Lui aveva cercato di scappare, uno dei tizi lo aveva preso a pugni in pancia e aveva chiuso lo sportello. Visto che la polizia non sembrava interessata al caso, Haifa era andata a chiedere consiglio alla mensa dei poveri dove consumava i suoi pasti. E qui aveva trovato Padre Molinas, e Padre Molinas aveva trovato me. Quando arrivai al Centro Mani Aperte, Molinas era sulla soglia che fumava il toscano. “Ce ne hai messo.”
“Mi si e’ rotto il teletrasporto.”
Mi spinse dentro. “Va be’, adesso che sei qui datti da fare.”
Facemmo un conciliabolo a tre attorno al bigliardino del refettorio. Haifa racconto’ di nuovo la sua storia, alternando tedesco sgrammaticato e arabo.
Padre Molinas mi prese in disparte. “Che ne pensi?”
“Secondo me dice la verita’. Non mi sembra in grado di essersela inventata. E’ una roba da sbirri, questa.”
“Se volevano occuparsene, mica chiamavo te.”
“C’ero arrivato. Va be’, sentiamo Mirko Bastoni.”

Mirko era il mio avvocato di fiducia, quarantacinque anni con una faccia che ne dimostrava la meta’, sguardo da ragazzino e lingua biforcuta. Ci conoscevamo da quando ero un militante politico al centro sociale Leoncavallo, il che significa da un sacco di tempo. Lo dovetti pregare un po’, ma neanche tanto, considerando che doveva lavorare gratis. Un paio di ore dopo, andammo insieme a dare l’assalto alla questura di Varese. Lui fece del suo peggio, busso’ alle porte di tutti gli uffici con me come sostegno morale, prego’ e minaccio’ senza cavarne molto. Poi si fece portare al tribunale di Milano e spari’ nei suoi meandri. Io lo aspettai seduto al tavolino di un bar poco distante, dando da mangiare ai piccioni il mio panino alle verdure. Erano le sei. Il bar era pieno di avvocati in libera uscita e poliziotti. Mirko torno’ che mi era rimasta solo la melanzana alla griglia, talmente dura che non riuscivo a spezzarla. La tirai ai pennuti che la smembrarono a colpi di becco. Mirko era accompagnato da una donna sulla cinquantina, l’aria asciutta e occhiali piu’ spessi dei miei.
“Sandrone, ti presento la dottoressa Pagni, sostituto procuratore.”
Anche la sua stretta di mano fu asciutta. Si sedettero al mio tavolino e ordinarono un caffe’. La dottoressa Pagni ando’ subito al punto. “Signor Dazieri, lei ha idea di che cosa sia un’extraordinary rendition?” mi chiese.
“No. Ma mi sa che non e’ niente di buono.” Diedi un’occhiata ai miei piccioni: la melanzana era sparita. “E’ un termine tecnico della Cia. Significa…”
“Aspetti un attimo. La Cia? Quella di Langley e James Bond?”
“Si’, signor Dazieri, anche se credo che l’agente 007 fosse inglese.”
“La Cia…”
La donna sospiro’. “Mi rendo conto che possa apparire quanto meno drammatico, ma e’ così. Le sto spiegando questa cosa perche’ il dottor Bastoni mi ha raccontato il suo… ruolo in questa faccenda, e mi ha anche assicurato che lei terra’ la bocca chiusa.”
“La Cia…” ripetei.
“Ti si e’ incantato il disco?” ghigno’ Mirko.
“Per farla breve, signor Dazieri, la rendition e’ quando la Cia va in un altro Paese e si porta via un sospetto terrorista. Dopo l’11 settembre ne sono già state documentate almeno una settantina. Li prendono, li scaricano da qualche parte dove hanno mano libera, tipo Egitto, Marocco, Pakistan… Avrà sentito parlare dell’Imam di viale Jenner, a Milano. Abu Omar.”
Mi riscossi dai miei incubi a base di ombrelli al cianuro e le feci cenno di proseguire. Avevo letto la storia sui giornali.
“L’hanno portato via il 17 febbraio del 2003″ continuo’ la procuratrice. “Per due anni non se ne e’ saputo niente. Adesso sappiamo che e’ nel carcere egiziano di Torah, ed e’ stato torturato con tale brutalita’ che ha grossi problemi di salute. Se il signor Muhammad ha subito la sua stessa sorte, e’ stato portato con un mezzo affittato o rubato sino alla base militare di Aviano, caricato su un aereo militare degli Stati Uniti e, probabilmente, rimandato in Egitto. L’Italia non e’ l’unico paese europeo, comunque, in cui la Cia si muove come a casa propria. Ci risultano altri casi. Per esempio quello del signor Khaled el Masri. Era un venditore di automobili a Ulm, ma era quasi omonimo di un terrorista ricercato. I servizi segreti americani l’hanno portato in Afghanistan, fatto rinchiudere in prigione, torturato e in seguito liberato su un sentiero di montagna in Albania. Stavolta e’ stato il governo tedesco a dire di non saperne niente.”
“Tutto il mondo e’ paese.”

[...]

DIARIO DI VIAGGIO

Mi sono ispirato a questi appunti per scrivere la parte sull’Argentina del Karma del Gorilla. E’ stato scritto di getto, tra una pausa e l’altra di un piccolo tour argentino del 2003, e mai corretto.

PRIMO GIORNO
E’ partito per l’Argentina. Per modo di dire. Dopo sei ore di viaggio, è ancora a seicento chilometri da Milano. E’ uscito un po’ in anticipo da casa, perché i viaggi lo rendono ansioso, e si è presentato al check-in tre ore prima dell’imbarco per Roma. In aereo si è accorto che non ha messo in valigia niente del corredo da turista. Niente macchina fotografica, niente Moleskine, niente melatonina, niente Lonely Planet comprata per l’occasione. Niente preservativi, anche. Non che speri in un’avventura erotica. O meglio, sperarci ci spera, ma non capiterà se qualcuna non gli si butta addosso. Non vuole sembrare un turista sessuale. Vorrebbe esserlo senza sembrarlo, regalare soldi e avere in cambio il regalo del sesso, non una volgare compravendita. Visto che è impossibile, spera nella botta di culo. Comprerà i preservativi a Fiumicino. Poi pensa che uno che viaggia solo e compra preservativi all’aeroporto è chiaro a che cosa mira. Rinuncia prima ancora di sbarcare. Se una donna gli salterà addosso, meglio che sia fornita di prodotti locali. A Roma altro check in, con una fila lunghissima allo sportello delle Aereolinas Argentinas. Un serpentone umano con valigie e colli avvolti di plastica. Per lui che misura anche il bagaglio a mano, è uno schiaffo morale. Riesce ad avere un posto corridoio facendo il tenerone con l’addetta. L’arrivo e’ previsto per le sette del mattino, ora locale. Quindici ore di viaggio con le ginocchia in bocca da classe economica. “Una dormitina e passa tutto”, dice la hostess con un gradevole accento sudamericano. “Eh già!”, risponde lui, pensando vaffanculo. E’ ancora a Roma e si è già perso. Infila le porte sbagliate, è in ansia per la marca da bollo sul passaporto, teme sempre di aver perso il volo e si tranquillizza solo se qualcuno seduto vicino a lui nella sala d’aspetto ha il suo stesso biglietto. Allora ne copia i movimenti, stando ben attento a non farsi scoprire. Non vuole qualcuno con cui chiacchierare, ha orrore dell’idea di un compagno di viaggio che attacchi bottone. Per evitare un chiacchierone, è disponibile a sedersi su un sedile sporco di forfora. Passa il metal detector dopo un blocco di venti minuti dovuto a un giapponese con due involti lunghi e sospetti. Alla fine Sandrone gli passa davanti e sbircia nei monitor a raggi x. Negli involti ci sono due crocifissi di metallo e gli addetti si grattano la pera indecisi se siano o meno un’arma contundente. Altre ore d’attesa, altre passeggiate tra i negozi. Il lato internazionale di Fiumicino, il C., e per trovarlo bisogna seguire le indicazioni per il B, così gli ha detto un poliziotto, è un lungo corridoio dove si può compare o mangiare il peggio di quanto viene prodotto in Italia. Cioccolato, vino, formaggio, tutto da esportazione e/o regalo. Scarta il ristorante Ciao Roma e Piazza Italia, si siede in un simil pub inglese, il Duck&Dog, di fronte a un negozio Valleverde con il faccione di Kevin Costner. Mangia una bruschetta con mozzarella e funghi trifolati, bevendo una birra tedesca e ascoltando Barry White che canta Lets the music play. Roba da overdose culturale, se il Gorilla ci badasse, ma il Gorilla pensa solo ai soldi che sta spendendo e al fatto che il bicchiere puzza di cane bagnato. Pensa anche che non ha senso mangiare, visto che non farà altro tutto il viaggio. E bere. Ma l’attesa, oltre che il viaggio, gli danno la fame nervosa. Ci penserà il Socio a fare la dieta. Ci mette venti minuti per pagare perché le due cameriere, vestite con una divisa che è un incrocio tra la cicciona tirolese e la hostess, litigano in romanesco su quale cd infilare dopo quello del nero in bianco. Vince Adriano Pappalardo, ripescato dall’Isola dei Famosi. Il Gorilla si allontana dal pub seguendo le indicazioni che penzolano dal soffitto. Quando mancano, o sono ambigue, si ferma dubbioso e torna indietro di qualche passo, per controllare che non ci sia un corridoio nascosto che guarda caso arriva proprio al suo aereo. No. L’uscita C23 si raggiunge con un mini shuttle. Una scritta in led rossi avvisa che lo shuttle passa ogni due minuti, o a destra, o a sinistra. Arriva a sinistra, il Gorilla controlla che tutti i compagni di viaggio vadano nella stessa direzione. Non si sa mai, potrebbe aver capito male. Magari quello che arriva a sinistra corre per tutta Roma ed è impossibile tornare indietro. Una voce avvisa di tenersi indietro, che è prossima l’apertura delle porte. Il Gorilla si aspetta una sbuffo pneumatico e un’esplosione di lembi metallici e taglienti. Invece, le porte scivolano lentissime, al decimo della velocità di qualsiasi metropolitana dove sia mai salito. E nelle metropolitane non ci sono avvisi. Dentro, la voce invita a scostarsi, che le porte si stanno chiudendo. Un altro lento scivolare. Poi lo shuttle, che sembra proprio una metropolitana bassa e squadrata (nel suo vagone hanno strappato anche uno dei sedili, e adesso pendono brandelli metallici dei sostegni), accelera morbido. Base Luna, pensa il Gorilla Il nuovo approdo è identico al precedente, solo che puzza di lasagne, e i gate sono disegnati a curve morbide. Di nuovo negozi, con marche che il Gorilla vede solo quando parte, come il prosciutto al pepe degli autogrill, e televisioni che mandano il Maresciallo Rocca. Il Gorilla si siede su una panca arancione, spazzando con la mano avanzi di noccioline americane, e immagina un mondo parallelo dove ci sia la par condicio tra guardie e ladri. Allora ci sarebbero i telefilm del Ladro Rocca, e il Ladro Colombo. Aspetta. Chiamano il suo volo in orario. Si mette in coda pensando che è troppo tardi per scappare.

SECONDO GIORNO
Alla fine è questo un viaggio intercontinentale, la variante su ali di una gita in torpedone per il santuario di qualche madonna. Le stesse vecchiette imbarazzate, lo stesso odore di piedi, scoregge e panini al salame. Allacciandosi la cintura, el cinturon, scopre che è marcata Aereolines Philippines, e il Gorilla pensa che non sia particolarmente incoraggiante. S’immagina il Jumbo messo insieme con pezzi spurii di vari paesi e continenti, che non parlano neanche la stessa lingua. Però l’aereo decolla ugualmente, pieno come un uovo. Lo schermo proietta gli orari di volo e l’altitudine, alternandola con un disegnino dell’aereo che arranca su una rotta che attraversa metà del mondo. Poco incoraggiante. Il suo compagno di sedile è un argentino che lavora in Italia come portiere di notte, e dopo cinque minuti gli fa già vedere le foto delle figlie lasciate in città e gli spiega per filo e per segno dove vive. E gli spiega, anche, la differenza tra lo spagnolo e il castigliano locale. Coger, per esempio, che in spagnolo è il verbo prendere che si usa per i mezzi pubblici, coger il bus, in Argentina si usa per fottere. L’argentino ride, il Gorilla, cui della lingua importa un cazzo, pensa a quanto sarebbe bello se esistesse la presa vulcaniana. Intanto impara il trucco per sopravvivere a un viaggio di quindici ore: bere come una spugna. Si fa due bottigliette di vino, due birre, due whisky. In stato di stupore alcolico guarda il film della classe turistica, The League of the extraordinary Gentlemen. Una vera cazzata. Si addormenta mentre Sean Connery prende a fucilate mister Hide. Si sveglia che è giorno. Il Socio ha riempito di appunti il retro di un depliant. Parole castigliane con l’esatta pronuncia in alfabeto fonetico. Il vicino di posto non ha più voglia di parlare, è stato spremuto come un limone per tutta la notte. D’ora in poi baderà bene ad attaccare bottone con gli italiani sperduti. C’è maretta sull’aereo. Anche se il segnale delle cinture è acceso, un sacco di passeggeri delle file centrali si alzano per guardare dai finestrini laterali. Spuntano macchine fotografiche e cineprese. Il Gorilla butta un occhio dal suo lato. Non capisce cosa sia la massa scura sotto di lui, poi distingue le anse e il mare in lontananza. E’ il Rio de La Plata. Per un attimo il Gorilla ci si perde, quasi contento di essere partito. Poi atterrano. Di Buenos Aires sente solo l’odore, perchè all’arrivo già deve prendere un altro aereo. Il portiere di notte gli fa da guida non richiesta all’aeroporto e il Gorilla scopre che la sua valigia non è mai stata imbarcata per Cordoba, meta finale, ma attende la mano del padrone in qualche antro della dogana. Motivi di sicurezza. Alla partenza della coincidenza manca meno di un’ora. Il Gorilla corre a recuperare il suo enorme trolley semivuoto, portato con la speranza di riempirlo di souvenir a poco prezzo. Correrebbe, anzi, perché tra lui e la dogana c’è il muro invalicabile di un milione di turisti di ritorno. Tutti argentini, quasi tutti vecchi, che formano una fila compatta davanti agli ufficiali della migra. Gli unici che scivolano veloci sono quelli in carrozzina – quanti sono? – spinti avanti dagli steward che arrotondano lo stipendio scarso con l’azione umanitaria pagata in nero. Il Gorilla cerca di infiltrarsi nella fila dei diplomatici, vuota, con l’addetto che sembra annoiarsi, ma ovviamente viene respinto. Attende. Passa la barriera che è già ora di imbarcarsi, corre a prendere la valigia ai nastri, scopre di dover fare il check in da capo, e per fare il check in deve passare ancora la dogana. E’ una corsia detta Pista Verde, teoricamente veloce, per i voli interni. Quando arriva un passeggero, l’addetto alla sicurezza preme un bottone sul muro. Se si accende una luce verde il passeggero può passare e tanti saluti, se si accende quella rossa, torna al controllo bagagli. Al Gorilla si accende la luce rossa, torna al controllo bagagli. Finalmente riesce a liberarsi dal loop doganale e imbarca di nuovo la valigia, poi corre al terminal dei voli interni. Che non è lo stesso dei voli internazionali. E’ fuori, gli spiegano le guardie, un fuori generico. Il Gorilla corre all’esterno e segue indicazioni troppo rade per dargli sicurezza. Un enorme edificio grigio, con un sacco di bandiere. Il Gorilla ci si infila, salutato militarmente da una ragazza in divisa da aviere. I due si guardano: qualcosa non va. Infatti. E’ l’aeroporto militare ed è in corso una riunione di qualche natura, con un sacco di gente che va e che viene, quasi tutta in divisa, con valigetta diplomatica. La valigetta con i panini del Gorilla è stata fraintesa. La milite lo indirizza al gate giusto, mezzo chilometro più in là. Il Gorilla corre pensando che non gli piacerebbe rimanere a Buenos Aires senza contatti, senza albergo e senza sapere come avvertire chi lo sta aspettando a novecento chilometri di distanza. I voli interni partono da un gate che sembra una stazione di periferia, senza indicazioni luminose o cartelli meccanici per indicare i voli. Chiede, gli indicano il pulmino che lo porterà all’aereo. Sale. Il pulmino è vuoto. Gli altri passeggeri sono bloccati in dogana. Con le nuove disposizioni di sicurezza i passeggeri in transito ritardano in media di mezz’ora. L’autista, che fuma con i piedi sul volante, si chiede come abbia fatto quel gringo vestito di nero a cavarsela così in fretta. Il gringo si fa passare il fiatone seduto su un sedile umido, decorato a fiorelloni. A Cordoba lo recupera LV. LV è un personaggio da raccontare. Ha i capelli bianchi di un direttore di lager e l’accento tedesco, ma è di Bologna. Si è trasformato durante i lustri passati come addetto culturale italiano, è un mutante d’ambasciata. Occhiali, maglietta a righe, è un borbottio ininterrotto di pensieri dati alla luce, di monologhi interiori mascherati da dialogo. Sessant’anni e rotti, una inspiegabile passione per il romanzo poliziesco. Però ha smesso di aggiornarsi nel 1989. Parla di autori morti e sepolti senza gloria come fari della cultura, cita giornalisti e critici dimenticati come luminari. Elenca bibliografie di editori mai sentiti, adora una fantomatica scuola di Trieste del giallo, considera Laura Grimaldi una della nuova generazione. Mentre guida verso la città rivela il grande segreto. E’ uno strutturalista. Pentito però. Il Gorilla non si preoccupi. Il Gorilla, che lo strutturalismo l’ha sentito citare solo nelle canzoni di Guccini, si distrae con il paesaggio, sul quale vorrebbe informazioni che il suo ospite non gli fornisce. Tra l’aeroporto di Cordoba e la città c’è un’avenida enorme, con tutto il sapore del Sudamerica da cartolina. Cioè sembra il lungomare di Gabicce, senza il mare e molto più lungo, negozi, bar e alberghi. Ci sono quasi trenta gradi, nel suo cappotto nero il Gorilla suda. Il suo albergo è il Windsor, dove rimane giusto il tempo per scoprire che non c’è il canale porno. Il minibar sì, però, e decide di mantenere il tasso alcolico come cura per il jet lag. Beve un whisky locale, economico ma decente, poi usa il bagno. Piccolo incidente quando cerca di farsi un bidet. L’acqua schizza fino al soffitto. Lo zampillo è tipo fontana, parte dal centro del sanitario verso l’alto con una notevole pressione. Il Gorilla pensa di lasciarlo così, come una fontana da camera, poi desiste e cerca di usarlo per lo scopo proprio, ma senza riuscirci. Il pranzo è a casa di V. nella zona universitaria della città. Ci vivono circa centomila studenti, dividendosi appartamenti e casette tipo monofamiliare. Un quartiere di giovani che cammina, chiacchiera, amoreggia in mezzo alla strada. Grandi feste di notte, un sacco di verde. V. vive in una torre di dieci piani, con ascensore per le automobili e portiere in divisa da portiere, che in Argentina consiste in camicia bianca con maniche arrotolate, cravatta e pantaloni neri. Portieri vestiti così li trovi davanti agli alberghi, davanti alle case, davanti a tutto quello che merita una sorveglianza o vale una mancia. La torre si chiama Ludovico III. Gli architetti danno un nome alle loro opere più significative e le numerano. L’appartamento di V. è all’ottavo piano, cui si giunge con ascensore privato dotato di codice segreto. Trecento metri quadri, un balcone che corre tutto attorno con vista su una macchia di verde che confina con la residenza del governatore. Valore dell’affitto quattrocento euro, la svalutazione aiuta il gringo. I due vuotano una bottiglia di chardonnet locale, piuttosto buono. La colf argentina prepara il pranzo. All’italiana, assicura V., con pasta di grano duro importata direttamente. Al Gorilla si piegano le orecchie, lo spaghetto all’estero gli fa molto viaggiatore italiota, mentre lui recita sempre da uomo di mondo. Si siedono a tavola, servizio buono con posate d’argento. V. racconta l’esoterismo del suo lavoro, di cui si fatica a capire lo scopo. Lingua italiana per i figli degli immigrati italiani, per esempio. Non corsi professionali o di inserimento, e neanche di lingua locale. Ci manca che insegnino anche a fare la pizza e a cantare la sceneggiata. In attesa che la serva scodelli la pasta, V. mostra un po’ dei depliant culturali che ha fatto di suo pugno e distribuisce nelle scuole, qualcosa che nella grafica e nel contenuto sembra un ciclostile degli Anni settanta per gli asili popolari. Senza politica, sia chiaro, ma con tanti disegni di glorie locali come Tex Willer. Poi foto di bambini con la bandiera italiana, storie vere di famiglie separate dall’immigrazione. V. fa velatamente capire che per il Governo gli immigrati all’estero sono serbatoi di voti, occorre tenerli legati alla madrepatria. E via con i corsi sul giallo e su Tiramolla. Il Gorilla, che si sente coinvolto in quella puttanata, s’incupisce. Per fortuna arrivano i maccheroni rosa shocking. Ecco la ricetta. Si fanno bollire le barbabietole, poi si trasformano in purè, si aggiunge formaggio (tipo quello pressofuso con la carta rossa che viene affettato per i toast) e panna acida. Voilà il sugo all’italiana. Italiano coma la pizza con le polpette a forma di Topolino. Il Gorilla si chiede da quanti anni V. non metta piede in patria. Fanno fuori due bottiglie di vino, V. comincia a traballare. Spiega che il suo sogno è andare in pensione e trasferirsi a Punta Este con la moglie, dove sta comprando una villa. L’ex rifugio dei faccendieri sudamericani e dei papponi sta diventando un grande ospizio a cielo aperto, con i vecchi che prendono il calduccio in lunghe file davanti al mare. Vecchi con il grano, infermiere: Ballard ci scriverebbe un libro. O forse lo farà il Gorilla, quando dovrà scappare dall’Italia e rifugiarsi all’estero. V. ormai parla a ruota libera dei cazzi suoi. Sta con la sua signora da trent’anni, praticamente fedele, nonostante le mille bellezze che circolano in Argentina. Mica è come il suo collega C. C. dopo due mesi a Cordoba ha mollato la moglie e ha cominciato a girare con ventenni bellissime e magrissime. E se le scopa pure, e se le chiava, e se le scopa, assicura V. Una volta erano vicini d’albergo e ha sentito C. gemere tutta la notte. E che rumore faceva. E quanto ci dava. Un lieve filo di bava gli inumidisce il labbro, il Gorilla allontana la sedia. Finalmente V. lo lascia andare, e il Gorilla parte arzillo a vedere Cordoba. E a fare shopping contando sulla forza dell’Euro. Si era spaventato per i prezzi esagerati, poi ha capito che il simbolo del dollaro è in realtà lo stesso del peso, e adesso non c’è più la parità. Ci vogliono tre pesos e mezzo per fare un euro, si può andare alla grande. Se si trova qualcosa da comprare. E sembra difficile. La Cordoba dei negozi sembra divisa per incubi. L’incubo Marzotto, viali e viali con solo negozi di vestiti. Prezzi bassi e qualità cattiva, per quanto possa capirne uno che ha bisogno di consigli anche per i pedalini. Marche diverse, dal giovane all’elegante, e telerie, e negozi di cappelli, e lenzuola. Poi, dieci viali più in là, arriva l’incubo Aiazzone. Solo negozi di mobili, mobili e suppellettili. Visti i prezzi, non c’è bisogno dell’Ikea. Poi l’incubo Moira Orfei. Solo negozi di animali. Decine, in vetrina gabbie e scatole trasparenti, tutte vuote. Le guarda tutte schiacciando il naso, sperando di vedere qualche cucciolo carino, ma solo in uno solo riesce a scorgere qualcosa di vivo, un pappagallo vecchio e bizzoso in una voliera enorme, grande come un armadio a quattro ante. Il pappagallo rifiuta qualsiasi contatto, continua a spulciarsi. Tra un negozio e l’altro, telerie, mobili e animali che sia, ci sono però due presenze costanti. Baracchini che vendono sigarette, birre e fotocopie ( bel mix), e Internet cafè. Gli internet cafè, i locutorios, sono infiniti. Per un peso e mezzo, fate voi il calcolo, si può navigare un’ora e ti danno anche il caffè gratis. Il Gorilla scarica la posta e cerca di attaccare bottone con una telefonista carina con i parenti in Piemonte poi, leggermente oberato dal nuovo e dal consumo, decide di fare acquisti a tutti i costi. Prima si compra un panama. Trenta Pesos. Un perfetto esempio di artigianato locale, con paglia e midollino. Lo tiene in testa fino a quando scopre l’etichetta: made in china. Poi libri. Il primo è un impulso doloroso. Amor Y Anarchia, la vita urgente di Soledad Rosa. Il Gorilla Soledad la conosceva di striscio. Argentina, anarchica, finita in mezzo agli arresti del cazzo a Torino nel 1998 per gli attentati all’alta velocità della prima ondata, poi suicida come il fidanzato. Adesso tutti riconoscono che era innocente, ovviamente, ma tanto importa solo ai centri sociali torinesi e ai punkabbestia. Poi due fumetti di Oesterheld. Oesterheld è quello che a inventato l’Eternauta e Mort Cinder, il viaggiatore del tempo. Poi ha scritto di un’invasione aliena contro gli sfigati della Terra, con le nazioni ricche che si alleano con gli extraterrestri per sfruttare il sud del mondo. Una storia strana, a ben vedere, e non sapremo mai come andrà a finire perché sono arrivati i militari veri a far sparire l’autore. Nel 1977, insieme alle quattro figlie. I loro corpi non sono mai stati ritrovati. I suoi lavori sì, però, grazie al disegnatore Alberto Breccia che li ha seppelliti in giardino fino alla democrazia. Cioè a questa cosa qui. Il Gorilla si siede a un tavolino e beve una birra con il libro di Soledad davanti, che nella foto ha le manette e manda a fare in culo il fotografo bella allegra. Il Gorilla sente qualcosa dentro che preferisce non sentire, in questi casi, perciò finisce la birra e si addormenta. Il Socio mette via il libro e decide che qualcosa non quadra. Quello che ha visto sino a quel momento non ha niente a che fare con l’Argentina di cui ha letto sui giornali, l’Argentina della crisi e dei morti di fame, dei pataccones. Qui sembra una succursale di Milano, le stesse vie e la stessa gente. Attacca bottone con il cameriere, è l’unico cliente e può dedicargli del tempo. Il cameriere è affabile e preciso. Apre una cartina davanti al naso del socio. “Questo” e indica, “è il centro di Cordoba. Qui non si vede nada, tutto a posto. Ma sai quanti abitanti ha Cordoba?” “Un milione e duecentomila”, risponde il Socio, che ha studiato. “Bravo gringo. Un terzo di quelli, qui non ce li incontri. Vivono nelle “Villa Miseria”, quartieri di periferia. Lì la gente non ha più niente. Se ci entri di notte, ti sparano o ti rubano tutto”. “Ci starò alla larga” dice il Socio. “Però, qui non vedi neanche i country” dice il cameriere. “Che sono il contrario delle Villas Miseria” Poi spiega al Socio che i country sono l’ultima moda per quelli che ancora possono pagare. Sono quartieri chiusi e protetti, per entrare devi passare la sorveglianza e dichiarare da chi vai in visita. I più belli hanno tutto all’interno, dai negozi al club sportivo, altri sono solo condomini ammassati e chiusi, barrios protetti. Il Socio decide che è lì che vuole andare a vedere, quando tornerà da Mendoza. Perché Mendoza è la meta del giorno dopo, il centro della produzione vinicola di tutta l’Argentina. Il Gorilla sarà contento.

TERZO GIORNO
Per la prima volta da molto tempo il Gorilla ha un incubo. Un attacco di claustrofobia. Il Gorilla sogna di dover fare il viaggio di ritorno in una scatola di metallo che lo stringe. Mentre si dibatte per riemergere, il Gorilla pensa veramente che non può farcela, che rimarrà bloccato a undicimila chilometri da casa. Poi si sveglia, sudato. E’ alla scrivania, dove il Socio stava prendendo appunti. Deve aver sentito l’agitazione del Gorilla dentro di sé, e averla ritenuta troppo sgradevole da sopportare. Adesso dorme tranquillo, senza incubi e, forse, senza sogni.Il Gorilla immerge la faccia nel lavandino pieno di acqua fredda. Ha ancora il senso di soffocamento. L’ha provato, in passato, più volte di quanto ammetta. E’ successo anche in galera, a Civitavecchia, quando lo avevano preso per la manifestazione contro la centrale nucleare di Montalto di Castro, nell’86. Il Gorilla aveva retto, quasi divertendosi, i quattro giorni di isolamento, ma quando si era ritrovato in una cella da cinque, grande come uno sgabuzzino ma più stipata, aveva sentito tutto il peso della gabbia. Di nascosto dai suoi compagni di cella, alle due di notte aveva aperto la finestra e aveva attaccato la faccia alle sbarre per cercare aria. Le sbarre davano su altre sbarre, non c’era vista dall’esterno. La luce della luna arrivava da una feritoia in alto che il prigioniero non poteva guardare direttamente. Premuto con la bocca sulla fessura, il Gorilla aveva pensato di crollare lì, dare fuori di matto, perdere qualsiasi dignità. Poteva trasformarsi in uno di quei galeani che gridavano, o piangevano, o parlavano da soli, le cui voci sentiva rimbombare lungo i corridoi, rimbalzando sulle pareti dipinte di verde e grigio, tutto il giorno e tutta la notte. Soprattutto la notte. Poi i polmoni del Gorilla si erano aperti, aveva ricominciato a respirare. La crisi era passata, era tornato in branda. Anche adesso i suoi polmoni si allargano. Respira e le sue paure gli sembrano ridicole, da vecchia zia. Torna alla scrivania. Gli appunti del Socio seguono le sue nuove ossessioni argentine. Il Socio è affascinato dalle scomparse. Vuole saperne di più su Gardel, l’idolo, di cui aveva visto una fotografia sulla copertina di un settimanale. Gardel era bellissimo, non si sapeva se fosse nato in Francia o in Cile da madre francese, aveva cantato il tango facendo innamorare uomini e donne. Poi era scomparso volando con un aereo privato in Bolivia, nel 1932. Aveva cinquant’anni, il suo corpo è bruciato nell’esplosione, o forse è sparito. A lungo in tutto il Sud America le sue fotografie sono rimaste appiccicate sui cruscotti dei collectivos. Nel caso che qualcuno lo vedesse, per indicargli la via di casa. In molti lo credono ancora vivo e centenario, Martin Mystere lo ha fatto approdare tra i maya. E’ un semidio della musica, di quelli che indicano la via tra la terra e il cielo, e lì rimangono sospesi. Un’altra scomparsa che affascina il Socio è quella del dottor Favaloro. Un medico argentino, di origine siciliana, inventore del bypass. Aveva creato una fondazione per aiutare chi non aveva i soldi per l’operazione. Favaloro si è ucciso nel 2000, quando il Governo gli ha tagliato i fondi. Depresso, hanno scritto i giornali. Adesso lo sarebbe anche di più, perché in Argentina stanno sparendo anche i bypass. Il Pami, il servizio di assistenza, è in bancarotta totale. Gli ospedali ci sono ancora e si assicura il normale funzionamento, anche se le ambulanze non si spingono mai dentro le baraccopoli a raccogliere i feriti, e i servizi specialistici sono un lusso per pochi. Quando fai domanda per un bypass, il Pami lascia passare più tempo possibile prima di rispondere, così che il paziente muoia prima. Pami è anche il soprannome dei vecchi, che adesso hanno la pensione decurtata del 70 percento. Il Gorilla comincia a fare la valigia. Nuovo giorno, nuovo viaggio. Lascia l’albergo di Cordoba, al quale tornerà il giorno dopo, per una puntata a Mendoza, a 900 e rotti chilometri. Mendoza è la città del vino, e il vino argentino ha poco da invidiare a quello italiano. Ci sono cantine dappertutto, e vigne, irrigate con un sistema di canali artificiali molto sofisticato. I mendozini, o come si chiamano, sono molto orgogliosi dei loro alberi, di come riescono a farli crescere sani in una regione dove non piove praticamente mai. Adesso sono otto mesi che non piove, ma è piena di verde vista dall’alto, dal finestrino del piccolo aereo del volo interno. Il Gorilla viaggia accanto al suo abituale accompagnatore, il crucco bolognese V., ora in fase depressiva. Il ministero gli ha detto che deve organizzare la tournè argentina di Iva Zanicchi, ed è appena reduce da quella, tanto fallimentare quanto sponsorizzata, di Amedeo Minghi. Il ministero estero della cultura è ormai un’imbarazzante ufficio eventi per i marchettoni del governo, per gli amici degli amici. Il Gorilla lo spaventa fingendo di aver letto di un viaggio argentino di Massimo Apicella, il posteggiatore canterino. V. ci crede e suda fino a quando il Gorilla ammette lo scherzo. Sempre che lo sia davvero. Di Mendoza, come il solito, il Gorilla vede poco. Un’altra grande strada che unisce l’aeroporto alla città, con negozi e case monofamiliari a un piano, il grande parco Gerneral San Martin con mille piante diverse – tra le quali il Palo Borracho, una specie di olmo ciccione- , poi l’università di Cuyo, una delle più importante dopo quella di Cordoba (Cuyo, si pronuncia come il cane di Stephen King, è la regione). L’università è una vera cittadella, con il campus degli studenti e gli edifici delle varie facoltà. Unico neo, è attaccata a una villa miseria, case basse in mattoni e creta cruda, molto simili ai pueblos dei film western. La decana della facoltà di lingue spiega al Gorilla che l’università finanzia regolarmente il reinserimento degli abitanti della villa miseria in case pagate dal comune, in città, ma le baracche si riempiono di nuovo nel giro di pochi mesi. E si ricomincia da capo. Dentro la facoltà viene accolto da lettrici d’italiano e decani vari, di cui fatica a capire gradi e responsabilità. Poi c’è il dibattito, le domande sulla filosofia del male che non capirebbe in italiano figurarsi in castigliano, le foto ricordo. La facoltà lo colpisce per quanto è linda e pulita. Non c’è una scritta sul muro, un tadzebao, un volantino. Potrebbe essere un seminario di gesuiti. Girano un sacco di fotocopie. Con la svalutazione del peso, i prezzi dei libri, quasi tutti importati dalla Spagna, è come si fossero triplicati. Le fotocopie si fanno ovunque, anche in farmacia, e costano pochissimo. Le università danno le fotocopie gratis agli studenti, nessun docente protesta come farebbe da noi. In compenso, le tipografie argentine stanno diventando molto convenienti per gli editori esteri. In molti sperano in una rinascita dell’editoria locale, grazie a questo. Mentre V. e i professori chiacchierano sotto il porticato, il Gorilla segue come una falena il suono di una musica lontana di tamburi e grida. Viene da un altro edificio della facoltà, quello di Scienze Sociali, l’equivalente del nostro Scienze Politiche. Al terzo piano, in uno stanzone di cento metri quadrati, stanno stipati centinaia di studenti che agitano bandiere e gridano a ritmo. Difficile dire quello che sta succedendo. Una manifestazione non è, e neanche una festa. Il Gorilla becca un tizio simpatico, uno studente assai fuori corso, con la barba nera e lunga e la maglietta di un gruppo musicale. Sembra Zulu dei 99 posse. Zulu, di cui non capisce il nome, spiega al gringo che in quel momento si stanno scrutinando i voti per le elezioni dei rappresentanti degli studenti. Si sono presentati dieci gruppi diversi, tutti di sinistra, e il combattimento è serrato. A quanto pare, il potere dei rappresentati degli studenti è reale, lo dividono con i rappresentanti dei professori e dei laureati. Visto che sono tutti di sinistra, Zulu spiega, il clima è comunque festoso, con tifo da calcio e grandi risate. Ricordando gli scazzi tra i gruppi italiani, che si menavano anche sulle virgole di Mao, il Gorilla non può che apprezzare. Già che c’è, Zulù lo invita alla festa post elezioni, in un locale alternativo che si chiama Brahma, nel quartiere spagnolo. Il Gorilla accetta e inventa una scusa per sganciarsi dopo la cena ufficiale, con decani, professori e compagnia bella. La cena è in un ristorante di pesce, in onore delle tendenze non carnivore del nostro. A pranzo gli era toccato un orrido locale di cucina italiana, sul quale è meglio stendere un pietoso velo. Anzi no, vanno comunque nominate le divise dei camerieri, un incrocio tra quelle dei carabinieri e quella di Bernardo, il servo muto di zorro. Comunque, a cena gli va meglio, anche se a forza di mangiare e bere in quei giorni sta diventando gonfio come una palla. A tavola chiacchiera con la preside della facoltà di italiano, napoletana in odor di pensione. Con lei, il Gorilla ritrova un filo rosso, quello di Maria Soledad, che per Assuntina è un ricordo dolente. E’ stata la preside a fornire alla polizia le registrazioni universitarie di Soledad, registrazioni che provavano come Soledad fosse in Argentina quando sono esplose le bombe ai cantieri del Tav. Peccato che a quel punto Soledad si fosse ammazzata già da un pezzo. Veniva da una buona famiglia, che adesso, forse, farà causa allo stato italiano. Se avranno bisogno di un investigatore senza licenza, il Gorilla è disponibile anche gratis. Dopo cena, il Gorilla riesce a schiodarsi e comincia la ricerca del Brahama, che sembra essere un caffè, o un locale, che nessuno conosce. Gira per un’ora, a piedi, seguendo le vaghe indicazioni che gli ha dato Zulù. Alla fine prende un taxi che lo scodella a un metro dal suo albergo. Il Brahama è lì, ed è uno dei locali più scalcinati dove il Gorilla abbia mai messo piede. Dei tavoli rimane solo lo scheletro di metallo con residui di legno penzoloni, le sedie non hanno schienale e qualche volta neppure sedile, i muri cadono a pezzi. Però, nell’insieme, si respira un clima piacevole, da centro sociale di quartiere. Anche la musica è buona, mista rock, e arriva dagli mp3 di un computer, scassato quanto i tavolini, collegato all’impianto dal bancone delle birre. Seduti ai tavolini solo ragazzi, chiaramente studenti, tranquilli. Il Gorilla beve un paio di birre con il timore che qualcuno dei ragazzi si alzi e gli chieda se è venuto a cercare suo figlio. Comincia a sentirsi un po’ a disagio, gli mancano i riferimenti. In quel locale alternativo, se alternativo è sul serio, i ragazzi sono un po’ troppo bravini. Nessuno che si faccia una canna, o discuta animatamente. Tutti chiacchierano a bassa voce o si tengono la mano. E poi non c’è traccia di politica. I muri sono pieni di scritte e graffiti, ma nessuno parla di qualcosa che non sia amore, figa o musica. Non una falce e martello, non un Che. Sentendosi un guardone di coppiette, il Gorilla finesce la terza birra, poi decide che la festa per le elezioni è stata rimandata. O forse il partito di Zulu non ha vinto e sono a casa con le orecchie basse. Comunque sia, è il primo pacco argentino. Porta fortuna.

QUARTO GIORNO
I giornali locali portano in prima pagina le manifestazioni dei piqueteros a Buenos Aires. Sembrano dei no-global, con i fazzoletti sulla faccia, ma sono invece i disoccupati organizzati, che stanno litigando con il governo per via dei sussidi di disoccupazione. Ieri, dicono i giornali, hanno tenuto in ostaggio per nove ore il Ministro del lavoro, impedendogli di salire in ufficio. La polizia non è intervenuta, ma il governo assicura che i responsabili saranno tutti duramente perseguiti. Il Gorilla legge tutto questo, poi guarda Cordoba, dove è tornato dopo i fasti di Mendoza, e non capisce come mai lì sia tutto così tranquillo. Cordoba è grande come Milano, ha un terzo della popolazione sotto il livello di povertà, ma non succede niente. Anche l’università, dove è passato a farsi un giro, sembra aliena dalla politica. Niente capannelli, giornali sui muri, volantini. Forse è vietato, forse essere uno studente oggi è talmente un privilegio che i ragazzi non vogliono rischiare di farsi espellere. In realtà, non sembrerebbe. La professoressa con cui parla si lamenta degli studenti fuori corso, che sono un sacco, e del tasso di nullafacenza dei suoi allievi. Si lamenta anche degli stipendi, già che c’è. Un professore di prima nomina guadagna sui quattrocento pesos il mese, che se erano pochi con la parità, adesso sono una miseria assoluta. Per starci dentro fanno doppi e tripli turni, lavorando anche dodici ore al giorno. Nessuno di loro può permettersi una casa in un barrio sicuro, o country club, come quello che il Gorilla va a visitare nel pomeriggio. Si chiama Jockey club, ed è uno dei più nuovi, costruito negli Anni settanta. Quattro chilometri quadrati di pelle bianca rinchiusa in una doppia barriera di filo spinato, tremila famiglie in altrettante casette disseminate tra i prati verdi del golf. Il Gorilla passa il controllo di sicurezza all’ingresso, due guardie private in una guardiola, che esaminano documenti e automobile, poi si aggira lungo la strada ad anello che fa da perimetro. Le case sono una diversa dall’altra. Vanno dall’orribile riproduzione della villa di Rossella O’Hara, ad ardite sperimentazioni postmorderne a forma di pezzi del domino, chiesetta di campagna, rustico monofamiliare, torre di vetro. Ogni casa ha la sua piscina, il suo pezzo di giardino all’inglese dove spruzzano innaffiatoi automatici. Nei campi e lungo il ciglio della strada giocano i bambini, molti biondi, o si rincorrono in bicicletta: la strada asfaltata ha continue strettoie per impedire che le automobili vadano troppo veloci e li travolgano. Sui prati giocatori di tutte le età lanciano palline in giro. Il Gorilla raggiunge il suo ospite, la moglie di un potentato italiano. E’ una signora rumena sulla cinquantina, che lo riceve in una villa tra le più decenti, in legno scuro, arredata all’interno con una mescola di stili da far accapponare la pelle: paraventi cinesi e tavoli simil Ikea. La signora, che parla con un gradevole accento difficile da identificare, offre al Gorilla una torta di ricotta, poi gli racconta la storia del Jockey. Fino agli anni Cinquanta, i country erano solo un club sportivo per i fazenderos, i latifondisti che sono ancora oggi il vero potere dell’Argentina, con i loro migliaia di chilometri quadrati di proprietà agricole circondate dal filo spinato, con le loro centinaia di migliaia di pecore che scorazzano libere, con i loro cavalli inglesi, gli unici che un gentiluomo deve possedere. Poi i fazenderos hanno capito che in quegli appezzamenti di terreno potevano costruire le case dei loro sogni, separate dal caos e dallo sporco della città. Protette, separate, pulite. Al Jockey è successo negli Anni Settanta. I proprietari hanno bonificato il terreno dove prima seppellivano i cavalli morti e lo hanno reso edificabile. Negli ultimi anni, i country sono diventati il sogno proibito della gente bene, accessibile solo alle fasce più alte, come i diplomatici della missione italiana e dei vari consolati che hanno sede a Cordoba. Per loro sono i posti più sicuri in Argentina, racconta la donna. “Certo, una volta si stava tranquilli anche a Buenos Aires, ma poi è cambiato tutto” dice. “E’ cambiato tutto con la crisi economica?”, chiede il Gorilla. “No, è cambiato tutto da quando non ci sono più i generali. I generali sapevano mantenere l’ordine”. Al Gorilla casca la mascella per terra. Ha presente la signora che cosa ha fatto il regime? La signora alza le spalle, indifferente. Il Gorilla raccoglie la mascella e decide di trovarsi in un film. Di quelli sull’Inghilterra coloniale, con Alec Guinnes che prende il te versato dai servitori indiani mentre fuori sta per scoppiare l’apocalisse. E lui che parte sta facendo? Preferisce non chiederselo. Mentalmente chiede scusa alle madri di piazza di Maggio, perché non sputa in faccia alla tipa e se ne va. Preferisce ascoltare, e poi fino al suo albergo sono troppi chilometri, a piedi. Per fortuna la potentata cambia argomento, e passa a parlare di investimenti immobiliari. Per il corpo diplomatico, evidentemente, comprare case in giro per il mondo è un’attività irrinunciabile. Lei e suo marito hanno una casa a Malta, tanto bellina e con barca, diversi ettari in Romania, dove la donna vorrebbe costruire l’equivalente di un country, una casa in Friuli, patria del marito, e via descrivendo. Poi si ferma. Il Gorilla vorrebbe fare un giro esplorativo? Certamente. Escono sotto il sole che adesso picchia oltre i trentacinque gradi. Mentre il Gorilla passeggia raccoglie un po’ di storie del country, scoprendo che sicuri, in fondo, non sono poi tanto. E’ un continuo sconfinamento di poveracci, furti e rapine. Un tizio ha avuto la villa vuotata nel cuore della notte, un anno prima. Un altro è stato affrontato da due uomini armati e mascherati mentre parcheggiava. I rapinatori lo hanno legato e gli hanno puntato una pistola alla testa, fino a quando la moglie non ha aperto la cassaforte e consegnato soldi e gioielli. Le guardie, avvisate via telefono dalla donna dopo la fuga dei rapinatori, sono arrivate mezz’ora dopo. Perché le guardie del Jockey di Cordoba, a differenza di altri country ancora più esclusivi (ce n’è uno con un autoblindo che pattuglia), sono disarmate, e in caso di assalto con fucili e pistole possono solo chiamare la polizia, che a volte interviene subito, a volte no. Dipende. In teoria, la funzione dei guardiani è preventiva. Stanno agli ingressi, osservano i monitor, e se vedono movimenti sospetti possono agire d’anticipo. Ma è difficile riuscirci, con sei chilometri di perimetro da sorvegliare, che da una parte confina con la tangenziale e altre case “non protette”, costruite a meno di tre metri dal confine. Di notte, entrare è facile. Camminando, il Gorilla passa davanti a un gruppo di muratori seduti all’ombra, ad aspettare il camion che li riporterà a casa. Sono tutti indios, e agli occhi stranieri del gorilla, sembrano abbastanza stanchi e infelici. Perché gli indios, nei country, ci entrano solo per fare i lavori pesanti. Sono i muratori, gli idraulici, i portinai, le bambinaie, le cuoche, i caddies. Fanno la spesa e lavano il culo ai padroni bianchi. Anche da noi è lo stesso, si potrebbe dire. In fondo, quello che in Argentina fanno gli indios, in Italia lo fanno i filippini, gli algerini, gli egiziani. Tutto giusto, non fosse che gli indios in Argentina ci sono arrivati qualche millennio prima della massa di cazzoni che gioca a golf tra i cadaveri. Il Gorilla ha un flash da film dell’orrore tipo Zombi, con i bianchi che urlano spaventati mentre migliaia di indios e straccioni delle villa miseria premono sulle reti di recinzione, le fanno saltare, poi cominciano a spaccare teste con i picconi, a scannare, a bruciare ville e casette. Il suo sguardo si incontra con quello impassibile di un muratore. Si chiede se stia pensando la stessa cosa.

QUINTO GIORNO
Cordoba. Merda. Quattro giorni e sono ancora solo a Cordoba. Il Gorilla lo pensa davanti all’ennesima mattina all’hotel Winston di via Buenos Aires, con la sua aria condizionata rugginosa, la colazione al dulche de leche, la vista sugli impianti di aspirazione delle cucine, il personale ossequioso che ti apre la porta quando entri e quando esci. Fosse almeno a Buenos Aires, e non in quella città di provincia, anche se una provincia grande come mezza Italia. Per fortuna che domani mattina c’è l’aereo per la capitale, poi domenica quello per casa. Il Gorilla si butta su letto a guardare i Power Rangers alla televisione, doppiati in spagnolo. Si addormenta mentre un uomo polipo attacca il Power Ranger dai capelli verdi. Il Socio si sveglia, spegne l’orrore televisivo e nonostante il caldo che ammazza già alle nove del mattino, cambia maglietta e jeans per un completo nero, con cravatta nera. Chiama un taxi. Il taxi si allontana dalla città, puntando verso la linea delle montagne. Sono le pre-Ande, se il termine si può utilizzare. Da quelle parti c’è Villa Bellgrano, un paese che sembra trasportato dalla Germania, con architetture tirolesi e abitanti biondi dagli occhi azzurri. E’ una enclave di tedeschi espatriati dopo la seconda guerra mondiale, come Bariloche, la città di Mengele, a duecento chilometri da Buenos Aires. Villa Bellgrano è stata fondata dai discendenti dei soldati nazisti dell’incrociatore Graff Spee, silurato dagli Alleati e naufragato su una costa del Rio della Plata. Fanno ancora l’Oktoberfest, ma le nuove generazioni non parlano più il tedesco, cancellato dalle scuole pubbliche e dal lento erodersi della cultura originaria. Il taxi corre. Il Socio chiede all’autista cosa siano quelle strisce bruciate che segnano l’asfalto ogni tanto, l’autista risponde che sono i segni dei piqueteros. Per bloccare il traffico tendono tra i due lati della strada delle matasse di filo elettrico e poi lo incendiano. Il fumo, grasso e nero, si vede a chilometri di distanza e zebra il percorso in modo indelebile. A quindici chilometri da Cordoba, il taxi si ferma. In quel punto, in uno spiazzo brullo tra due campi di soia, sorge un complesso largo quaranta ettari. Sono edifici bassi, in cemento, circondati da una doppia recinzione di filo spinato. Nel filo spinato passa la corrente elettrica, e un cartello avvisa del pericolo mortale che si corre toccando. L’ingresso del complesso è spostato qualche centinaio di metri dalla strada, protetto da un cancello e da una guardia armata di mitra. Il Socio chiede al tassista di fermarsi, paga la corsa e scende a piedi fino alla garitta. Mostra al soldato i documenti, il soldato annuisce e dice che lo stanno aspettando. Poi chiama un commilitone e fa dare al socio un passaggio con la jeep sino all’ingresso dell’edificio. L’ingresso è un enorme cancello elettrico. Dietro il cancello una decina di guardie disarmate. Davanti al cancello un cartello. Il cartello dice “Nuovo Carcere di Bove Padre Saint Martin”. Il Socio è riuscito ad avere un permesso di visita. Bel posto, adatto a lui. Il cancello si apre con uno scatto elettrico. A fare da cicerone è il direttore del carcere. E’ seguito da un vice, responsabile della sezione minorile, poi dal responsabile della sicurezza interna. Mano a mano che si scende di grado, il colore della pelle si fa più scuro. In fondo alla scala ci sono gli indios locali, mapuches e altri, considerati dai bravi bianchi inaffidabili e delinquenti. In molti vorrebbero la sterilizzazione di massa. Di quelli rimasti, visto che già ne hanno ammazzati un sacco. Ci sono paesi che prendono il nome da stragi indigeni, come Mattanza… Gli indios dell’Uruguay e del Cile, invece, sono considerati ottimi lavoratori. Sono loro che fanno i muratori ovunque. Poi ci sono gli scuri di origine andina, poi via via salendo sino ai chiari come il direttore. Il direttore, che porta una divisa tipo vigile urbano con le stellette, la stessa dei suoi colleghi, è una persona gentile e spiega di aver fatto due anni di specializzazione in scienza carceraria, o qualcosa del genere. La piccola delegazione arriva nella parte del complesso dedicata al personale, una cubotto di cemento con aria condizionata, a due piani. I corridoi finiscono sempre in piazzette rotonde, con al centro un cubo di cristallo con la guardia che apre le serrature elettriche dei cancelli. La sala riunioni possiede un lungo tavolo e finestre panoramiche. Qui il direttore spiega al Socio che nei quaranta ettari del complesso carcerario vivono 2200 prigionieri. In Italia starebbero in un decimo dello spazio, in un millesimo. I bracci sono quattro: minorile, giudiziario, penale normale e penale per i recidivi. I bracci hanno sia la sezione maschile che quella femminile. Il personale è di novanta persone, a turni di venti. Il Socio vuole fare un giro? Certo. Il direttore scorta l’ospite nella zona minorile, con le scuole (si è minori sino a ventun’ anni e si può studiare sino all’università, dentro), il teatro per le rappresentazioni, il parco giochi all’aperto per i figli dei prigionieri. Che non si facciano un’idea negativa della prigione, dice il direttore. Certo, risponde il Socio. Il Socio conosce l’insegnante d’informatica, una cicciona gentile, e incontra qualche lavorante, prigionieri con la pettorina gialla, liberi di muoversi all’interno del carcere. Studia il rapporto con le guardie, sembra tranquillo. Le guardie non urlano, i prigionieri non bestemmiano e non minacciano. Un carcere modello. Usciti dalla sezione minorile, il direttore mostra all’ospite la sezione medica, quella con lavanderia e cucina, il parlatorio per gli avvocati, stanzette separate da un vetro: da una parte il prigioniero, dall’altra l’avvocato, ci si parla via telefono. Alla fine è identica a una prigione statunitense, non fosse che non è affollata e il tasso di violenza sembra minimo. Il direttore assicura che il clima è buono e che lo strumento di coercizione più usato è quello della diminuzione delle visite coniugali. Visite coniugali? Bè, in Argentina i prigionieri possono scopare. Una volta alla settimana se fanno i bravi, una volta al mese se fanno i cattivi. Questo diminuisce di molto la tensione interna e, ovviamente, gli stupri omosessuali. Anche i rapporti con l’esterno sono molto più ampli che in Italia. Si può telefonare cinque minuti al giorno con un telefono pubblico. Le visite sono permesse una volta la settimana, venerdi’, sabato o domenica, in stanzoni con tavoli rotondi. Puoi mangiare con il tuo caro prigioniero e passare con lui tutta la giornata. Si entra alla mattina e si esce alla sera. La visita prosegue. Gorilla e guardie attraversano i corridoio segnati da ferite verticali per l’aerazione sino alla sezione, diciamo così, residenziale. Il Socio vuole vedere una cella? Ma certo. La cella è singola, sei metri quadrati, con letto, fornellino e cesso a vista. Di metallo monoblocco, identico a quello dei treni Etr. Forse li fa la stessa ditta. Il Socio cercherebbe l’etichetta se non temesse di mostrarsi troppo interessato. Dalla finestra, il Socio capisce che non si può vedere l’orizzonte. Una collina artificiale blocca lo sguardo. Su questo, tutto il mondo è paese. In galera non si vede il cielo. Il Socio ringrazia. E’ pronto a lasciare l’edificio. Il direttore tossicchia. Se vuole, dice, ci sono due italiani che sarebbero lieti di incontrarla. Sono prigionieri. Li hanno beccati con due borse con quindici chili di eroina. Condanna a otto anni, sconteranno la pena in Argentina, perché non ci sono ancora leggi per l’estradizione internazionale. Il Socio vuole? E’ un’opera buona. Il Socio acconsente. L’incontro avviene nella stessa stanza dove il direttore ha illustrato la galera all’ospite. Uno dei due prigionieri ha circa sessant’anni e ha la faccia da chi ne ha vissute di tutti i colori. Viene da Bagheria e il Socio pensa che probabilmente ha fatto il manovale della malavita sin da piccolo. L’altro è un giovane sulla trentina, con il baschetto e lo sguardo fisso. Non ti guarda mai in faccia, legge libri di filosofia e diritto e ha quasi dimenticato l’italiano. Inciampa spesso nelle parole, passa allo spagnolo senza accorgersene. Vogliono la revisione del processo, dice. Sono stati discriminati. Sono condannati per traffico internazionale, ma come è possibile se la polizia li ha beccati prima che passassero la frontiera? Tentato traffico non è traffico. Come tentato omicidio non è omicidio. Se ti sparo con una pistola, punta un dito verso il Socio, ma tu non muori, non è omicidio. Giusto. Il Socio concorda. Assicura che porterà il loro caso all’ambasciata. Li saluta La guardia lo accompagna fino al cancello, poi la solita jeep sino alla garitta. Il Socio chiede che gli si chiami un taxi, poi decide di fare una sorpesa al Gorilla, si addormenta con la schiena alla parete. Il Gorilla si sveglia con gli occhi pieni di galera, gli si rizzano i peli sul collo. Per la miseria, pure questo. Dell’Argentina sta vedendo proprio la merda. Dove cazzo è il tango? Il bandoneon? Dove sono i gauchos della pampa? Mentre aspetta il taxi il cielo si annuvola di colpo. Poi cominciano a scendere goccioloni enormi che gli si stampano sulla pelata. Quando arriva la macchina, piove che dio la manda, il Gorilla è fradicio. La grandine batte sulla macchina, il vento la scuote. L’autista, però, salta dalla gioia sul sedile scassato. Erano sei mesi che non pioveva. Che gusto, che lindo! Il Gorilla pensa che poteva aspettare ancora un po’. Si ferma una settimana in Argentina, mica una vita, si accontentava del sole. Ma forse a Buenos Aires fa bello. Appena arriva in albergo gli danno la notizia. Il temporale è diventato una tempesta e ha abbattuto una delle torri di controllo dell’aeroporto. Tutti i voli sono sospesi per due giorni.

SESTO GIORNO
Buenos Aires e’ una città implosa. Se non sei argentino non puoi capirla davvero, come il peronismo. Il Gorilla la attraversa su un taxi che percorre l’enorme tangenziale che parte dall’aeroporto Eze e sbocca nell’Avenida 9 luglio, la strada più grande del mondo. Ai lati della strada si alternano palazzi gotici, grattacieli di vetro (non molto alti) e Villas Miserias. Metà della popolazione della capitale federale dell’Argentina, diciotto milioni di persone, è disoccupata. Il ceto medio è andato a puttane con la crisi, le villas si sono espanse e continuano a crescere, alternandosi a quartieri poveri e ricchi. C’è differenza tra una villa miseria e un quartiere povero. Sembrano fatti uguali, baracche in mattoni nudi e recinzione, ma nei quartieri poveri puoi girare anche se non ci abiti, magari con un po’ di attenzione. Nelle villas miseria no. L’autista ci tiene a mettere in guardia il Gorilla. Il Gorilla è la faccia incredula di chi non è ancora certo di avercela fatta, di essere scappato dal buco nero fatto di università di periferia e ristoranti italiani. In tasca ha cinquecento dollari, dono dell’istituto di cultura per non meglio specificati servizi, il biglietto con l’indirizzo dell’albergo, in centro, quattro stelle che ne valgono tre, e un cestino di foglie di coca secche. Le foglie gliele ha regalate uno del consolato, come ricordo del Paese. Il Gorilla ha provato a masticarne un paio e non fanno un cazzo. Dovrà comunque farle fuori o regalarle prima di imbarcarsi per l’Italia. Non ci tiene ad andare a fare compagnia ai due italiani che ha conosciuto al supercarcere. L’ultima sera a Cordoba era stata di gala. Prima un incontro all’istituto di lingua italiana davanti a sei persone, con un programma al millimetro preparato da V. Ogni intervento doveva durare cinque minuti, precisi, alternando italiano e argentino. L’ospite d’onore era Juan Sasturain, uno scrittore di poliziesco metafisico, con il tipico aspetto del sudamericano di sinistra sulla sessantina: capelli e barba candidi, figura massiccia, sigaretta in bocca per la chiacchiera confidenziale. Sasturain ha scritto storie a fumetti con Oesterheld – Perramus, che aveva come protagonista Borges, santino nazionale insieme a Evita -, e tre gialli su un investigatore ottantenne. Adesso campa come periodista in un diario di ischierda. Scrive di calcio, un po’ come Soriano. Sasturain e il Gorilla avevano fatto subito amicizia. Dopo un’ora avevano già vuotato due bottiglie di vino ridendosela alle spalle di quelli del consolato. Hanno cantato a due voci Libertango di Astor Piazzolla pomporoporopom poporopopo, pomporoporopom poporopopo e non si capiva chi fosse l’ubriaco più molesto. Si sono scambiati libri, indirizzi e numeri di telefono e dovevano partire assieme per la capitale. Però Sasturain, preoccupato delle condizioni dell’aeroporto, aveva preferito prendere un autobus, nella notte fonda. Il Gorilla aveva invece rischiato, facendosi portare all’aeroporto e ficcandosi sull’unico aereo che partiva quella mattina per Buenos Aires, tra decine di voli cancellati per via della torre di controllo distrutta. Era corso sull’aereo d’emergenza, che raccoglieva tutti i viaggiatori rimasti a piedi, tra i quali un gruppetto di ebrei ortodossi che si guardava preoccupato per le condizioni del tempo. I posti non erano assegnati, c’era stato l’assalto alla diligenza. Il Gorilla si era conquistato un sedile al finestrino e aveva guardato la pista scorrere, poi Cordoba, mentre l’aereo decollava a singhiozzo colpito da raffiche di vento e grandine formato patata. Se sopravvive, pensava, questa la racconto. E’ sopravvissuto. L’autista lo scarica al Regente Palace, nel centro centro di Buenos Aires, a uno sputo dall’obelisco, tra negozi di pelle e negozi di scarpe, e night club e saloni di massaggio. Il regno della pugnetta e della marchetta. L’autista assicura che il portiere dell’albergo può procurare gatos, puttane, per modica cifra. Il Gorilla declina e si svacca in stanza. Fa un giro di canali guardando una puntata di Buffy l’ammazzavampiri con sottotitoli in castilliano (la Cazatrice), poi telefona a F. F. è una sua vecchia amica, e per un certo periodo, è stata anche un grande amore non corrisposto. Risale al 1990, periodo di Leoncavallo. Più vecchia di lui di un paio di anni, era partita subito dopo per tornare nella terra dei padri. Ha avuto il suo numero da Kix, che l’aveva incontrata a Baires durante uno dei suoi viaggi. Le ha scritto, sono d’accordo di sentirsi, la chiama. F. lo invita a casa sua, alla Boca, il quartiere genovese davanti al porto sul Rio de la Plata. Il Gorilla chiama un taxi sconcertando la portiera, che gli consiglia di far arrivare a domicilio la sua amica. La Boca non è per turisti soli, dice. Io non sono un turista, pensa il Gorilla. Io sono un gorilla. Quello che non mi ammazza mi fortifica, e se mi ammazzano ho finito di tribolare. E poi che lindo, essere accoppati su un marciapiede di Buenos Aires, la città della nostra cattiva coscienza. Anche il tassista gli sembra perplesso quando si infila nelle viuzze della zona portuale, con le case all’italiana, ricoperte di legno verde e le lunghe file di negozi chiusi e vuoti. Il tassista lo lascia su un portone graffitato, F. scende ad aprire. All’inizio hanno paura a guardarsi. Lei a lui sembra più piccola e davvero più vecchia, lui a lei sembra molto più grasso e stanco. Non si toccano quasi, mentre si danno il rituale bacio singolo sulla guancia degli argentini. Lei lo fa salire in casa e lo lascia solo mentre prepara un mate. Il Gorilla si guarda intorno. La casa è tanto enorme quanto distrutta. Duecento metri quadri di stanze una in fila con l’altra, con soffitti altissimi in parte soppalcati. I muri cascano a pezzi, come i mobili. Le pareti sono scrostate. Ovunque residui di saldatura, pezzi di metallo, cavi elettrici, ruggine, polvere di legno. F., spiega, adesso fa la scenografa per il cinema e il teatro (lavora con Solanas e altri nomi che il Gorilla non ha mai sentito), e a tempo perso scolpisce rottami con la fiamma ossidrica. A forma di animale, uccelli e serpenti. Due enormi bombole a ossigeno stanno a un lato del laboratorio, dove siedono a bere il mate. Che è finito e si è trasformato in un tè verde aspro. Il Gorilla regala le foglie di coca, che F. guarda stupita, come faremmo noi se un cinese venisse in Italia a regalarci la pasta Barilla. Poi racconta che sta tirando avanti da sei mesi con il sussidio di disoccupazione, trenta dollari al mese porca puttana, e che per due anni ha fatto un sacco di politica con i casseroleros, i piqueteros, i gruppi di base. Insieme con altri aveva occupato una banca per farci una street-radio e la sede di Indymedia, poi sono stati sgomberati. E’ passabilimente soddisfatta di Kirckner, il presidente argentino che tutti chiamano K, forse il meglio che poteva capitare. Peronista, naturalmente, ma molto diverso da Menem, che era un Peronista liberale. F. è allegra per la notizia del giorno: la fabbrica tessile Broockman, una delle più importanti del Paese, è stata data agli occupanti per decreto del Senato. In Argentina l’economia riparte dal basso, sono ormai duecento le fabbriche recuperade, cioè autogestite dagli operai. Non va sempre liscia, qualche volta la polizia sgombera, ma poi gli operai rioccupano, e producono roba migliore di quando lo facevano sotto padrone. Per esempio, adesso le ceramiche di una fabbrica recuperada non sono più decorate secondo i disegni di qualche stilista internazionale, ma portano le immagini tradizionali degli indios andini. E sono molto più belle, e la gente le compra anche per solidarietà, per condivisione culturale. Poi F. si alza: ti va di fare un giro? Certo, dice il Gorilla. E la guarda prepararsi, trovando nei movimenti di lei quello che conosceva e amava del suo corpo. Che di colpo gli torna perfettamente in mente, odore e sapore compresi. En passant, F. adesso sta con una ragazza di ventisette anni. Escono per la Boca. La via di F. è parallela alla riva. Dall’altra parte del porto una villa miseria, di quelle toste. F. c’è passata una volta sola e l’hanno rapinata con la pistola alla tempia, portandole via soldi e bicicletta. Pochi soldi e bicicletta scassata. Se vendevano la pistola tiravano su di più. Passeggiano lungo la Ricoleta. Le case da quel lato, dice F., sono tutte occupate. Sono una serie di case compresse l’una nell’altra come quelle delle Cinque Terre da noi, piene di fori e crepe. La maggior parte dei vetri è scomparsa o tenuto insieme con il nastro adesivo. Ogni tanto la polizia sgombera, ma poi la gente rioccupa. Non hanno altro posto dove andare, se non vogliono finire in una villa miseria. Una delle porte ha una A incisa. Li ci vive un anarchico famoso, l’intellettuale di Boca. Ma non è in casa, il Gorilla non lo incontrerà. Camminano lungo la riva, passando chiatte e barconi intrisi di petrolio, un poliziotto solitario, vecchio e con la sigaretta pendula, li guarda passare in silenzio. F. e il Gorilla arrivano a un palazzo in stile coloniale, con un grande striscione sulla porta aperta. Davanti, una ragazza raccoglie offerte. Entrano. E’ un unico salone enorme, che si intuisce essere stato lussuoso. A un tavolo mangiano quattro o cinque indios, un paio di giovani spostano cassette di legno, un branco di ragazzini sporchi da far paura si rincorre nella polvere. Sul fondo un fuoco di legna fa da cucina, la parte dell’altro lato è quasi completamente riempita da un murale del Che, vicino a un piccolo crocefisso e un’immagine di Evita Peron. Era una banca. Adesso ci vivono. F. presenta il Gorilla a uno degli attivisti locali, un ragazzo con una fascia lurida attorno a una ferita sulla mano che si è procurato lavorando il ferro. Il ragazzo accoglie il Gorilla come un vecchio compagno, e gli racconta che il suo lavoro, ogni giorno, è quello di procurarsi la carne per cinquanta persone. Il governo, che ha riconosciuto l’occupazione come centro di accoglienza, passa loro pane e alimenti vari, poca roba, ma non la carne. Sta a lui far mangiare la gente a sufficienza. In alto, lungo le navate, ci sono letti e lampadine nude. Prima o poi costruiranno dei separè, ma non è la cosa più urgente, si adattano a stare tutti ammucchiati. Si salutano, baci e abbracci, poi il Gorilla si da appuntamento con F. per la sera e prende un taxi per la zona turistica. Zup, pochi minuti ed eccolo in un altro mondo. Da andare fuori di matto. Lascia come mancia dieci volte il prezzo della corsa, in tutto cinque dollari, il tassista quasi gli bacia i piedi. La meta è Ateneo, la libreria più grande del mondo. Per immaginarsela, bisogna pensare alla Scala di Milano. Era un teatro, una volta, ma adesso platea e loggione sono pieni di scaffali di libri, il palco è un caffè con musica, nei sotterranei si vendono dischi e videocassette. Il Gorilla compra libri sul fumetto argentino, sul vino, poi scende da basso e prende un cd di La Mona Jimenez, il cantante di cuarteto più famoso. Il cuarteto è una sorta di liscio ritmato, suonato da orchestrine di quattro elementi, tromba, chitarra e pianola elettrica. La Mona canta canzonacce satiriche, tipo Leone di Lernia, vestito come i Pooh dei bei tempi. Assomiglia vagamente a un Maradona più snello e con le zeppe ai piedi. Di nuovo in albergo, il Gorilla viene recuperato all’ora di cena da F. e vanno a recuperare la sua fidanzata H. in piazza Sant’Elmo. Fa un freddo becco, sei gradi, e il Gorilla trema nella sua giacchetta. Che cazzo di tempo, escursioni termiche di venti gradi e passa. H. è seduta a un tavolo con un’amica. Capelli neri, snella, gli zigomi alti. Per il resto della sera le due ragazze lo portano in giro. Prima ristorante giapponese, dove si stroncano di vino e mangiano un pessimo sushi, poi un pub finto irlandese dove si esibisce un chitarrista di Cumbia, una specie di cuarteto rock, politico. E’ halloween, la gente balla vestita da strega e vampiro, e il Gorilla capisce che in fondo esiste ancora un ceto medio. I prezzi sono quasi italiani, quasi. Alle due sono tutti cotti. Soprattutto il Gorilla, che ha bevuto l’imbevibile. Via in un altro locale. Questo è proprio nel cuore della Boca. E’ un luogo alternativo. Il bar sembra il bar di un centro sociale italiano, piccolo e stretto, con una scala a chiocciola che porta al piano superiore, dove ci sono tavolini e cesso. Anche i tipi che sbevazzano sembrano gli stessi che potresti trovare al Leoncavallo o al Forte Prenestino. Identico il look, l’apparenza di appartenenza sociale, la mescola di studenti, punk, ragazzi bene. Davanti alla porta, però, sostano due patavicas, due buttafuori, piuttosto tesi, vestiti come rapper americani eleganti e dello stesso colore di pelle. Per entrare H. deve farsi riconoscere dal padrone. Che si siede al loro tavolo (bacio a tutti, Gorilla compreso e ormai abituato), barbetta, baffi e giubbotto di pelle con spillette. Il giorno prima il padrone ha buttato fuori due spacciatori di coca, che gli hanno sparato addosso, mancandolo. Per un po’ la sorveglianza sarà necessaria. Tirano le quattro del mattino, poi il Gorilla riaccompagna a casa di F. le due ragazze e rientra in albergo. La luce è saltata, gli tocca fare otto piani a piedi con la testa che gira. Il cameriere che lo accompagna gli chiede dove sia stato di bello. Il Gorilla spiega come meglio può, il cameriere si allarma. Il Gorilla è entrato e uscito dalle zone più malfamate di Buenos Aires che non siano Villa Miseria. Il giorno prima, a un metro dal bar dell’ex fidanzato di H., hanno ucciso a coltellate un turista per fregargli le Timberland.

SETTIMO GIORNO
Le ragazze vanno a recuperare il Gorilla alle tre del pomeriggio. Hanno deciso che quel pomeriggio la prima meta deve essere il corteo del Gay Pride argentino, che parte da Piazza di Maggio. Il corteo è molto meno frequentato di quelli simili italiani. Tre, quattromila persone, con tutto il folklore del caso. Drag queen alti due metri, ragazze che si baciano, ragazzi pieni di piercing. Una nota particolare, i cartelli del corteo con la scritta “lottiamo per i nostri diritti” e il disegno di un asino che strizza l’occhio, sono sponsorizzati da Get It, un lubrificante sessuale dal nome esplicito. Ascoltano la musica dal vivo fatta da un gruppo rock piuttosto scadente, le ragazze salutano qualche amico mentre il Gorilla si fa un giro per studiare da vicino la Casa Rosada. Sul pavè della piazza sono disegnati i simboli delle Madri, un volto stilizzato con il fazzoletto stretto sotto la gola. Nel corteo, c’è anche una rappresentanza delle Madri, che partecipano a tutte le manifestazioni importanti del paese. Polizia niente, se non qualche sbirro in borghese con il walkie talkie. Sembra quasi impossibile che sia lo stesso Paese dove negli ultimi due anni sono stati uccisi una quarantina di manifestanti. Soprattutto in provincia. Però il signor K sta cercando di cambiare la polizia e fa dichiarazioni di fuoco. Per esempio, oggi sul giornale dice che la maggior parte dei rapimenti a scopo di lucro ha dietro qualche poliziotto. Tutti sanno che i poliziotti fuori servizio si trasformano in rapinatori, e sono i rapinatori peggiori. Quando è qualcuno delle ville miseria a rapinarti, ti rende le chiavi di casa e i documenti. La polizia ti picchia, o ti stupra, e ti porta via anche le mutande. H. ha le prove del suo spettacolo al Teatro Nazionale, F. e il Gorilla girano Avenida Corrente. Ci sono decine di cinema e teatri, anche se molti cinema cominciano a rimanere chiusi per la crisi. I teatri no, però. Ci sono spettacoli per tutti i gusti, dalla rivista alla traduzione argentina di una piece di Dario Fo e Franca Rame. Davanti alla porta dei teatri, ragazzi distribuiscono buoni ingresso e volantini, a fianco di mendicanti che dormono sul marciapiede. La rivista più in voga al momento è quella di Fontanarossa. Si intitola “Rubò, scappò ma l’hanno votato lo stesso”, dedicato a Menem. F. riesce a spiegare al Gorilla la genesi della crisi, e finalmente il Gorilla ci capisce qualcosa. Prima ci fu la “parità”, la cosiddetta Fiesta di Menem. Per dieci anni, con il peso che valeva come il dollaro, sembrava che gli argentini fossero tutti ricchi. Certo, i turisti non venivano più, visto che ormai l’Argentina costava come il Giappone, ma si poteva comprare all’estero e viaggiare. Gli Argentini, però, non si fidavano e approfittando del cambio favorevole, avevano fatto i depositi in dollari. Oppure era politica della banca fare investimenti in dollari. Poi c’era stato il Coralito. Non si potevano più ritirare i soldi dalla banca, non ce n’erano più per coprire i conti correnti. Da un giorno all’altro. Poi, Cavallo, l’economista, aveva obbligato alla conversione. Tutti i conti correnti in dollari erano stati tramutati in pesos. Poi c’era stata la svalutazione. Il peso era tornato al suo valore reale. Risultato, i conti in banca e le rendite a quel punto valevano un quarto di prima. Una magica operazione che aveva salvato le casse dello stato, ma non gli Argentini. A guardarlo, un gioco di prestigio perfetto. Cavallo, adesso, vive a Miami, inutile chiedersi con i soldi di chi. Non a caso, le banche oggi in Argentina sono il vero nemico. Quelle che non sono vuote o distrutte, sono protette da inferriate e portoni di ferro, che la notte si riempiono di scritte o vengono bruciate. Vanno poi a visitare il Bowen, un ex albergo del centro, di una catena americana, diventato il punto di organizzazione delle fabbriche recuperate. Non c’è un cane, ma il Gorilla può farsi un giro tra le ennesime macerie di lusso. Dove c’erano vetrate splendenti, adesso lunghe assi di legno impediscono la vista dalla strada. E’ buio e c’è odore di plastica bruciata. Recuperano H., che ha terminato le prove ed è in tensione per il giorno dopo, il giorno della prima. Il Gorilla non può fermarsi? No, l’aereo parte prima. Peccato. Cenano in un ristorante di lusso, un po’ decaduto visti i tempi, con le foto di Gardel appese ovunque, poi partono per l’ultima tappa. Una sinagoga occupata. E’ stata presa il pomeriggio, adesso c’è una festa di inaugurazione. La sinagoga è nel quartiere Barraca, tra la Boca e il fuori. Il tassista si rifiuta di farli scendere in strada e cercare a piedi il luogo. Non è il caso, dice. Girano per qualche minuto, alla fine H. individua una luce lontana. Il posto è quello. Il Gorilla lascia una mancia principesca di due dollari, scendono e camminano lungo una strada deserta. Bussano a un portone di legno, poi tirano una corda che fa suonare una campana lontana. Apre una giovane punk rapata a zero. E’ il posto giusto. Della sinagoga originaria rimangono solo le tracce, con la sala del tempio circolare adesso occupata da un gruppo teatrale che mette in scena una specie di commedia dell’arte politica. I giovani, un centinaio, neanche troppo malmessi, tipo centro sociale italiano, a parte qualche ubriaco che balla da solo contro le pareti, e i cani, un sacco, che si rincorrono e abbaiano, ridono come dei pazzi. Il Gorilla finge di divertirsi a quella che è una satira di grana grossa. Viene presentato come un compagnero italiano, conosce gli attivisti: fanno parte dell’MTA, il gruppo di piqueteros anarchici duri e puri. Sono quelli da cui spesso gli altri prendono le distanze, i più controversi. Vendono opuscoli con la storia di due loro militanti, uccisi due anni prima su un ponte di Buenos Aires in diretta televisiva. A colpi di pistola in testa, il fatto aveva suscitato un certo scandalo, ed era stato uno dei chiodi nella bara dell’ex presidente Duharte. Mentre le ragazze chiacchierano, il Gorilla esamina le pareti. Ci sono ancora le tavole della Torah in marmo, e due lapidi scritte in caratteri ebraici che elencano una serie di morti. Non ci sono indicazioni sulla data: forse sono i soci benemeriti, oppure i caduti in qualche guerra. Il trio riparte. Prendono un taxi. Fanno il viaggio abbracciati, come un trio improbabile. Davanti all’albergo, non sanno più cosa dirsi. Ci scriviamo? Si scriveranno. Il Gorilla rimane a guardare il taxi che riparte, sentendosi orrendamente triste. Demasiado corazon. Entra a fare la valigia.

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