La Cina è lontana

Come state? Sono rientrato dalla Cina e sono ancora un po’ rincoglionito dal viaggio e dal jet lag, che è pesantino viste le sette ore di differenza. Mi sconvolge un po’ tutti i ritmi, non solo quello che sonno/veglia, ma anche appetito e umore. Per un paio di giorni, melatonina o meno, è un po’ come essere in down di amfetamina, almeno a me fa quell’effetto. Comunque il viaggio è stato, naturalmente, interessante, anche se in venti giorni ho scalfito a malapena la superficie di quel paese enorme. Vorrei poter dire che mi sono gettato nelle lotte a fianco dei contadini cinesi schiacciati dal capitale, ma la verità è che mi sono limitato a fare un giro e a guardare, e che la repressione non l’ho nemmeno sfiorata. Nelle vie principali di Shangai e Pechino, ma anche in quelle meno turistiche, fai fatica a trovare un poliziotto e non sono riuscito a vedere scene di arresti, massacri e deportazioni. Le nascondono bene, e io non ho avuto le palle di cercarle. Non come Christian Bale che si è fatto prendere a mazzate nei giorni scorsi per cercare di incontrare un dissidente. Era lì a promuovere il suo film, non so se pensare male. Comunque… ho visto un po’ di monumenti (la Città proibita, la Grande Muraglia, Piazza  Tienanmen), un’enorme zona dedicata all’arte contemporanea, la 798, che è un’ex fabbrica tipo Fiat di Melfi diventata sede di centinaia di gallerie e botteghe dove ho passato tre giorni con la mascella pendula per la meraviglia, e una caterva di grattacieli modernissimi, sui quali andavo a cercare i bar e i ristoranti fighetti.

Soprattutto sono venuto a contatto con la parte più “ufficiale” della popolazione, quella che sembra avere scritta in fronte Get rich or die tryin, come diceva 50 Cents, che corre dalla mattina alla sera per provare a fare soldi; ed è tutto un vendere, spostarsi, cucinare, produrre, tutto un rombare di motorini, di auto e camioncini. Solo viaggiando con il maglev tra Pechino e Shangai, il treno veloce che fa 1200 km in cinque ore, appena fuori dalla cerchia delle enormi città ho visto qualcosa che non fa parte dell’iconografia ufficiale: enormi distese di baracche di cemento, non so se abitate da contadini o operai delle vicine fabbriche e, ancora più impressionanti, intere città sorte da nulla e disabitate, con tutte le finestre spente e vuote, in attesa della prossima ondata migratoria dalle campagne. Anche se, a quanto ho capito, la bolla immobiliare sta scoppiando pure lì: il mito della crescita infinita del capitale è, appunto, un mito. Noi ce ne siamo accorti prima, tra poco se ne accorgeranno anche loro.

A parte queste amene cose, ho scritto parecchio, e questo è un bene, anche se ovviamente la scrittura mi ha sottratto tempo alle visite (ho passato GIORNATE in hotel, senza uscire neanche a mangiare: mi facevo in camera gli spaghetti istantanei) e ho letto un paio di migliaia di pagine. Tra questi 1q84 di Murakami, scrittore che adoro – ma che in questo romanzo non mi ha preso come mi aspettavo da quello che tutti definiscono il suo capolavoro – e, guarda caso, 22/11/63 di Stephen King. Dico guarda caso perché più di un tema accomuna i due romanzi: i mondi paralleli, la storia alterata e, anche, la violenza alle donne. Con 22/11/63 a mio avviso King ha sfiorato di nuovo il capolavoro. Anzi, se proprio devo essere sincero – e non so perché non dovrei con voi –  tristemente devo dire che è caduto a un metro dal capolavoro. Non spoilero per chi non l’ha letto, ma  verso la fine, quando cerca di spiegare il tutto, usa uno degli stilemi più vieti della fantascienza (per chi l’ha letto, l’uomo con il biglietto giallo) e  lo usa pure male: poteva farne benissimo a meno. Il finalissimo, invece, è struggente è commovente. Ce ne fossero di romanzi così.

Tornando alla Cina, se siete in procinto di partire, qualche consiglio dallo zio. I taxi non costano niente, occidentalmente parlando, ma i taxisti non capiscono mai dove accidente volete andare, anche se gli schiaffate in faccia la mappa e la scritta della via in cinese. Il giorno che avranno il tom tom sarà una rivoluzione. Il traffico è bestiale e cresce di giorno in giorno, letteralmente. Ci sono talmente tante macchine che per le nuove patenti si fa una specie di lotteria, se sei estratto puoi guidare. L’inglese non è diffusissimo, ma anche chi lo parla fa fatica a capirvi, e voi fate fatica a capire loro: siamo mondi distanti e cerchiamo un appiglio, il vocabolario non basta. Provate a immaginarvi un turista che arriva da Marte nella vostra città e che vi chiede, in buon inglese, del sapone per lavarsi i peli del naso o una bambola da infilarsi nell’orecchio: anche se capite i termini, non capite davvero che cosa vuole. Ecco, questa dissonanza cognitiva mi pareva di produrla ogni volta che aprivo bocca. Si mangia bene, anche per strada se sai dove guardare, ed è necessario cercare un po’ se sei vegetariano. Internet è censurata, ma questo lo sapevate. Niente twitter e niente facebook, a meno di non usare il vostro cellulare con scheda italiana (che costa una follia) oppure di avere l’Ipad, perché alcune app bypassano i filtri. Anche Google è filtrato, e molte ricerche te le scordi. La censura pare si stia intensificando, perché da quello ho capito leggiucchiando i giornali locali in inglese, è partita la campagna contro i microblogger, che sfuggivano anonimamente (non so come) alle maglie. Ultima cosa, ma questo vale sempre per tutto il mondo, se vi comportate da turisti vi tratteranno da turisti. Per esempio, io ho fatto l’errore di prendere un tour organizzato dall’albergo dove stavo per la Grande Muraglia e le Tombe Ming. Diciamo che i due posti li ho visti per tre ore in tutto: altre sei ore le ho passate, senza possibilità di scelta, dentro enormi fabbriche di souvenir, scoprendo che quella che pensavo fosse la mia guida in realtà era un loro rappresentante. Un po’ come i viaggi in pullman dove ti vendono le pentole. Va bé, ho comprato un piccolo dragone di Giada: è il mio simbolo nel calendario cinese e in più protegge gli scrittorucoli come me, aiutandoli a trovare l’energia ispiratrice. Adesso risposa accanto al mio computer di casa e mi ha promesso che mi morde il culo se non mi dò da fare. Meglio di così…

Comunque, ben ritrovati. E buon anno ancora

PS VISTO CHE TUTTI VOLEVATE VEDERE IL DRAGONE… :-)

30 – 08

Alla fine sono rientrato ieri, a Milano. Ho finito un pezzo di lavoro con un giorno o due di anticipo sul previsto e ho pensato che fosse la giornata ideale da passare in viaggio. Se perdi un giorno di lavoro mentre hai qualcosa di aperto che preme ti rodi, se  sei arrivato a un punto te la meni di meno. Oltretutto era lunedì’, e nelle strada poco traffico, salvo i numerosi punti dei lavori in corso, dove l’autostrada si trasformava in un imbuto.

Non me ne intendo molto di strade, perché non ho la patente e c’è sempre accanto a me qualcuno che guida e prende le decisioni tattiche,e mi chiedo se la condizione di perenne lavoro in corso sia una caratteristica universale delle autostrade, oppure sia una anomalia italiana. Così come le code in luoghi intasati da sempre, come Roncobilaccio. Nei decenni che sono passati da quando ho cominciato a sentire il nome di Roncobilaccio e Pian del Voglio nei notiziari di Isoradio, si faceva a tempo a radere al suolo la zona con le ruspe e costruire una sopraelevata a venti corsie. Non che sia quello che desidero: se cominciassero i lavori immagino che gli abitanti si opporrebbero, e a me non mi resterebbe che appoggiarli, come faccio con i manifestanti anti tav. Però mi rimane il tarlo: è normale tutto ciò?

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Oggi ho avuto un triste scambio di mail con Giulia, la mia editor: si aspettava che fossi molto più avanti con il romanzo, le ho detto la triste verità, per una volta senza darmi malato o chiudermi in bagno: non riuscirò a consegnarlo per settembre, se v a bene lo finisco a Natale. Il che significa che scavallo l’anno: meno soldi per me, meno fatturato per la casa editrice (problema secondario ma non irrilevante), giramento di palle universale. La cosa che mi scoccia di più è che faccio aspettare i miei sette lettori, e non è carino.

Ho una grande invidia per quegli scrittori che sfornano libri puntuali come orologi svizzeri, senza distruggersi la vita e calare la qualità. Lavoro con un paio di essi, e rimango ammirato dalla costanza e dalle loro precisione. Io è noto che non ce la faccio. Mentre una sceneggiatura o una serie so con precisione quando chiuderò il lavoro (e posso sballare nell’ordine di qualche giornata), i romanzi sono per me un viaggio misterioso, denso di secche e momenti di stasi e illuminazioni. E scrivo gialli! Se facessi roba seria, probabilmente passerei la vita a rifare l’incipit. Comunque, a Natale lo chiudo. Giuro.

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II cortile della fabbrica riattata dove abito si sta riempiendo di nuova vita. Tutti i miei vicini sono tornati e cambiano le t-shirt con le scritte idiote per abiti grigi e scarpe lucidate. C’è quel clima da fine vacanze un po’ malinconico, che pervade anche me. Le avessi fatte, almeno.

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Com’è che la Libia è sparita di colpo dalle prime pagine? Mi sono distratto un attimo ed è finito tutto? Soccia!