Sandrone Dazieri

Suono la tastiera mentre la nave affonda. Qualcuno deve farlo

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La televisione senza la televisione

Oggi ho firmato un appello, che tra un po’ vedrete pubblicato da qualche parte, che esorta la cosiddetta tv pubblica a produrre contenuti di valore. Sono d’accordo nella sostanza, quindi appunto l’ho firmato, anche se credo che sia un appello destinato a essere travolto dagli eventi che verranno. Non credo, infatti, che le televisioni, pubbliche o private, siano destinate a sopravvivere a lungo.

Mi spiego meglio, e mi perdonerete se mi spiegherò in modo semplice e povero: ho fatto le scuole basse e non sono un teorico. Sono, però, un utente delle reti e dei devices che dalla rete traggono i contenuti. Ho infatti un Kindle, con il quale leggo ormai la maggior parte dei libri che acquisto per diletto, almeno quelli che si possono acquistare in versione digitale, ho un iPad, con il quale leggo fumetti e vedo filmati tratti da youtube o scaricati, che spesso trasferisco alla televisione attraverso il wifi di iTunes, ho l’Apple tv, con la quale scelgo programmi on demand, ancora filmati da provider internet. Se potessi acquistare le puntate delle serie che mi interessano direttamente dai siti delle case di produzione (cosa possibile negli Stati Uniti  ma non da noi) oppure da broadcaster digitali come Amazon o Hulu (per non parlare della pirateria), non avrei bisogno nemmeno dell’antenna sul tetto.

Anche se preferisco guardare film e telefilm sullo schermo del televisore di casa (che è piuttosto ampio), passando come passo molto del mio tempo in viaggio o in stanze d’albergo,  molto spesso sono costretto a vedere quello che mi interessa  sul computer o sull’Ipad, e questo, come me lo fanno moltissime persone che conosco, e sempre più i giovani. Certo, rimane il digital divide: non tutti possono permettersi un computer o un palmare, mentre ricevere programmi via etere costa pochissimo, soprattutto se non si pagano gli abbonamenti, ma quanto ci vorrà prima che un palmare decente sia alla portata di moltissimi se non di tutti? Quando i principali produttori di contenuti video cominceranno a regalarli? Quando un unico device diventerà il centro di tutto il nostro consumo culturale? Non molto in là. Cinque anni? Dieci? Forse per la conclusione del processo. Ma comincerà prima. Anzi, è già cominciato, a giudicare da quanto si legge qui

Quello che vedo nella prossima manciata di anni è un mondo dove ognuno di noi acquisterà direttamente i contenuti che vuole vedere, le serie con costi intorno ai 99 centesimi a puntata, i film di prima visione intorno ai tre euro, le news con abbonamenti modulari, saltando la mediazione degli obsoleti diffusori di contenuti chiamati emittenti. Che rimarranno per le fasce di popolazioni più disagiate,  l’informazione pubblica e i giochi in diretta (forse), ma non saranno più centrali nella fruizione del prodotto “intrattenimento” e “news”.

Il nostro paese, probabilmente, sarà uno degli ultimi a trasformarsi in questo senso, perché i produttori di oggi sopravvivono in quanto fornitori delle due principali emittenti televisive e non vendono i prodotti su un mercato aperto. Ma quando lo sviluppo digitale farà un altro piccolo passo, quando i telespettatori italiani più giovani, con i loro palmari più o meno connessi alle televisioni di casa cominceranno a mutare le abitudini di consumo (e già sta accadendo, basta vedere i numeri dell’auditel), quando un grande broadcaster digitale venderà le serie come oggi Amazon fa con i libri, quando un produttore rimasto escluso dalle reti principali deciderà di tentare ugualmente rivolgendosi direttamente al pubblico, quando un produttore affermato  manterrà per un prodotto il diritto di diffusione digitale, quando una vecchia serie troverà nuova vita sulla rete, quando una serie interrotta per bassi ascolti sarà scaricata a pagamento da qualche migliaia di persone, quando un produttore americano deciderà di vendere  direttamente i suoi prodotti doppiati (dove si doppia) in tutte le lingue, saltando la mediazione delle reti locali. Quando, magari (ed è la cosa più facile), iTunes acquisterà i diritti esclusivi del nuovo Lost, del nuovo Heroes… Allora la valanga comincerà. E la filiera comincerà a saltare, perché chi oggi mette i soldi per produrre fiction e film non avrà più spettatori a sufficienza per continuare a farlo.

E allora  tutti i produttori di contenuti dovranno adeguarsi. Se una fiction italiana, per fare un esempio, costa oggi un milione a puntata, il produttore saprà che dovrà vendere almeno un milione di app, o di abbonamenti alla serie. Gli americani, per mantenere i loro standard, dovranno venderne almeno cinquanta milioni in tutto il mondo. Si potranno coprire parte dei costi con la pubblicità, soprattutto con il product placement, ma poi dovrà rivolgersi direttamente al pubblico. E il pubblico decreterà la sopravvivenza della serie o del varietà direttamente, senza i ridicoli indici di ascolto dell’auditel. Ancora una volta, come nel caso dei libri di cui parlavo qui, venditori e intermediari pagheranno il prezzo della crisi. Ma per i produttori di contenuti, chi scrive, interpreta, gira o produce fiction, vaerietà e news, potrà continuare a fare il proprio lavoro, e nuovi spazi si apriranno anche per chi, magari, oggi è escluso dal gioco. Ci sarà più spazio per la sperimentazione, per l’azzardo, per la ricerca.

Ancora una volta qualcuno di noi avrà fortuna, qualcuno continuerà a sognare la gloria, in molti ci barcameneremo tra vendite e fallimenti.

Buona fortuna, colleghi.

PS
Un articolo di oggi su Repubblica parla di telefilm per il web finanziati dall’Ikea… 

Scritto il 07.3.2012.

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Piloti e non (seconda parte)

Come state? Tutti ancora fuori di galera? Torno con il giro delle nuove serie o nuove stagioni che ho visto nelle ultime settimane. Le precedenti sono QUI mentre QUI potete trovare il commento alla serie più spompata della stagione: Terra Nova. Come sempre vi avviso: parlo solo della prima puntata di tutto, ma può scapparci qualche piccolo spoiler. Secondo avviso, non ricordo i nomi e non prendo appunti, quindi i protagonisti li metto in maiuscolo, ma spesso con termini generici.

Luther. E’ una serie Britannica che è arrivata alla seconda stagione. Il protagonista è il capo della squadra delitti violenti di Londra e oltre a essere simpatico e incasinato, è anche piuttosto lontano dal modello dell’eroe tutto d’un pezzo. Luther è un genio nel trovare i cattivi, ma se pensa che sia il caso viola la legge, ammazza e copre i reati altrui. Nella prima stagione Luther aveva fatto amicizia con una Sociopatica che aveva eliminato i genitori che lo aveva aiutato a “occuparsi” di (spoiler) chi gli aveva ammazzato la moglie. In questa seconda stagione, pare che la Socipatica ci sarà di meno, ed è un peccato, perché è meravigliosa. Lutheri si deve occupare di un serial killer mascherato da mister Punch, mentre cerca di aiutare una ragazza nel giro della prostituzione, finendo in grossi guai con la mafia russa. Giudizio. Lui, interpretato da Idris Elba, mi piace un sacco, mi piace il tratteggio della Londra sporca e il tocco più riflessivo e profondo che gli sceneggiatori britannici mettono nei loro prodotti, rimanendo lontani dai modelli eroici d’oltreoceano. Mi piace anche che Luther sia disposto a compromessi, anche pesi, pur di fare quel che ritiene giusto. La seconda breve stagione (solo quattro puntate invece delle sei della prima) sembra all’altezza della prima. Giudizio finale. Promosso!

American Horror Story. Una famiglia si trasferisce in una casa maledetta, e sono cazzi. Ok, le premesse non sono le più originali del mondo, ma i personaggi sono molto interessanti. Lui è uno Psicologo che ha tradito la moglie con una studentessa e non capisce che la Figlia ha mille e un casino, si taglia ed è amica di uno dei suoi Pazienti psicopatici dotato di poteri diabolici. Lei è sopravvissuta al cancro e sembra non accorgersi che la Cameriera appena assunta è una ragazza bellissima e sexy, che lei vede invece come una vecchia rinsecchita. La Vicina, con la figlia down, è una mezza strega, qualcuno va in giro vestito da masochista… Giudizio. Paura non fa paura, ma getta inquietudine a palate, anche perché tutti i personaggi sembrano essere deviati o in qualche modo mostruosi. E tutto, o quasi, ruota morbosamente attorno al sesso. Non so se reggerà fino alla fine, ma la costruzione formale è notevole, e già solo quella vale la visione, e si nota anche lo sforzo di non essere banali nel plot e negli sviluppi. C’è anche una certa ironia, che non guasta. D’altrode c’è dietro la mano dei creatori di Nip/Tuck e Glee e per lo meno non hanno fatto l’errore marchiano di piazzare mostri digitali e raggi luminosi. Giudizio finale: Promosso, ma voglio vedere se regge.

Grimm. Un Poliziotto della squadra omicidi di Portland scopre di poter vedere i mostri che abitano tra noi, e che ogni tanto ammazzano in modo brutale. E’ un dono che passa all’interno dei membri della sua famiglia. Quelli come lui si chiamano Grimm. A dirglielo è una zia calva che gira con la roulotte e combatte tipo ninja.  Giudizio. Boh. Il protagonista sembra, ma non è, Brand Routh in Dylan Dog, e più o meno fa le stesse cose. Solo che è un poliziotto e si occupa della cose più banali di cui si occupano i poliziotti banali, a parte i mostri. E i mostri purtroppo soffrono gli effetti digitali. E qui mi permetto un piccolo pippozzo: l’horror è MATERICO. Per fare paura, devi vedere budella e sangue, e il digitale non funziona. Se metti il digitale, lo trasformi in un fantasy, ma di fantasy ne abbiamo visti tanti. Nell’insieme, un prodotto che mi sembra storto: i protagonisti non hanno niente che possa attrarre gli adolescenti, mentre le tematiche sono adolescenziali. Per capirci, fatti i debiti distinguo, somiglia un po’ a Buffy: anche il protagonista è in qualche modo un prescelto a combattere il male. Solo che Buffy mi piaceva. Giudizio finale: Non credo che andrò avanti a vederlo.

Hidden. Torniamo in Inghilterra, cominciando con una piccola spiega. Nel sistema legale inglese, ci sono due tipi di avvocati: i solicitor e i barrister. I solicitor (in soldoni) parlano con i clienti e preparano i casi, i barrister li discutono in tribunale, parrucche e tutto. I barrister spesso sono sir e ricchi, i solicitor sono un gradino sotto. O due gradini sotto come il Protagonista della serie che tra uno scazzo con la fidanzata e con l’ex moglie, tra una pippata di coca e una bevuta deve cercare un suo vecchio conoscente per conto di un suo altro vecchio conoscente in galera. Come mediatrice c’è un’altra avvocatessa, che sembra nascondere molti segreti. Ma ne nasconde di più il protagonista, che scopriamo, attraverso i flashback, aver partecipato da ragazzino a una rapina finita nel sangue. Tutto questo sembra legato, ma non sappiamo come, alla crisi di governo, dove un primo ministro accusato di portare soldi all’estero si trova contro un giovane avversario legato con un magnate della stampa a sua volta legato a qualcosa che sembrano servizi segreti deviati. O peggio.   Giudizio. Complessa. Tra flashback e storie che si intrecciano mi sono perso un paio di volte, sarà che l’ho visto in lingua originale e ogni tanto l’accento è tosto da capire. Se la parte legata al passato del Solicitor mi piace, mi lascia un po’ freddo la parte complottone, che cammina un po’ sul filo della cazzata. Ma è affascinante e tira dentro, soprattutto perché il protagonista è sporco e onesto al punto giusto. Andrebbe d’accordo con Luther, per capirci. Giudizio finale. Promosso, ma non a pieni voti.

Scritto il 25.10.2011.

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Piloti e non (prima parte).

 

Il mio peccato notturno è quello di guardare serie tv con gli amici. Di solito dalle ventidue all’una, a volte sino a ora più tarda. Come della lettura, alla fine ne ho tratto un mestiere, ma questa è un’altra storia.

Nelle ultime due settimane ho visto tra tv e computer una decina di prime puntate di serie americane e inglesi: a volte erano dei “pilota”, ovvero prime puntate assolute che servono a far capire alla rete se la serie funziona, altre volte semplici inizi di stagione. Non ho preso appunti mentre le guardavo, perché altrimenti non mi divertirei, ma voglio condividere con voi le impressioni che ne ho ricavato. Alcune avvertenze: alcune di queste puntate sono ancora inedite in Italia: di sicuro non rivelo il finale, ma può darsi che qualche piccolo spoiler ci scappi. Secondo, non ricordo quasi mai i nomi dei personaggi e non vado a vedere su wikipedia per non farmi influenzare, ma tenete conto conto che i protagonisti sono quelli che metto in maiuscolo.

Cominciamo. Questa è solo la prima parte. La seconda nei prossimi giorni.

 

The Fades. E’ una serie britannica horror, dove un Ragazzino leggermente autistico con un Amico appassionato di cinema horror vede esseri soprannaturali e sogna quella che pare la fine del mondo. Sullo sfondo si muove una banda di “buoni”, dotati di poteri che vanno dalla guarigione al teletrasporto, che combattono gli stessi esseri. A occhio finiranno per collaborare, anche se la banda dei buoni, che comprende una Pastora protestante, sta venendo decimato. Giudizio. E’ abbastanza incasinata, con vari personaggi che si incrociano sfiorandosi appena, ma tutti collegati. Molto simpatico il protagonista, sfigato e ironico al punto giusto. Il problema sono gli effetti speciali, troppo pacchiani, che tolgono fascino, per me in modo irreparabile. E’ il problema dell’horror: se usi trucchi digitali, tipo raggi che escono dalle mani, smetti di crederci. E poi i mostri che saltellano da tutte le parti sembrano troppo dei ballerini di Cats che fanno il parkour. Giudizio finale. Promossa per la sceneggiatura, bocciata per la realizzazione.

The Walking Dead. Prima puntata della seconda stagione ispirata a un famoso (in Usa più che da noi) fumetto. La prima era terminata andando via via smosciandosi, con situazioni vagamente ripetitive e con pochi ganci davvero forti. La seconda riprende da dove l’avevamo lasciata. Un gruppo di sopravvissuti, tra cui uno Sceriffo con moglie e figlio (ma la moglie in passato si scopava l’Amico di lui credendolo morto), cerca di trovare un rifugio per resistere agli zombie. Nella prima puntata tutto o quasi avviene durante una fermata del loro convoglio causa blocco stradale. Giudizio. Lo Sceriffo, che apprezzo come attore, mi sta però sulle palle. E’ troppo buono ed eroico, un po’ come Jack di Lost, così come le dinamiche che ha con il suo Amico, somigliano a quelle che Jack aveva con Sawyer, anche se l’Amico qui è meno cialtrone. Nella prima puntata ci ho visto un po’ troppo, come dire…, la tecnica in controluce, con gli sceneggiatori che costruivano scene per solo per rivelare i rapporti tra i personaggi e le loro personalità, con qualche spiegone di troppo (vedi la chiamata via radio iniziale). Detto questo, il ritmo è straordinario. Da quando si fermano sulla Highway, che avviene quasi subito, alla sigla di coda, l’azione non si stoppa mai, senza essere frenetica. Con momenti splatter come mai si sono visti in tv. Giudizio finale: Promosso.

 

Homeland. Un Soldato rimasto prigioniero dei talebani afghani per cinque anni viene fortunosamente liberato e torna a casa da eroe. Grandi festeggiamenti e tutto andrebbe bene se attraverso i suoi flashback non capissimo che durante la sua prigionia è successo qualcosa di strano e se un’Agentessa della Cia, con problemi di schizofrenia non lo sospettasse di essere una spia. Giudizio. Le atmosfere somigliano un po’ a quelle di 24, anche se meno frenetiche, non essendo in tempo reale, e adoro i protagonisti, perché ambigui, pieni di ombre e interpretati alla grande. Lui è quello che faceva il detective di Life, qualcuno se lo ricorderà. Giudizio finale: Promosso con bacio accademico.

Dexter. Prima puntata della sesta stagione. Dexter è un serial killer di serial killer, schizofrenico, dominato da quello che chiama il Passeggero Oscuro (il suo Socio, ehm ehm), che lo spinge a uccidere e a conservare il sangue delle sue vittime su vetrini da laboratorio. Nelle precedenti stagioni è diventato un po’ meno sociopatico, si è innamorato, ha avuto un figlio, e oggi si deve arrabattare tra omicidi, incombenze da padre single e il suo lavoro ufficiale, che è quello di ematologo per la polizia di Miami. La sua indagine ruota attorno a una coppia di serial killer maniaci religiosi che vuole trovare prima della polizia per èunirli a modo suo.  Giudizio. Le prime due stagioni di Dexter furono folgoranti, le altre si sono assestate su un ottimo livello, garantito dalla voce off ironica e acuta del protagonista e dalla qualità altissima della scrittura, dei dialoghi e delle caratterizzazioni. Questa stagione mi pare più corale, con meno spazio a Dexter e più ai comprimari, come la Sorella, la migliore detective della squadra Omicidi. Se vi sono piaciute le precedenti stagioni, credo che vi piacerà anche questa, ma sta diventando ripetitiva ed  il caso di chiudere o cambiare radicalmente. Giudizio finale. Promosso.


Persons of interest. Un ex Agente delle forze speciali che è diventato un barbone dopo la morte della moglie (pare, dai flashback) viene assunto da un Eccentrico miliardario per salvare degli sconosciuti. Perché l’eccentrico miliardario, interpretato da quello che faceva Ben Linus in Lost, ha tra le mani un sistema tecnologico che gli permette di sapere chi rimarrà coinvolto in episodi violenti, come vittima o carnefice, ma senza sapere perché e percome. Quindi il protagonista deve sorvegliarli, proteggerli a loro insaputa ecc. Giudizio. C’era grande attesa per questa serie firmata J.J. Abrams, ma a me la prima puntata mi è sembrata un po’ una fetecchia e artificiosa nelle premesse e con delle banalità da far cadere le braccia (tipo l’eroe che si presenta scazzottando dei teppisti in metro). Oltretutto ha la classica costruzione da telefilm “verticale” con un caso nuovo a puntata slegato dalla trama orizzontale, che a mio avviso si sposa male con l’idea “complottistica” della serie. Troppo tradizionale, per me. Giudizio. Bocciato.

Scritto il 23.10.2011.

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Cartoline Dal Set

Una giornata tipo sul set siciliano di Squadra Antimafia

Pigiate  il link —–  cartolinedalset

Scritto il 09.10.2011.

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