THE END

Sono state dieci belle settimane, intense. Ogni lunedì davanti alla televisione guardavo la realizzazione di quanto avevamo scritto, seguivo i commenti su twitter per capire se piaceva o meno, se la battuta o la svolta che avevamo inserito era stata apprezzata e il giorno dopo mi tormentavo sino all’arrivo dei dati auditel. E adesso è finita. Stasera vi sarà l’ultima puntata di Squadra Antimafia. Grazie a tutti quelli che sono stati con noi. Vi lascio con un “santino” mandatomi da una spettatrice via twitter (Angy f.). E’ bello quando un personaggio che ti sei inventato, soprattutto cattivo, è così apprezzato… (anche se il merito è tutto di Paolo Pierobon che lo interpreta). 

Televisione senza televisione

Qualche tempo fa ho firmato l’appello degli Autori (che orrore la lettera maiuscola) che esorta la cosiddetta tv pubblica a produrre contenuti di valore. Sono d’accordo nella sostanza, quindi appunto l’ho firmato, anche se temo che sia un appello destinato a essere travolto dagli eventi che verranno. Credo, infatti, che le televisioni generaliste, pubbliche o private, non saranno più in grado di finanziare, se non in misura minima o parziale, la produzione di contenuti culturali e di intrattenimento.

Cerco di spiegarmi meglio. Sono un utente delle reti e dei device che dalla rete traggono i contenuti. Ho infatti un Kindle, con il quale leggo ormai la maggior parte dei libri che acquisto, ho un iPad, con il quale leggo fumetti e vedo filmati tratti da youtube o scaricati, ho l’Apple tv, con la quale scelgo programmi on demand o mando in onda programmi comprati da iTunes. Se potessi acquistare le puntate delle serie che m’interessano direttamente dai siti delle case di produzione (cosa possibile negli Stati Uniti  ma non da noi) oppure da broadcaster digitali come Amazon o Hulu (per non parlare della pirateria), non avrei bisogno nemmeno dell’antenna sul tetto.

E io non sono un caso isolato. Un’intera generazione sta allontanandosi dalla televisione, e consuma quello che le interessa scaricandoselo o guardandolo in streaming sullo schermo del pc. Certo, rimane il digital divide: non tutti possono permettersi un computer o un palmare, in certe zone d’Italia la banda larga per ora è un sogno, mentre ricevere programmi via etere costa pochissimo, soprattutto se non si pagano gli abbonamenti. Ma sacche di povertà e di resistenza o meno, presto un unico apparecchio, connesso a Internet e portatile, diventerà il centro del nostro consumo culturale. In questo modo, i network televisivi perderanno la posizione di monopolio che hanno oggi di fornitori dei contenuti video presso il grande pubblico. Per fare un esempio semplice, in Italia non saranno più Canale 5 o Rai Uno a fornire al pubblico un programma a orari prestabiliti, ma sarà il pubblico a scaricare, gratis o a pagamento, quello che gli interessa. Ma non tra un secolo. Domani. Già oggi, ripeto, accade per una larga fetta della popolazione, soprattutto quella più giovane.

Ma che cosa significa questo per chi i contenuti televisivi li produce, immaginando che sia un soggetto esterno ai network televisivi? Che dovrà trovarsi un altro finanziatore. Con il pubblico sempre più spezzettato su programmi scaricati o consumati in streaming, caleranno gli investimenti pubblicitari per il piccolo schermo.  E senza investimenti pubblicitari adeguati, le ammiraglie televisive non saranno più in grado di finanziare, come hanno fatto fino a ora, i produttori locali di contenuti. Acquisteranno quelli già pronti dall’estero o riempiranno di palinsesti di reality a basso costo. Chi vorrà continuare a produrre film e telefilm dovrà rivolgersi perciò al pubblico, che acquisterà direttamente il prodotto attraverso il download a pagamento, con prezzi che varieranno dai 99 centesimi a puntata per le serie sino ai tre euro per i film di prima visione.  Altri prezzi non sono immaginabili perché non considerati “fair” dal grande pubblico. E quando un prezzo non è considerato “fair”, cioè giusto, il grande pubblico si rifornisce dai canali illegali. Scarica gratis, per capirci.

Il nostro paese, probabilmente, sarà uno degli ultimi a trasformarsi in questo senso, ma quando un grande broadcaster digitale venderà anche in Italia le serie come oggi Amazon fa con i libri, quando un produttore rimasto escluso dalle reti tv deciderà di tentare ugualmente rivolgendosi direttamente al pubblico, quando un produttore affermato  manterrà per un prodotto il diritto di diffusione digitale, quando una vecchia serie troverà nuova vita sulla rete, quando una serie interrotta per bassi ascolti sarà scaricata a pagamento da qualche migliaia di persone, quando un produttore americano deciderà di vendere  direttamente i suoi prodotti doppiati (dove si doppia) in tutte le lingue, saltando la mediazione delle reti locali, quando, magari (ed è la cosa più facile), iTunes acquisterà i diritti esclusivi del nuovo Lost, del nuovo Heroes… Allora la valanga comincerà. E forse non è il caso di aspettare di esserne travolti.

E’ qui parlo del mio mestiere (per chi non lo sapesse, negli ultimi anni ho curato diverse serie televisive  e una manciata di film per il cinema e la televisione). E’ possibile oggi, fare una fiction di qualità con attori di qualità, in digitale, a costi contenuti? E’ possibile rivolgersi al pubblico che si è fatto il palato con le serie americane e provare a giocare su quel tavolo (magari scegliendo storie che non necessitano di mega effetti speciali o scene di massa)? Io credo di sì. Conosco autori capaci di scriverla (tra cui me), registi capaci di girarla, attori capaci di interpretarla. E che hanno voglia di farlo. Di fare qualcosa non necessariamente rivolto al pubblico generalista, o alla nicchia del digitale terrestre o satellitare. Che non temono il confronto con l’oltreoceano, se messi in condizione di farlo.

Facciamo due conti. Poniamo che questa serie possa costare 300 mila euro per una puntata di 40/45 minuti, formato praticamente standard fuori dal nostro Paese (e sto’ largo, perché potrebbe costare decisamente meno). Quello che serve per coprire le spese sono 500 mila spettatori che spendono 0,99 a puntata sotto forma di App o file, considerando una percentuale per il distributore (sto immaginando iTunes come broadcaster digitale, ma potrebbe essere anche Amazon o Netfix o Hulu). Chiaramente occorre qualcuno che ci metta i soldi prima, che finanzi l’operazione. O il produttore ha un portafoglio proprio da utilizzare per gli investimenti, oppure dovrà rivolgersi agli sponsor privati. E’ possibile immaginare serie costruite pensando in partenza  ai brand utilizzati nel product placement, ma in generale è possibile pensare a pop up o banner durante le puntate stesse.  E poi, quante sarebbero le possibilità di comarketing? Infinite.

Immaginiamo un codice per scaricare la prima puntata gratis comprando un determinato prodotto, oppure concorsi rilanciati tra la puntata app e gli spot di un brand. E poi, per un eventuale investitore, vi sarebbe la certezza di andare sul pubblico di riferimento, ma anche di migliorare la percezione di un prodotto se inserito nel giusto programma che, per forza di cose, sarà più “all’avanguardia” di quanto trasmesso per il grande pubblico.

Per coprire il resto dei costi rimarrebbero i diritti secondari, le trasmissioni via etere, i dvd. E, soprattutto, il resto del mondo. Produrre direttamente per il download a pagamento significa superare i confini nazionali senza dover fare accordi con altre emittenti locali. In questo sconfinato mare sono certo che sia possibile pescare magari una quota minima di spettatori che hanno voglia di investire 0,99 euro per vedere una puntata esotica doppiata in inglese o sottotitolata. E questa puntata esotica potrebbe generare passaparola, critiche positive… Forse, alla fine, potremo permetterci serie a costi più elevati, ma nel frattempo avremo liberato energie creative che al momento languono all’interno dei format attualmente possibili nel mercato locale.

E’ un gioco rischioso, lo ammetto. Si faranno sbagli, qualcuno ci perderà dei quattrini. E forse, se ci fosse una scelta, non la consiglierei. Ma la scelta non c’è. Come non ci fu per le etichette discografiche durante l’avvento dell’mp3, anche se lo negarono fino a quando crollò loro il soffitto in testa. Come non c’è scelta oggi per gli editori, costretti a investire nell’ebook dopo anni passati a dire che non avrebbe mai eroso quote di mercato. Per i creatori di contenuti, per chi scrive, interpreta, gira o produce fiction, varietà e news, rivolgersi al pubblico digitale sarà una scelta obbligata. Una scelta, però, foriera di interessanti novità. Si apriranno scenari anche per chi, magari, oggi è escluso dal gioco, per chi vuole sperimentare, per chi vuole ricercare. Perché un mercato così trasversale premia soprattutto l’innovazione, l’idea. E la qualità.