Il San Raffaele di Milano mi accoglie con bandiere rosse e striscioni. Non sono per me. L’ospedale è stato al centro di uno scandalo enorme di speculazioni e sprechi – cercate Don Verzé e Formigoni su Internet -, e si prevedono tagli violenti nel personale. Normalmente solidale, questa mattina ho pensieri solo per me. Mentre proseguo tra le tende di chi fa il presidio permanente, penso che lì ci sto andando a fare sesso. E alle otto del mattino, tra gli anziani che scendono esitanti i miei stessi gradini, mi sento poco ispirato.
Per fortuna dovrò farlo da solo.
E’ una cosa che capita agli uomini della mia età. Cominci a pensare alla morte – io ci penso da sempre per via del mio mestiere, ma è la morte degli altri – e pensi anche che, prima che sia troppo tardi, dovrai decidere se lasciare una discendenza. Io e mia moglie ne abbiamo sempre ragionato come di un’eventualità remota, discussione da tè e pasticcini, senza urgenze e imperativi dettati dall’orologio biologico. Poi una mattina, mentre mi facevo la barba, ho deciso che volevo sapere se ero in grado e ho prenotato uno spermiogramma. Mi conteranno gli spermatozoi dopo un periodo medio di astinenza, che dovrò – ehm – far fuoriuscire in loco.
Passo la sala dell’Accettazione principale, un carnaio di persone smistate da tabelloni elettronici come in posta, poi vado a quella dei prelievi, dove il carnaio è solo leggermente minore. Mi sento giovane, perché l’età media è notevolmente più alta della mia, ma siamo in un sotterraneo affollato e non gioisco. Soffro gli spazi chiusi, una sofferenza che sta giusto sotto la fobia vera e propria. Mi è capitato di dover uscire di corsa da ascensori e metropolitane e una volta ho fatto aspettare mia moglie un’ora prima di prendere una misera navetta che passava sotto lo Huangpu per un viaggio di tre minuti. Dipende dal mio stato mentale, e dal fatto se conosco o no il posto.
Prima di mettermi a sbattere la testa contro il muro arriva per fortuna il mio turno. Passo tre sportelli: nel primo pago il ticket, nel secondo mi danno delle etichette da attaccare, e nel terzo – doppio ehm – il contenitore. L’imbarazzo qui comincia a farsi cocente, anche se con gli anni ho imparato a mascherarlo. Devi riuscirci se una parte del tuo lavoro è parlare in pubblico. Il contenitore è una provetta grande come il mio indice, messa dentro un bicchiere di plastica che contiene anche una salviettina umidificata. Fa un po’ bordello vecchio stile, penso, e la sensazione aumenta perché devo aspettare il mio turno per una stanza. Mentre aspetto, passano davanti a me anziani con barili di orina e feci, una tizia che ha la cannetta in gola, uno che trascina la bombola dell’ossigeno. Cerco di rimanere concentrato, di pensare a momenti belli, ma l’odore di disinfettante cancella i miei sforzi. Finalmente il tizio prima di me si muove e arriva il mio turno.
Avete presente quello che si racconta su esami del genere? Che ti forniscono giornaletti porno e che un’infermiera caritatevole con i guanti di lattice ti darà una mano? Vi rivelo una cosa, maschietti: sono tutte palle. La stanza dove mi trovo è un piccolo ambulatorio con un lettino dotato di lenzuola di carta, una sedia e un lavandino. Il quadro sulla parete rappresenta un fiore, ed è l’unico organo riproduttivo che posso vedere lì, a parte il mio quando mi slaccio i pantaloni. Da fuori arriva un casino mostruoso e distraente. La parete dello stanzino comunica con la sala dell’accettazione che ho appena lasciato e si sente tutto, pianti di bambini compresi. Rigiro nella mano libera il contenitore. E’ davvero piccolo. Non so cosa mi aspettassi, ma forse qualcosa dove poter infilare quella parte di me che in questo momento rifiuta di collaborare. Invece dovrò stare attento ad appoggiarla sul punto giusto e farlo in un momento dove si tende a essere un po’ goffi.
La situazione è talmente disagevole che credo non ce la farò, ma alla fine riesco ad agganciarmi a un pensiero felice e compio il mio dovere.
Richiudo la provetta, la metto nel bicchiere, mi lavo le mani senza sapone perché è finito, poi ripercorro il corridoio con in mano il frutto del mio lavoro, decisamente visibile. Almeno potrebbero fare il bicchiere opaco, mi dico. Torno allo sportello e consegno la provetta all’infermiera. Lei la mette via assieme a quella di non so quanti altri. Mi dico che non sono mai stato più nudo di così di fronte a un estraneo, nemmeno alla visita di leva.
Poi esco alla luce, desideroso di zuccheri e altri odori.
Penso che ne scriverò, e mi scappa da ridere.
