Il 25 novembre, scusate se ve ne parlo solo adesso ma sono state giornate… complicate (e continuano anche ora, ma non preoccupatevi è soprattutto lavoro), ho partecipato a un panel contro la violenza alle donne ad Aosta. Il dibattito è stato interessante soprattutto per la presenza di Luisa Rosti, Professoressa Ordinaria di Economia Politica all’Università di Pavia. Tra le cose di cui ella si occupa vi è la differenza di genere nel mercato del lavoro. Usando strumenti come analisi quantitative e teorie dei giochi, e riprendendo studi di mezzo mondo, la Rosti riesce facilmente a dimostrare la realtà di quel vecchio adagio che recita: “le donne devono darsi da fare il doppio perché siano apprezzate la metà di un uomo“. E che questo non è solo un problema delle donne, ma della società intera, perché significa che se una donna ha le caratteristiche adatte a ricoprire una determinata posizione, è facile che al suo posto ci finisca un uomo meno qualificato, che magari prende le decisioni sbagliate. In un’azienda come al governo di un paese.
La spiegazione della Rosti è stata affascinante e divertente, a dispetto di quello che si pensa dell’economia, e non sono in grado di riprodurla. Per questo vi deposito qui sotto, con il suo assenso, i lucidi della sua presentazione e vi invito caldamente a darvi un’occhiata, a scaricarli e farli girare. Se volete approfondire l’argomento potete facilmente contattare la professoressa presso l’Università di Pavia.
(1) LRxAOSTA 2011
Scritto il 10.12.2011. 5 Commenti
Twitter è l’unico socialcoso che uso abitualmente da quasi due anni. C’è chi dice che sia la nuova fonte di informazione del millennio, per altri è solo un Facebook senza i Mi Piace e dove è più difficile rimorchiare. Per me, che sono vecchio e non devo organizzare rivoluzioni, è una sorta di bar di paese, strapieno di amici e conoscenti, dove faccio capolino spesso spiando conversazioni e buttando lì qualche parola. Come in tutti i bar di paese, ci stanno quelli simpatici, gli antipatici e i rompicoglioni. Gli informati e i cialtroni. Quelli che arrivano da lontano e ti parlano di posti esotici, gli impegnati che vogliono sempre tirarti in qualche assemblea o manifestazione, quelli che parlano solo del proprio ombelico ma lo fanno bene. I taciturni e gli iperlalici. Nell’insieme, l’atmosfera è cordiale, anche perché chiunque può cacciare fuori quelli più fastidiosi e i nemici naturali, ma l’atmosfera potrebbe essere migliore seguendo alcune piccole regole.
Io per primo, naturalmente.
1) Non tiratevela. Forse siete dei geni, forse avete letto tutti i libri del mondo e visti tutti i film di Sokurov, ma non è necessario farcelo sapere. Ma se proprio volete dircelo, evitate di far cadere parole di gelido disprezzo per chi invece preferisce I soliti idioti o Fiorello il lunedì. Evitate anche la finta incredulità per chi non condivide la vostra passione. Pur se c’è chi ama i tromboni (il successo di certi colleghi altrimenti non si spiegherebbe) il tono arcigno da professore tende a gelare l’atmosfera. E, a proposito di tirarsela…
2) Non tiratevela Bis. Se avete vinto il Nobel, o anche un premio alla maratona di paese, a noi follower fa piacere saperlo. Anzi, non vediamo l’ora di battervi una pacca sulla spalla. Ma non c’è bisogno di ritwittare tutti i complimenti che ricevete: non è che fate leggere a tutti le vostre cartoline di Natale. O sì? Comunque, selezionate anzi…
3) Fate la tara. Non tutto quello che vi riguarda ha interesse generale. Lo so, è difficile crederci, ma con un minimo di sforzo ci arrivate. Uno che seguo una volta ha twittato la foto del suo bidet all’alba, perché secondo lui era bellissimo. In generale, diciamo che l’insolito e il particolare non disturbano mai, mentre il banale (tutti abbiamo il bidet, o quasi) o l’abituale potete evitarvelo. Per esempio se avete mangiato uno scorpione fritto, vogliamo sapere che gusto aveva e se scricchiolava sotto i denti, ma non è la stessa cosa scoprire che mangiate la brioche tutte le sante mattine. Anche per questo, per favore,…
4) Togliete le notifiche automatiche di Foursquare. Quelli che dicono che in quel momento siete entrati al Bar Mario e ne siete diventati il sindaco, per capirci, o al ristorante da Zia Maria. E’ vero, lo facevo anch’io, ma ho smesso quando mi sono reso conto che nessuno correva verso di me dicendo “ho visto su twitter che eri qui e ti ho portato questo mazzo di fiori”. Già che ci siete togliete le notifiche anche di Anobii, del mondo fantastico che vi ha premiato con la Special Sword™, degli ortaggi di RealFarm© e di qualsiasi giochino stronzo che si inventeranno in futuro per aumentare il rumore di fondo. Diverse sono le segnalazioni dei nuovi post sul vostro blog, perché quelli potrebbero interessarmi, essendo contenuti usciti dal vostro cervello e non da un software idiota. Ma, in ogni caso …
5) Limitate l’autopromozione. Se avete bloggato, scritto un libro, inciso un disco, girato un film, dipinto un quadro, fatecelo assolutamente sapere: è anche per questo che vi seguiamo. Mettete i link al trailer, alle prime pagine, alla copertina, al sito di vendita on line dei biglietti… ma, cazzo, datevi un limite. Non riesco a pesarvi quale sia la quantità corretta di marketing tollerabile, ma proviamo a tornare alla metafora scadente del bar di cui sopra. Immaginate uno dei vostri conoscenti che entra con la prima copia del libro appena pubblicato. Bè, tutti a gridare evviva e a offrirgli da bere (ok, io lo faccio), e così il giorno dopo, quando il tizio farà vedere la prima recensione, e quello dopo ancora, quando mostrerà la lettera strappalacrime inviata da una lettrice. Ma la settimana dopo, quando vorrà farci vedere le foto di quella vetrina dove il libro è stato esposto così bene calerà, io credo, un qual certo silenzio imbarazzato. E, già che ci siete…
6) Evitate di volantinare. Che poi è il punto massimo dell’autopromozione: vomitare parole, sperando che gli altri le leggano, magari lunghi brani complessi a botte di 140 caratteri. Per chi vi segue sono due palle, e oltretutto è costretto a leggere alla rovescia, dalla frase più recente alla più vecchia, saltando gli altri tweet che eventualmente si infilano in mezzo. Twitter non è la radio, non è la televisione in cui uno parla e gli altri ascoltano, ma prevede un certo grado di interazione. Proprio per questo, anche se siete delle twistar, ovvero delle star di twitter…
7) Interagite con gli altri. Qui, mi rendo conto, è molto personale. In passato ho fatto tweet diretti a un paio di twistar. Attenzione, non erano superstar americane con milioni di fan, ma più modeste star locali, con reti notevolmente minori. Non mi hanno mai risposto e ci sono rimasto male. Ok, non puoi rispondere sempre a tutti, ma un po’ devi farlo, altrimenti si capisce chi sei davvero, ovvero uno stronzo che usa twitter per farsi pubblicità. Che è giusto, siamo tutti un po’ stronzi e ci facciamo un po’ di pubblicità, ma un certo grado di cortesia è necessario. Comunque, le twistar in questione non mi hanno più tra i loro follower.
Chissà come piangono.
Scritto il 23.11.2011. 13 Commenti
E’ una storia di ordinaria immigrazione. Senza violenza fisica.
Per ottenere la cittadinanza nel nostro Paese ci sono sostanzialmente due vie. La prima è quella di essere un calciatore concupito dalla Nazionale, uno sportivo che potrebbe rappresentarci alle olimpiadi o una battona che la dà a qualche ministro. In questi casi, la cittadinanza può arrivare in tempi misurabili in settimane. Per tutti gli altri la trafila dura anni.
Tre anni fa, visto che viveva stabilmente con me in Italia, mia moglie decise di chiedere la cittadinanza. Eravamo consapevoli delle difficoltà. Nei due anni precedenti ci eravamo trovati invischiati in lunghe file davanti alle questura, sotto il sole e la pioggia, per i permessi di soggiorno e di residenza, con momenti di leggera disperazione quando non capivamo qualcosa dei documenti da portare, dei tempi di attesa, dei passaggi giusti da compiere. Abbiamo sempre avuto fortuna, devo dirlo, perché le persone che abbiamo trovato dall’altra parte dello sportello erano persone civili e seriamente dedite a gestire le complessità della burocrazia. Certo, qualche volta davano del tu a mia moglie, che qualche volta aveva più anni di loro, ma questo succede anche con la maggior parte dei tassisti milanesi e con metà delle persone che hanno a che fare con lei. Per un italiano medio essere un migrante è una condizione di minorità: sei assimilato a un ritardato o un adolescente. A volte, io che do del tu a tutti, mi irrito, una volta quasi attaccai al muro un portiere d’albergo e un’altra feci fermare un taxi e dissi al guidatore “Se a me chiama dottore, che non ho la laurea, a lei la chiami dottoressa, che ne ha tre e parla quattro lingue, anche se in questo cazzo di paese la prendono solo a fare lavori di merda”, ma per lo più tollero, perché anche questo è trattare lei da minore o minorato: sa difendersi da sola, e se vedeste dove è cresciuta, che sembra la Detroit di Eminem nella profonda Russia, capireste che ho ragione.
Comunque, tre anni fa circa abbiamo fatto la domanda, e finalmente questa settimana ci è arrivata la lettera dalla prefettura. Domanda accolta. Stavamo già mettendo in frigo lo champagne, quando abbiamo scoperto che per superare l’ultimo step avremmo dovuto portare alla Prefettura di Cremona più o meno tutti gli stessi documenti che tre anni prima avevamo spedito a Roma. Ce li siamo procurati e siamo partiti. Alla Prefettura di Cremona non c’era tanta fila, evidentemente le cittadinanze sono più rade dei permessi di soggiorno, ma il gentile funzionario che ci ha accolto ci ha gelato alzando l’estratto del certificato di matrimonio: non va bene, ci ha detto.“Per quale motivo? C’è scritto che siamo sposati” abbiamo risposto.“Sì, ma dall’estratto io non posso sapere se nel frattempo non avete fatto domanda di divorzio”.
In un mondo ideale, se mia moglie volesse divorziare da me non dovrebbe importare per l’espletamento di una pratica in essere da tre anni, ma nell’Italia di oggi importa, perché rende nulla la domanda retroattivamente. “Quindi cosa serve?”, chiedo.
Il gentile funzionario ci spiega che occorre l’atto integrale di matrimonio, ovvero - e questo ha dell’incredibile – la copia FISICA (leggi fotocopia) della pagina di registro del Comune dove è stato segnato il verbale del nostro matrimonio. Il comune è Bologna, maledizione a noi quando abbiamo deciso di fare i romantici e sposarci nel posto dove ci siamo conosciuti (durante la Fiera del Libro per Ragazzi, lei era la mia omologa della casa editrice Rosman). Quindi ieri sono partito per Bologna. L’impiegato dello Sportello del Cittadino bolognese, alla mia richiesta, si è rannuvolato. “C’è un problema” ha detto. “Gli archivi comunali sono in trasloco e i registri sono tutti impacchettati”. “E quanto tempo ci vorrà perché li spacchettino?”, ho chiesto. “Non lo sappiamo. Venti giorni almeno”.
Ho avuto una leggera vertigine. Perché secondo la richiesta della prefettura, mia moglie avrebbe dovuto portare tutti i documenti entro quindici giorni dal ricevimento della raccomandata. Forse non succederà niente se ritardiamo, ma forse succederà qualche nuova magagna, entrerà in vigore qualche nuova norma della Bossi Fini che prevede l’esibizione di qualche nuovo documento, il superamento di nuove trafile. O magari dovremo rifare tutto da capo.
Non ha un finale questa storia, per lo meno non ancora e so che non è una gran storia. L’umiliazione che mia moglie e io subiamo è niente rispetto alle violenze fisiche che altri migranti subiscono ogni giorno, è niente rispetto al trattamento da lager subiti nei centri di detenzione, a Lampedusa, nelle strade, nei cantieri dove migliaia di migranti lavorano in nero e muoiono. Aspetteremo, rifaremo i documenti, aspetteremo di nuovo e intanto avremo il privilegio di vivere in una casa e avere un lavoro. Però per la millesima volta ho avuto voglia di fare i bagagli e cercare un Paese decente dove andare a vivere.
Dove saremo entrambi migranti, e io non mi sentirò responsabile per quello che fa la mia gente a chi è nato dal lato sbagliato della frontiera.
Nella foto: Amauri.

Scritto il 23.9.2011. 9 Commenti
Qualche tempo fa ho partecipato al giochino su twitter (lanciato non ricordo da chi, forse dal Bot di Einaudi) di scrivere una storia in 140 caratteri. Ieri ho scoperto che Claudia Molinari ha trasformato il mio tweet in un libro virtuale molto ma molto più bello dei miei 140 caratteri dedicati, per chi non lo avesse capito, al serial killer Son Of Sam. Scrivo gialli, che ci volete fare, penso sempre a quello…
Grazie Claudia per il tuo tempo.

Le altre copertine le trovate qui.
Scritto il 17.9.2011. 1 Commento