Se putacaso leggete questo blog ma non sapete che mestiere faccio vi rendo edotti che scrivo (anche) romanzi. E se non ne avete mai letto uno e volete un accesso facile, ecco un agile mattone di sei o settecento pagine, che raccoglie i miei primi tre lavori ripuliti dagli errori di stampa. E, nel caso della prima edizione del primo volume del ciclo, direi che erano parecchi. I romanzi che compongono la trilogia hanno la caratteristica di essere stati pensati in sequenza: l’inizio del secondo è connesso alla fine del primo, e la fine del secondo è l’inizio del terzo. E’ stato il mio tentativo, a voi dire quanto riuscito, di stendere una sorta di romanzo in progress che accompagnasse il protagonista che porta il mio nome attraverso alcuni turbolenti anni. Se volete altre informazioni andate pure QUI.
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Manoscritti
La cosa più difficile nella gestione di un manoscritto è la lettera di risposta. Mi spiego meglio.
Il mio lavoro principale è quello di scrittore e sceneggiatore, ma continuo a mantenere un rapporto di collaborazione con la Mondadori come consulente. Non lo faccio solo perché mi pagano e perché voglio mantenere un piede nella macchina editoriale, guardarla da dietro le quinte, ma perché con gli anni ho scoperto che mi piace lavorare con gli altri scrittori e aiutarli a chiudere il loro lavoro. Riesco a farlo perché so bene quello che stanno passando mentre scrivono perché lo sto passando anch’io nello stesso momento. Quindi discuto con loro le trame e i passaggi salienti, mi confronto con loro sui dubbi che hanno e cerco di spiegare come mi comporterei io al posto loro, leggo le bozze, do consigli, poi faccio da tramite con i redattori che revisionano le bozze e impaginano, discuto titoli e copertine, se serve presento il titolo con l’autore. Sono un po’ come un calciatore che fa l’allenatore senza aver appeso le scarpette al chiodo.
Va da sé che l’allenatore non posso farlo per molti autori, perché non ne ho il tempo. Gli autori che lavorano con me hanno cominciato perché per qualche motivo mi conoscevano (alt, blocco sul nascere le minchiate: non sono stati pubblicati perché mi conoscevano, ma lavorano con me per quel motivo, la scelta di pubblicarli è stata fatta a monte) oppure perché dentro la macchina Mondadori qualcuno ha pensato che fossi il più adatto a seguirli e me li hanno proposti. Non sempre accetto, non sempre funziona. In passato ho seguito autori che mi hanno maledetto e trattato pubblicamente da figlio di puttana, oppure autori che ho mandato io a quel paese. Condizione necessaria perché il rapporto funzioni è la fiducia reciproca. Se l’autore pensa che sono un servo del moloch mandato a tarpargli le ali non funziona. Se l’autore mi vede come il suo correttore di bozze (mestiere nobilissimo) non funziona. Su tutto il resto ci si può accordare.
Detto questo, e non esaurendo il rapporto editing che meriterebbe più ampio trattamento, a volte la casa editrice mi gira dei manoscritti chiedendomi un parere oppure me ne arrivano direttamente nella casella di posta. Nel primo caso il lavoro è semplice. Do un’occhiata e se penso che valga la pena dico a chi me l’ha mandato di far fare una scheda approfondita di lettura a qualcuno di quelli che sono pagati (poco) per farle, poi lo riprendo in mano e lo discuto nel comitato editoriale. Se mi accorgo che non ce n’è, invece, mando una mail con scritto: lasciamo perdere, o qualcosa di altrettanto veloce perché il tempo è prezioso per tutti. E quello che mi è più prezioso, scusate, è il mio: o scrivo o leggo, e quando leggo per lo più leggo cose che voglio leggere per il mio piacere o devo leggere per il mio lavoro: lo spazio per i manoscritti è minimo.
Quanto invece il manoscritto mi arriva sulla casella di posta, allora sono guai, perché davanti a me, virtualmente, c’è una persona che aspetta una risposta proprio da me, non da un’entità invisibile, e me ne sento il peso addosso. Qui vi rivelerò una cosa che forse non sapete se non fate questo mestiere, ma vi assicuro che è vera. Per capire che un manoscritto è buono ci vogliono lunghe giornate, per capire che un manoscritto non va bastano pochi minuti. Leggi le prime pagine e capisci se l’autore ha qualcosa da dire o no, se sa far parlare i personaggi o no. La trama viene dopo e si può sempre discutere, ma se un autore non sa come gestire personaggi e voci, se non sa cosa sono i punti di vista, la miglior trama del mondo non servirà. Prendete per esempio alcuni romanzi di King: la trama è debolina, ma sono scritti talmente bene che te ne fotti.
Se un autore, quindi, sa gestire minimamente le cose di cui sopra, vai avanti a leggere e cerchi di capire se il romanzo sta più o meno in piedi (e la lettura diventa complessa perché devi entrare più in profondità), se non è troppo simile ad altre cose che hai già letto, se mantiene interesse, se dietro tutto c’è una voce, magari acerba, e non un dattilografo. Per fortuna che il novanta per cento dei manoscritti non funzionano proprio, e non hai bisogno di fare questo lavoro: la casa editrice manda la risposta standard e tanti saluti. Il problema è che quando il manoscritto arriva direttamente a me e devo dare una risposta a chi me l’ha mandato, sento di dover dire qualcosa di più di “non funziona”. Perché la frase vuol dire qualcosa per un editore, ma non per uno scrittore. Perché mi dispiace , perché mi metto al posto loro. Perché se uno scrive voglio che continui a scrivere, anche se deve partire da quasi zero, perché qualcosa imparerà lungo la strada anche se magari non pubblicherà mai. Allora mi tocca studiare il caso. E ci perdo un sacco di tempo. E spesso la risposta non la mando che meeesi dopo, e spesso, chi mi ha mandato il manoscritto si è già stancato di aspettare e ha messo un commento su qualche blog dicendo che sono uno stronzo e che c’è la mafia editoriale e sono tutti raccomandati. Oddio, a volte lo fanno anche se la risposta la do, ma lì almeno non mi sento in colpa. Ho fatto del mio meglio.
Tutta questa spatafiata per dire: amici se mi avete mandato il manoscritto mesi fa e non mi sono ancora fatto sentire, sappiate che non l’ho gettato direttamente nel cestino. Sto solo cercando un modo gentile e vagamente utile per dirvi che non mi è piaciuto.
