… uno dei miei primi lavori fu quello di subliminale per una ditta di cosmetici. Si faceva in due, e avevo come partner una studentessa sulla quale ricadeva la maggior parte della recita. Io dovevo stare accanto all’imbocco di una piazza, lei faceva quattro passi nella mia direzione, io estraevo dalla tasca il prodotto e lo mostravo – una voluminosa confezione di profumo, più grande di quelle in commercio – lei sorrideva e posava le sue mani sulle mie. Poi si voltava, io rimettevo via il profumo e ricominciavamo. Quattro passi erano tutto il nostro mondo. Un film minimale, come quelli che una volta erano contenuti nelle piccole cineprese giocattolo, quattro fotogrammi che ruotavano premendo il bottone sul manico e si potevano guardare puntando l’obiettivo di plastica verso la luce. Durante quei quattro passi dovevamo fare tutto. Rassettarci, rimetterci in posizione, concentrarci, ricominciare. Per gioco a volte ci scambiavamo i ruoli, oppure introducevamo delle variazioni. Lei non sorrideva, per esempio, oppure mi strappava di mano il profumo e si allontanava camminando all’indietro, ma capitava di rado. Rimanere nei confini assegnati ci faceva sentire più a nostro agio, e non solo per i controllori che potevano nascondersi tra i passanti. Quei quattro passi erano ciò che ci permetteva di mangiare, di pagare l’affitto del posto dove stavamo – io condividevo una stanza vicino alla stazione, lei penso venisse da fuori – di pagare il biglietto del mezzo pubblico che ci portava in quella piazza dove fingevamo di trovarci. E mentre toglievo il prodotto dalla tasca e lo mostravo, pensavo che in fondo è uguale per tutti: non importa quanto ci sembri ampio il nostro spazio di manovra, sono sempre quattro passi che ci separano dal freddo e dalla miseria.
Monthly Archives: December 2011
Ehi, ci siete ancora?
Verosimilmente questo sarà l’ultimo post prima della fine dell’anno.
In questi ultimi giorni sto cercando disperatamente di chiudere alcuni lavori in sospeso (tra i quali uno che mi sta facendo letteralmente impazzire), in modo da liberarmi le due settimane che vanno da Natale alla Befana per dare la “botta definitiva” al mio nuovo romanzo (insomma finisco di scrivere cose per scriverne un’altra). Anche se stavolta la colpa del ritardo non è mia, ma di una serie di sfortunati eventi, come direbbe Lemony Snicket, sono io che devo rimediare. Per questo sto intervenendo poco sui social cosi, anche su twitter, e i post si sono diradati più o meno come i miei neuroni sani. Addirittura mi sono ritirato in clausura a casa di un collega che sopporta stoicamente la mia presenza, anche se faccio del mio meglio per rovinargli la vita comportandomi come uno appena entrato in rehab. Dice anche che preparo il caffè come lo preparerebbe Obelix, e non credo che sia un complimento.
A parte gli auguri, in questo post vi lascio però con un video e con un quesito. Il video è quello di Formigoni e penso ci vendichi un po’ di tutto quello che quell’uomo ci ha fatto subire negli anni infiniti dei suoi infiniti mandati. Giuro, è lui, non Maccio Capatonda. In un paese civile basterebbe questo video per farlo sparire per sempre dalla vita politica, ma in un paese civile uno come lui non sarebbe a imporci le sue leggi, i suoi uomini e i suoi affari.
La domanda, invece, è quella sulla libertà di espressione.
L’altro giorno, ho visto un pezzo del film Bubba Ho Tep tratto da un racconto di Lansdale, in cui un anziano Elvis Presley combatte contro una mummia egiziana tornata in vita. Il film mi ha riportato alla mente Lo scrittore fantasma di Philip Roth, dove si racconta che Anna Frank è ancora viva e ha cambiato nome perché schiacciata dal peso della sua triste notorietà. Bubba non è un gran ché, mentre Lo scrittore fantasma è una meraviglia, ma entrambi rappresentano la quintessenza della libertà espressiva. Un artista – questo è il senso – fa quello che gli pare, anche disturbare i morti, fregandosene se i parenti o gli amici di questi ne soffrono. Non gli importa del buon nome di quelli che prende in considerazione, non gli importa di dimostrare nulla. Semplicemente dà corpo alla sua fantasia e lascia che siano i lettori a giudicare se quello che ha fatto è valido o meno.
Ma da noi, intendo in questo paese bigotto e grigio, sarebbe possibile? Non con personaggi del lontano passato come Annibale, ma quelli della nostra storia recente. Potrebbe uno scrittore, per esempio, fare un romanzo Pasolini ancora vivo divenuto serial killer? O con Pertini cacciatore di vampiri? Potrebbe permetterselo solo se grande artista, o anche un piccolo giallista di provincia? Dovrebbe solo parlarne bene o potrebbe anche infangarne la memoria (come Ellroy nel racconto dove Frank Sinatra e, mi pare, Sammy Davis Jr accoppano la gente)? Non ho risposte, ma la questione è intrigante.
E con questo quesito così importante vi saluto e vi auguro buon Natale e Buon Anno.
Ragazze e ragazzi di tutte le età, tanti auguri e cercate di realizzare quello che desiderate. Magari non ci riuscirete, ma il viaggio è quello che conta, anche perché ce n’è uno solo e il biglietto non te lo rimborsano.
Vi voglio bene.
Sandrone
Differenze di genere
Il 25 novembre, scusate se ve ne parlo solo adesso ma sono state giornate… complicate (e continuano anche ora, ma non preoccupatevi è soprattutto lavoro), ho partecipato a un panel contro la violenza alle donne ad Aosta. Il dibattito è stato interessante soprattutto per la presenza di Luisa Rosti, Professoressa Ordinaria di Economia Politica all’Università di Pavia. Tra le cose di cui ella si occupa vi è la differenza di genere nel mercato del lavoro. Usando strumenti come analisi quantitative e teorie dei giochi, e riprendendo studi di mezzo mondo, la Rosti riesce facilmente a dimostrare la realtà di quel vecchio adagio che recita: “le donne devono darsi da fare il doppio perché siano apprezzate la metà di un uomo“. E che questo non è solo un problema delle donne, ma della società intera, perché significa che se una donna ha le caratteristiche adatte a ricoprire una determinata posizione, è facile che al suo posto ci finisca un uomo meno qualificato, che magari prende le decisioni sbagliate. In un’azienda come al governo di un paese.
La spiegazione della Rosti è stata affascinante e divertente, a dispetto di quello che si pensa dell’economia, e non sono in grado di riprodurla. Per questo vi deposito qui sotto, con il suo assenso, i lucidi della sua presentazione e vi invito caldamente a darvi un’occhiata, a scaricarli e farli girare. Se volete approfondire l’argomento potete facilmente contattare la professoressa presso l’Università di Pavia.