Buoni propositi

Vediamo. Fine anno, occorre fare dei buoni propositi e cercare di mantenerli. Di solito li scrivo qui così poi potete farmi il culo se non li mantengo. Dovrei rileggermi quelli vecchi, ma non ho il coraggio. E poi non mi rileggo mai, una volta pubblicato… :-)  

Allora.

1) Lavoro. Consegnare il nuovo romanzo senza ritardi e senza tirare scemo i miei editor come faccio di solito. Da previsioni dovrebbe uscire in autunno, quindi lo dovrei consegnare prima dell'estate. Apparentemente sono ancora in tempo. Il romanzo ha il nome in codice Silos, ma non si intitolerà così.  No, non c'è il Gorilla. 

2) Sempre per quanto riguarda il lavoro, non accettare più progetti per la televisione o il cinema del quale non condivida sino in fondo la storia o l'idea di partenza. Dico di partenza, perché poi tra discussioni e mediazioni con produttori – registi – reti… le cose cambiano parecchio. Ma almeno il concept iniziale, pur se non mio, devo condividerlo sino in fondo oppure mollare il colpo. Ne ho passate troppe recentemente.

3) Dieta. Aha! Punto dolente. In un anno e mezzo sono calato tipo venti chili e ne ho ripresi dieci o quasi dall'estate. Quando smollo il controllo, ingrasso. Binge eating, si chiama. Non è questione estetica, ma di salute. Quindi, passate le feste, si ritorna a stecchetto. Per fortuna ho continuato con la palestra e fisicamente mi sento meglio. Ma dovrei correre un po' di più.

4) Cucina. Circa venticinque anni fa ho smesso il mestiere del cuoco. Avevo studiato alla scuola alberghiera, avevo lavorato su e giù per l’Italia per lo più bettole e postacci lerci (con l’eccezione di un paio di alberghi non male), ma non riuscivo a fare il salto: conoscevo la tecnica, ma non avevo la passione sufficiente per diventare bravo. E quindi sono andato in cerca di altro, che poi si è rivelata essere la scrittura. Però recentemente ho ritrovato il gusto di cucinare per amici e parenti e vorrei tenerlo come impegno. Organizzare qualche bella cena e preparare con le mie manine tutto, dalla pasta al dolce. Così quando dovrò scappare all'estero avrò un lavoro per mantenermi.

5) Carattere. Incazzarmi di meno, che mi fa bene alla salute. Ma so già che questo è un impegno che non manterrò.

Direi basta. Tanti auguri a tutti, figliole e figlioli. Io sto già indossando le mutande rosse…

PS Mancava il video di auguri. Eccovelo. Ovviamente L.C.

 


… e di nuovo cambio casa

La mia stella si chiama inquietudine. Ho cercato di combatterla per anni, forse per decenni, usando strumenti leciti e illeciti, psicanalisi, farmacie, e bar, ma ha sempre vinto lei. Adesso la accetto come parte di me, qualcosa che mi spinge da dietro e mi tira da sotto, mi fa sentire freddo anche d'estate, e solo in mezzo alla gente. E' una vocina dentro che mi chiede di andare altrove, qualsiasi sia il luogo dove mi trovo. A volte mi tiene separato dagli altri, come un'immensa bolla che rende suoni e luci ovattate, altre volte mi spella e mi fa sentire sulla carne viva qualsiasi fremito dell'aria. L'unica cosa riesce a inchiodarmi davvero a questa terra è la tastiera del computer, quando non le sfuggo per paura. Chi mi vuole bene lo sa, e non si stupisce più quando penso al presente come qualcosa di già passato, che mi sta stretto o annaspo per cercare una direzione, una voce o una parola. E la mia inquietudine mi fa cambiare spesso. Tre anni fa ero nelle peste con il romanzo nuovo. Non usciva o usciva storto, e trovai sollievo in una scrittura più leggera, che era quella per la televisione. Il fatto di non dover scrivere di me o di cose che mi riguardavano (anche se metaforicamente, come sempre nei miei gialli), mi rendeva tutto più facile e divertente. Da tanto tempo non mi divertivo così a scrivere. Per cui Roma divenne una mia meta abituale. Una, due volte la settimana. A volte di più. Gli alberghi mi mettono sempre addosso una certa malinconia (che è un sentimento non disprezzabile quando scrivi, ma meno quando cerchi di addormentarti da solo, ascoltando il movimento dei camerieri nei corridoi), per cui io e la mia compagna facemmo un paio di calcoli. Alberghi e spostamenti costano un sacco, meglio avere un appartamento in loco dove lasciare la roba. E almeno potremo farci qualche weekend che con il lavoro non c'entra.

Era un'idea idiota, ovviamente. Dal punto di vista delle spese in effetti andavamo in pareggio con eventuali alberghi (e spesso avevo una sorta di diaria che potevo convertire in affitto), ma il tipo di impegno che richiede una casa lontana da casa è abominevole se non hai un maggiordomo. Cosa c'è nel frigorifero quando arrivi di notte? Dove sono finiti i calzini? Quante cazzo di paia di lenzuola sporche ci sono disseminate tra Milano e Roma?  E quando non lavoravo a Roma, magari per un mese, dover scendere solo perché c'è una casa mi sembrava uno spreco. Poi l'essere diviso su due città, senza contare quelle che avevo nella testa, mi rendeva irrintracciabile dagli affetti. Mentre i rompicoglioni mi trovavano sempre, gli amici non sapevano mai dove beccarmi. Per organizzare una cena dovevamo sicronizzare le agende come James Bond.  

E poi c'era qualcos'altro. Roma mi piaceva. Mi piaceva soprattutto il quartiere di San Lorenzo dove avevo scelto l'appartamentino. A pochi passi dalla Stazione Termini, nella Zona Rossa d'eccellenza (che non ha niente a che fare con quelle della questura), dove negli anni ottanta incontravo persone come Vincenzo Miliucci, e andavo a parlare ai microfoni di Radio Onda Rossa. Ma l'entusiasmo per il mondo cinetelevisivo era andato rapidamente scemando. Sono uno scrittore, alla fine, ovvero un allenato alla solitudine, un apneista dei cazzi miei, quindi non si deve pretendere da me troppa socialità. Non ne ho molta, e di solito la tengo per i miei cari. Ma a Roma, per sopravvivere in certi ambienti, devi sapere nuotare nella corrente e io non sono mai stato tanto capace. Ci provo, a volte disperatamente, ma non ci riesco.  Poco importa che la corrente sia quella del movimento, del gruppo, dell'azienda, del centro sociale, del party del produttore. Alla fine salto come un cavallo e scarto la prima staccionata portandomi fuori vista. Riprendo la giusta distanza.

Così, ieri ho chiuso un'altra casa. In via Tiburtina Antica, a pochi passi dal Bar Marani e da via dei Volsci. Ero sollevato quando ho portato fuori l'ultima valigia. Mi sembrava di aver ridotto la complessità e aver reso più semplice la mia vita. Poi stanotte ho avuto un po' di nostalgia. Per le montagne che vedevo dal balcone nelle giornate terse, per il geco che veniva a trovarmi quando innaffiavo le piante, per il caffé che prendevo in piedi nella cucina, per una partenza di corsa che mi ha schiantato contro un muro. 

Di nuovo cambio casa. San Lee Marvin, proteggimi tu.