L’altra notte io e i miei vicini
di casa ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti “e adesso?”. Uno strano
senso di smarrimento era calato su
di noi, osservando il timer sullo schermo televisivo arrivare allo zero e il
volto di Jack Bauer scomparire nel buio.
Faccio un passo indietro e spiego meglio. Mia moglie ed io
viviamo (per la maggior parte del tempo) in un complesso residenziale ai bordi
di Milano, ricavato da una ex tipografia. Quelli che una volta erano dei
magazzini, ora sono diventati loft monofamiglia che si affacciano su un cortile
comune. Con l’andare del tempo tra noi vicini si sono create delle relazioni
che vanno al di là del formale buongiorno – buonasera da ascensore, anche perché abitiamo tutti a livello
del suolo. Si organizzano cene di gruppo, grigliate, feste danzanti e partite
di poker. Sul terrazzo di un vicino diventato in seguito mio cognato (una di
quelle cose strane che mi capitano) con la bella stagione vado a prendere
l’aperitivo guardando gli aerei che atterrano al vicino aeroporto di Linate.
Casa mia, invece, è da lunghi anni sede di ritrovi notturni per la visione
collettiva delle serie americane.
Fui il primo del corsello ad
appassionarmi alle serie. Ancora scapolo, mi gustai in videocassetta (poi in
dvd) tutta la serie di Buffy l’Ammazzavampiri. Due volte almeno. Per qualche motivo, quel telefilm rivolto
ai teeneagers e che di teeneagers trattava, aveva fatto breccia nel mio cuore.
La narrazione orizzontale, dove i personaggi crescevano, invecchiavano e spesso
morivano come nelle vecchie soap, mescolata a un tema horror rivisitato in
chiave pop, aveva creato qualcosa di unico e che si infilava tra i miei bisogni
di lettore onnivoro con passione per il fantastico, come una chiave in una
toppa ben oliata. Nulla, nella cacciatrice di vampiri, mi faceva pensare ai
vecchi telefilm che mi avevano sempre annoiato. Non ero mai stato appassionato
di alcuna serie in precedenza, nemmeno del mitico Magnum P.I. o Star
Trek. Forse Agente Speciale, quando ero piccolo, quello con John Steed ed Emma
Peel. Ma per il resto, preferivo di gran lunga leggere o andare al cinema.
Buffy aveva portato con sé un nuovo incanto, un nuovo tipo di narrazione che non sapevo come collocare. Era
ottima narrativa d’intrattenimento, ma per immagini. La scrittura era
intelligente, articolata, mai ripetitiva (almeno sino alla quinta stagione), e
con la scusa dei mostri parlava della contemporaneità e delle paure dell’oggi. Gli altri del cortile non si convinsero, consideravano la
Cacciatrice di vampiri una delle mie tante bizzarrie, come il fatto che
viaggiassi con un peluche in valigia e mi rifiutassi di appendere quadri. Ma li
tirai dentro quando mi procurai i dvd di Carnival, la serie ambientata durante la depressione, un mix
di magia e storia. Bella fin dalla sigla, ce la guardavamo in gruppo, in lingua
originale con sottotitoli, sdraiati davanti al mio televisorone da parete. Poi
arrivò Lost, poi 24, poi Traveler e Dexter. Almeno due
notti la settimana, a casa mia si riformava il capannello che faceva le ore
piccole. Ero io sempre io che frugavo la rete in cerca di novità. Il mio ultimo
successo fu Flashforward, un mio
fallimento di gradimento condominiale fu invece Firefly, che piaceva solo a me. Individuai ben presto gli
elementi che servivano a tenere coeso il gruppo degli amici: prima di tutto
nella serie la linea orizzontale (lo sviluppo, cioè, della storia della
stagione che si svolgeva puntata dopo puntata) doveva di gran lunga predominare su quella verticale (gli
avvenimenti della singola puntata). Poi doveva esservi un mistero da svelare,
più o meno complesso: andava bene la magia di Lost come la quest alla bomba
nucleare di 24. Poi le puntate dovevano chiudere bene, cioè rilanciando a
quella successiva con un colpo di scena, costringendoci a guardarne una dopo
l’altra sino a che gli occhi ci si chiudevano per il sonno. E ci piacevano i
dialoghi ironici e scoppiettanti,
i personaggi sopra le righe.
Insomma, diventammo appassionati
di televisione, con l’obbligatorietà della presenza ogni volta che una nuova
puntata era pronta per essere vista. Quando qualcuno mancava, si sospendeva la
proiezione e questo qualcuno riceveva spesso sms di minaccia per la sua
assenza. Poi nell’ultimo anno, qualcosa è cambiato. Le grandi serie, quelle che
ci tenevano uniti e ci facevano discutere, hanno cominciato a terminare, l’una
dopo l’altra, e non troviamo niente all’orizzonte che le possa sostituire. Dopo
la fine di Lost, rimaveva 24. Per otto anni le avventure di quel fascistone di Jack Bauer ci avevano tenuto compagnia. Aspettavamo sempre con ansia il momento in cui avrebbe torturato qualcuno, o fatto qualcosa di incredibilmente azzardato, come attaccarsi al alettone di un razzo. E adesso anche lui è andato in pensione. Ci sentiamo… orfani. Potremmo riprendere Life, forse. Oppure l’ultima stagione di The
Shield, che abbiamo interrotto brutalmente.
Anche Breaking Bad meriterebbe un’altra
occasione. Ma il futuro, cosa ci prospetta? Ci saranno nuove narrazioni
televisive in grado di appassionarci, di farci spaventare e piangere come le grandi
serie che hanno cambiato la storia del piccolo schermo, oppure ci troveremo a
fare i conti con la fine della sperimentazione e della ricerca? Con
la crisi che aleggia, la perdita di audience dovuta al file sharing, con il
fallimento di Flashforward, con
il bagno di sangue di The Pacific,
si rischierebbe ancora, oggi come oggi, per una serie costosa e dai confini
incerti come Lost?
Where do we go from here?