Q20. Io ci perdo le ore a cercare di fregarlo…
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2012
2012 – Recensione di Xuhlma
Riceviamo e con piacere pubblichiamo.
Per dirla con l'austero Variety, un film
"tanto risibile quanto spettacolare": Roland Emmerich torna alle
origini (il suo secondo lungometraggio si chiamava "Il principio
dell'Arca") e chiude i giochi col padre di tutti i catastrophe-movies. Facendo
tesoro dei suoi successi ("Independence Day", "The day after
tomorrow") e mezzi fiaschi ("Godzilla") e sfruttando la famosa profezia
Maya (che poi pare dicesse tutt'altro) della fine del Mondo il 21/12/2012 in
occasione di un raro allineamento Terra/Sole il nostro tedescone riforma il
team con Harald Kloser per scrivere, dirigere, produrre e musicarsi il film
tutto da soli.
E
d'altra parte i due sono ormai i massimi specialisti del genere: sanno che non si
possono sgranare terremoti, eruzioni e tsunami non-stop per 2 ore e 40 senza
cadenzarli con dei protagonisti decenti e dei dialoghi godibili; scelgono John
Cusak (che quando spalanca la bocca sembra meno tonto di Nicholas Cage) e un
tipico coro variato e affidabile di mezze-star (Amanda Peet, Danny Glover,
Oliver Platt e il DJ scoppiato Woody Harrelson); riscaldano abilmente la
minestra (famiglie sfasciate, scrittori falliti, chirurghi plastici e oligarchi
russi che avranno tutti il loro quarto d'ora d'eroismo) confidando che quando
al minuto 40 arrivera' la prima scena fracassona (lo sprofondamento di Los
Angeles) tutti i classici del passato da "Terremoto" a
"Knowing" saranno sepolti con la citta'.
Il limite del film, come ha detto Emmerich, e'
proprio l'essere un punto di non ritorno: e' difficile immaginare epigoni in un
genere che ha finito fatalmente per auto-distruggersi. Eccessivo ma non noioso,
e ovviamente inconcepibile da
vedere in TV o DVD, "2012" diverte soprattutto quando azzarda le
proprie profezie: la Fine del Mondo colpira' per ultima la Cina e avvantaggera'
l'Africa; nel 2012 ci sara' ancora la Regina Elisabetta; e il Primo Ministro
italiano sara' l'unico col Presidente USA a rifiutare una comoda salvezza per
restare vicino al suo popolo.
E poi dicono che i tedeschi non hanno il senso
dell'umorismo.
Non per vanità
Primo input. Due anni fa un mio caro amico, per quanto lontano, ha avuto un infarto. Di quelli brutti, posto che ne esistano di belli, dal quale si è salvato solo perché ha riconosciuto i sintomi in tempo. Quando l'ho visto dopo la sua dimissione dall'ospedale sembrava l'ombra di se stesso, come si dice. Emaciato, con la pelle che ricadeva in pieghe sotto il viso smagrito di colpo. L'ultima volta che eravamo stati assieme avevamo mangiato, bevuto e fumato allegramente. Troppo allegramente ho pensato a quel punto.
Secondo input. Vado a comprarmi una giacca. Formale, in un negozio del centro. Ne provo una che mi piace ma non mi entra. Il commesso si scusa, putroppo oltre la 56 non ne fanno. E' un modello un po' stretto in vita, dice, vanno così. Ma non è stretta solo in vita. Anche sul petto e sulle braccia. Capisco che da quel momento in poi, se vorrò comprarmi una giacca, dovrò puntare su modelli meno recenti, o passare in quei negozi che offrono vestiti per taglie forti. In fondo, un po' me l'aspettavo. I pantaloni dell'anno prima riuscivo a indossarli solo tenendo slacciato il bottone sulla vita, per non parlare dei colletti delle camicie.
Mi peso. Cercavo di evitarlo nell'ultimo periodo. Cento chili tondi. Facendo il rapporto con l'altezza e trovando il mio Indice di Massa Corporea, scopro di essere entrato per bene nell'area obesità moderata. Obeso. Sono sempre stato grosso, il mio soprannome ce l'ho per questo. Sandrone, ma in qualche modo mi sono sempre controllato. Aumentavo, diminuivo, quando esageravo mi tenevo per un po'. Ma negli ultimi anni l'elastico tendeva a rialzare sempre di più l'asticella. E adesso ero obeso.
Obeso uguale rischio di infarto. Obeso uguale dolore al petto quando faccio due passi di corsa. Obeso uguale mal di stomaco, sonnolenza pomeridiana, alito cattivo. Eppure, penso, non mangio molto. E non bevo nemmeno molto. Solo, un po' più del necessario.
Decido di mettermi a dieta e, per la prima volta, di non fare da solo. L'ultima volta avevo seguito una di quelle alla moda, quella del succo di limone. Per una settimana avevo bevuto solo acqua, limone e succo d'acero. Una dieta depurativa, dicevano. Ero calato sei chili, ripresi prontamente in un mese.
Vado da un dietologo. Il doc, quando mi riceve, è esattamente come mi aspetto. Magro come un chiodo. Ma non mi rimprovera. Invece, mi accoglie. Ed è qualcosa che mi fa sentire meno imbarazzato quando mi spoglio e mi faccio misurare.
Mi consiglia di tenere un diario alimentare per una settimana. E intanto di fare gli esami del sangue. Gli esami risultano un po' sballati, anche se non esageratamente. Il diario molto sballato. Sono capace di passare dal caffé del mattino a una merenda dove mangio panini con il formaggio e bevo birra, per poi cenare con mezzo chilo di pasta all'olio. Poi dolci, pane a quintali. Spuntini di mezzanotte. Non mangio un po' troppo. Mangio troppissimo e malissimo, solo che non me ne sono mai reso conto. Ho, in pratica, un disordine alimentare legato allo stress. E' la mia compensazione dopo giornate passate a scrivere, dopo riunioni in cui scazzo. Mi premio per la fatica. E mi faccio del male.
Il dottore mi dà una dieta da 1400 calorie al giorno, che è quello che prima mangiavo a merenda. Tristissime porzioni di pane da 40 grammi, condimento pesato a cucchiaini da te. Niente formaggio, niente fritti. E, soprattutto, varietà di alimenti. Frutta, verdura a quintali, yogurt a colazione. Il primo chilo lo perdo in tre giorni e mi sembra un miracolo. Perché non torna. Poi quattro. A volte mi fermo, poi riprendo a calare. Sono felice, bé, a volte un po' nervoso, ma capisco che dimagrire non basta. Sto perdendo ciccia, ma anche tono muscolare. Orribile pensiero, mi tocca andare in palestra.
Non ci sono mai riuscito in passato. Mi stancavo subito e rinunciavo alla terza volta, dopo aver comprato borse a scarpette nuove. Capisco che ho bisogno di un sostegno anche qui, una trainer. La trainer in questione si chiama Nicole, e mi dice di prendermela con calma, ma con regolarità. Cominciamo esercizi con pesi da mezzo chilo e soprattutto allungamenti. Quando faccio test di flessione, all'inizio non riesco nemmeno a toccarmi le ginocchia. Ho passato gli ultimi anni seduto davanti a un computer, e si vede.
Sono trascorsi dieci mesi da allora. Ho perso 18 chili e sto molto comodo nella taglia cinquanta. Mi sveglio meglio, dormo meglio, lavoro meglio, non ho più la gastrite e la lingua gialla. Salgo le scale di corsa senza avere il fiatone. E quando mi concedo una pizza o una fetta di torta o un cocktail, e capita spesso ora, non mi sento nemmeno in colpa.
Me lo merito in fondo.
Ho capito un paio di cose. Che le diete artigianali non servono a un tubo e che bisogna chiedere aiuto quando le cose si mettono male. Prima che si mettano peggio. Ma, soprattutto, che bisogna avere il coraggio di volersi bene, per stare bene.
Ed è la cosa più difficile.