Cortina… di ferro

Da quando a quattordici anni partii per la  scuola alberghiera di San Pellegrino terme, non mi sono più fermato. Ho viaggiato in quattro dei cinque continenti, cambiato mille impieghi, letto qualche valanga di libri, lavorato nell’industria culturale, scritto qualche migliaio di pagine e qualche
film. Con tutto questo, dentro rimango il ragazzo di Cremona che spesso si sente più
piccolo delle sue scarpe. Come in questi giorni che ho passato a Cortina
d’Ampezzo
, amena località dolomitica, per la presentazione della serie
Intelligence di cui ho supervisionato e coordinato la scrittura. Passeggiando
per il centro, tra gambe abbronzate con i calzettoni e pullover candidi, mi
sono sentito estremamente fuoriposto. Che ci faccio io qui?, pensavo e scrivevo via sms agli amici. Non a caso quando potevo tornavo nella mia camera d’albergo, cercando di far
funzionare Internet e scrivendo il romanzo.

Però, a parte la mia sociopatia, la
presentazione ha funzionato bene. E' stato bello vedere sul grande
schermo quello che ho scritto per la televisione, e mi ha fatto
piacere rivedere gli attori del cast (Bova, Morariu, Abbrescia eccetera) con i
quali sono per forza di cose diventato un po’ amico (soprattutto con Dino) e  prendermi una ciucca con il regista Alexis Sweet. Con lui ho discusso
ferocemente per un anno, ma non vedo l’ora che torniamo a lavorare assieme. Perché è bravo e secondo me insieme funzioniamo, ed è la prima volta che lo dico di un regista.  

Se la serie
piacerà al pubblico (va in onda il 21 su Canale 5) magari succederà. 

Raoulbovaintelligence

Benritrovati

Eccoci qua. Sono rientrato nella triste milano agostiva. E' tosta passare da New York a Panettonland: la provincia  può avere il suo fascino, ma che tristezza girare per una città morta e chiusa, a temperatura forno, che offre ai turisti solo fregature, bar carissimi al centro e pessimi ristoranti cinesi. E che tristezza tornare a leggere le notizie italiane (ho cercato di risparmiarmelo all'estero) scoprendo che l'orrido non ha mai fine. Orrido che si divide in tre grandi tronconi. L'orrido futile che futile in sé potrebbe non essere, ma che lo diventa perché eterno, ripetitivo e non cambia un tubo sugli equilibri di potere. Per farvi un esempio: le trombate di Berlusconi, la signorilità della Lario, le discussioni tra le varie leadership dell'opposizione, le nomine Rai.  

L'orrido orrido: i gay accoltellati perché gay, la proposta di ridurre lo spazio di intervento della marina militare nelle acque delle nostre coste per far sì che muoiano più migranti in mare, il divieto di matrimonio per gli immigrati più miserabili e in generale quella schifezza che è il pacchetto sicurezza.

L'orrido inclassificabile: la proposta di fare i telegiornali in dialetto, di cantare il va pensiero allo stadio, lo scazzo sull'eredità dell'Avvocato e il sospetto che evadesse il fisco (che sorpresona! Ci sembrava così una brava persona! Ma andate a @à"%!!).

Detto questo, ci avrò anche le balle girate per il jet lag, ma quando vedo affacciarsi in tv qualcuno che parla di politica, giro immediatamente. Mi basta, per rimanere aggiornato, la rassegna stampa di Dagospia. Il che, detto da uno che faceva politica militante, è un bel segnale di sconfitta intellettuale. 

Ieri ho anche ricominciato a lavorare, dopo due giorni di pausa. Sono nella fase del romanzo che precede la fine (almeno spero) quella dove mi fermo con le dita, e lavoro solo di testa. Sto facendo la scaletta, che quelli bravi fanno all'inizio, e che io faccio solo a un certo punto, per vedere dove ho deviato dall'idea originaria e dove i vari pezzi si incastrano o non si incastrano. Una volta che ho concluso il ponzamento, che faccio disteso guardando il vuoto (ma fidatevi, e' la parte di lavoro più tosta, non sto poltrendo) rimetto mano mano, se serve, a parti di capitoli chiusi per gestire quello che non gira o cambiare le sorti di un personaggio, che ho scoperto essere qualcosa di diverso da quello che pensavo all'inizio, o per gestire indizi su avvenimenti pregressi al tempo narrativo, per poi affrontare in discesa i capitoli finali. E' una fase che in genere dura due o tre giorni, che fa sì che io sia completamente assente, o quasi, dal consesso umano, che dorma tipo un paio di ore perché il cervello gira cercando di aggiustare i pezzi. I capitoli e i personaggi sono distesi nella mia mente e li muovo, li sposto e li rigiro, provando tutte le combinazioni. Se poi tutto funziona, vedremo. Anzi, lo vedrà prima il mio editor, poi lo vedrete voi…

Foto 10

New York, New York 10

Sindrome di Stendhal. Non ne ho mai sofferto, sono troppo rozzo. Ma al Moma e al Metropolitan Museum sono andato abbastanza giù di testa. Non tanto, e non solo, per la quantità di cose che vi sono esposte, molte delle quali conosciute sin da piccolo sui libri di scuola, o stracitate (la zuppa di Andy Warhol, per esempio) ma per la disposizione apparentemente casuale. Soprattutto al Metropolitan, non sono riuscito a trovare la direzione giusta per non perdermi tra le stanze che si aprono a scatola cinese, rischiando di perdere il corner Picasso o l'autoritratto di Van Gogh. Poi, cercando il bagno, sono finito nel mezzanino, dove in lunghe teche sono conservate le opere minori, soprattutto americane: chilometri di vasi per il tabacco e statue fintogreche, quadri di padri fondatori e nativi americani. Mi sono immaginato impagliato in una teca, con il cartellino Turista, io e i miei calzoni corti e il berretto degli Yankees. Comunque, quel piano è un ottimo posto per un horror, altro che Una notte al museo.

Fumetti: Naturalmente ho fatto qualche puntata alle fumetterie. Per esempio quella sulla Quinta Avenue, tre piani strapieni, e quella tra la Brodway e Union Square, dove i commessi sono meno gentili, ma c'è quasi altrettanta roba. Ho comprato e letto a sbafo, scoprendo che il tono della Marvel sta diventando sempre più cupo. Dopo la guerra tra le due fazioni di supereroi, una favorevole alla registrazione dei possessori di superpoteri e una contraria (sorta di paranoia post 11 settembre), la morte di Capitan America, il massacro dell'invasione Skrull, siamo adesso alla sicurezza globale controllata da Goblin, che sarebbe uno dei peggiori criminali dei fumetti, quello che, per capirci, in una delle sue versioni ha accoppato la fidanzata di Spiderman. E in questo mondo, più o meno i buoni sono sempre in fuga, i cattivi spadruneggiano, c'è sangue morte e distruzione. Una volta leggevo i fumetti Marvel per distrarmi, adesso m'incupisco. Sarà anche il segno dei tempi, ma un po' di leggerezza, talvolta, non sarebbe male.

Peter Cincotti: Sono andato a vederlo ieri sera all'Higway Ballroom. Ok, è un tipo di concerto al quale ti senti a tuo agio con giacca e cravatta, ma sono un vecchio romantico, e mi piace il jazz. Anche le canzonette tutte doo doo whaa whaa. Aggiungiamo che Cincotti è un ottimo pianista e ha una gran voce, quindi… Il problema è che gli ultimi due album che ha fatto li trovo orridi. E' passato dal jazz al pop slavato, diventando una sorta di Elton John moscio. Quindi, a parte alcune punte, il concerto mi ha annoiato e, come me, credo buona parte del pubblico, che non saltava proprio di gioia di fronte a pezzi come Teeneage America o I want More. Sarà alla ricerca di qualcosa di nuovo, in fondo è giovane, ma rischia di diventare uno dei tanti. Mi dispiacerebbe. Sentitelo qui sotto, comunque. E consideratelo anche il mio regalo di addio dal blog americano. Domani rientro in Italia,  grazie per avermi seguito.