Un vecchio di nome Wolff sta visitando una casa da
acquistare quando sente una strana musica provenire da una delle stanze.
Allontanandosi dalla moglie petulante e dall'immobiliarista, Wolfe scopre un uomo seminudo, che sta suonando un corno d’argento
al centro di un cerchio luminoso. L’uomo lancia il corno a Wolff e gli chiede
di custodirlo, poi scompare. E’ stato un incubo, un allucinazione?, si chiede
Wolff. Ma desidera ardentemente andare dove quest’uomo è
sparito, un mondo fatato di cui ha visto solo lo scorcio. E lo farà quella
stessa notte, suonando il corno che altri non è che uno strumento
raffinatissimo per aprire porte che danno su altri universi.
E’ questo l’inizio, straordinario, del primo volume della
saga Fabbricanti di Universi scritti da P. J. Farmer, che riporto a memoria
probabilmente con molte imprecisioni. Lo lessi per la prima volta credo a dodici
anni e me ne innamorai perdutamente per le idee radicali che proponeva. Gli
universi erano qualcosa di artificiale, costruiti da esseri superevoluti,
compreso quello in cui ci troviamo. Ogni Fabbricante, o Signore, gestisce il
proprio universo come un giocattolo, costruendolo in base alle proprie
passioni. Wolff finirà in un mondo popolato da esseri mitologici e mostri,
tornerà giovane, scoprirà di essere praticamente immortale. E si sposterà da un universo all’altro, combattendo contro
altri immortali, che passano l’eternità a cercare il modo di uccidersi a
vicenda.
Ma questa è solo uno dei capolavori che Farmer scriverà a
partire dagli anni Cinquanta. Considerato un eretico e un pornografo, perché nei
suoi romanzi si parla di sesso e il sesso si pratica pure (argomento
considerato tabù nella S.F. dell’epoca), si distinguerà sempre per le sue
visioni colossali. Come nell’altro suo ciclo famosissimo, quello di Riverworld,
il Mondo del fiume, dove l’umanità si ritrova dopo la fine del mondo. Un
pianeta gigantesco, popolato da miliardi di esseri umani provenienti da tutte
le epoche, che cercano di sopravvivere, combattono e si alleano alla ricerca di
un senso alla loro esistenza di “resuscitati”. Gli eroi di questa saga sono
molti, ma tra loro spiccano Richard Francis Burton (l’avventuriero che cercò le
sorgenti del Nilo), Cyrano e Mark Twain.
Farmer lo amavo perché aveva in dosi massicce quello che
veniva chiamato il Sense of Wonder, il senso del meraviglioso, che riusciva a
trasmettere dalle sue pagine. Perché mescolava escapismo e tecnologia, perché
raccontava mondi esilaranti e terribili che si facevano beffe degli aspetti più
retrivi del nostro mondo, perché
distruggeva i tabù e prendeva sul serio le icone del pulp che io amavo, come
Doc Savage e Tarzan, di cui scrisse biografie non autorizzate (e, nel caso del
re delle scimmie, anche piuttosto erotica), perché mescolava cultura classica e undergound. Pubblicò anche un romanzo sotto il
nome di Kilgore Trout, che era a sua volta un personaggio fittizio, uno
scrittore pulp creato da Kurt Vonnegut, che si incazzò mica poco. Venere sulla
conchiglia, si intitola, e l’invenzione più straordinaria di tutto il romanzo è
la sorgente di energia delle astronavi che vengono utilizzate: l’energia di
stelle viventi di un altro universo, che vengono torturate e uccise nel
processo. Tanto che l’eroe del romanzo si troverà sperduto su un pianeta
lontano, impossibilitato a ripartire per l’estinzione causa genocidio della fonte di energia
del suo motore.
Non so nulla dei suoi ultimi anni, credo avesse smesso di
scrivere da parecchio. Ma se esiste un aldilà, spero che assomigli a uno di
quelli descritti da lui. Dove ci si diverte, si combatte contro i cattivi e si
fa l’amore di continuo. E ogni nuovo giorno ci porta una nuova meraviglia.
Ciao Phil. Grazie per avermi aperto la mente.