Vado a suonare il trombone

Mi tocca andarci domenica 1 febbraio al Workshop  del Forum per la Sinistra (qui c'è il programma). Odio fare i dibattiti. Sono pessimo, non mi preparo mai abbastanza e le repliche migliori a una provocazione mi vengono solo qualche ora dopo. Esprit d'escalier, lo chiamano. Poi, non ho niente da insegnare a nessuno, e niente da dire che chi mi ascolta non sappia già. Se posso di dibattiti non ne faccio, ma in questo caso non posso. Un po' perché è organizzato al Leoncavallo, che è stato il luogo della mia educazione sentimentale e politica per una decina di anni. Un po' perché si cerca di fare il punto su quello che accade a sinistra, che non è molto chiaro a nessuno. Soprattutto perché me l'ha chiesto Daniele Farina, con il quale ho diviso un pezzo di strada. Siamo stati ottimi amici, abbiamo militato assieme, siamo stati arrestati assieme per una manifestazione antinucleare a Montalto di Castro (ma mai condannati per quella, a differenza di quelle che dice Wikipedia), siamo stati assieme nel collettivo di occupazione del Leoncavallo, e prima nella mitica Kommissione Kultura, e prima ancora al collettivo nella casa occupata di Via dei Transiti. Ci somigliavamo pure, anche se lui è piu' alto e piu' magro, e qualche volta la gente scambiava i nostri nomi. Poi le nostre strade si sono violentemente separate, nel senso che proprio abbiamo litigato e io me ne sono andato dal Leoncavallo sbattendo la porta. Ho smesso di fare politica, ho cominciato a scrivere, lui è diventato consigliere comunale prima e parlamentare poi. Non diteglielo, ma l'ho anche votato.  Perché mi frega un cazzo dei partiti e delle istituzioni, ma lui è una persona seria. E ci crede. Quindi a questo forum vado, a parlare di scrittura sociale e altre amenità con  Gabriele Porro, Sergio Bellucci, Danilo de Biasio, Miriam Giovanzana, Maso Notarianni, Piero Sansonetti. Alle 15,00, in via Watteau 7, Milano. Se ci siete mi fate un enorme piacere.

ForumSinistra.1.1-2

Lampedusa, Italia

Leggo sgomento le dichiarazioni del ministro dell'Interno Maroni su Lampedusa, dove ritiene che non si violino i diritti umani pigiando milletrecento persone in un centro di detenzione (col cavolo che i migranti lì dentro non sono imprigionati) e trattando in generale i clandestini come merce da rispedire al mittente.   E si finge di non sapere che quando riescono a rimanere nel nostro paese, da clandestini come li vogliamo lasciare, sono quelli che ci fanno arrivare la conserva nel supermercato, perché sono loro a raccogliere i pomodori trattati come schiavi. E sono loro a costruire le nostre case, nei cantieri dell'operoso e leghista nord, lavorando in nero e senza protezione. Certo, mi diranno i miei commentatori perbene, ma tra di loro ci sono anche dei criminali. Spacciano, rubano, si alcolizzano, sporcano. E' vero, come sempre accade nei ghetti. E per loro il ghetto non ha confini, se lo portano dietro ovunque vadano. Li circonda nell'autobus dove li trovi la mattina mentre vanno a lavorare per noi, nei bar dove siedono tra di loro, nei ristoranti dove noi mangiamo allegri in compagnia e loro vengono a venderci accendini e fiori. O libri, come in Corso Vittorio Emanuele a Milano. Ciao amico, ti dicono e tu fingi di non sentire. Non sei loro amico, vuoi solo che si levino dalle palle, che scompaiano.

E sempre a proposito di diritti umani, nessuno sembra notare che su quella banchina sassosa dove vengono distesi i semiannegati arrivati dopo viaggi disumani, in tutti questi anni non si è nemmeno pensato di istituire un posto di primo soccorso fisso, forse non per non violare l'estetica del luogo. Mentre si racconta che è stato fatto tutto il possibile per aiutarli, si dimentica di riferire che buona parte dei servizi d'emergenza erano condotti da Medici Senza Frontiere, che agiva a Lampedusa come agiva in paesi devastati del terzo mondo, con un posto di pronto soccorso e medici volontari. Medici Senza Frontiere che, di fatto, è stata cacciata dalle autorità e sostituita con… niente. 
L'intervista di Maroni sul corriere di oggi accennava anche alla questione dei Rom. Per loro, dopo le espulsioni, sono previsti campi attrezzati sorvegliati giorno e notte. 
A casa mia, ministro, questi si chiamano lager.

In ogni caso, guardatevi questo video, e poi ne parliamo.

La morte del romanzo giallo

Drury

Credo che il romanzo giallo stia morendo. 

In un post di
qualche giorno fa, poi diventato un elenco di fiction che ci piacciono,
sostenevo in sostanza che la fiction gialla (limitiamoci a questo esempio) per
me è al momento più interessante e divertente dei romanzi del medesimo genere.
Per approfondire, voglio dire che quello che sta accadendo non è solo un
momento di gloria della televisione e un momento di stanca dell’editoria, ma un
cambiamento epocale nella produzione di immaginario di intrattenimento e consumo,
che mi sembra molto simile a quanto accaduto per la fantascienza. Cerco di spiegarmi, e abbiate pazienza con me. Non sono un critico letterario e non sono nemmeno molto istruito.

Come tutti sappiamo, i romanzi di fantascienza, una volta
genere letterario piuttosto in voga e molto letto, soprattutto nei paesi
anglosassoni, sono diventati molto, molto di nicchia e anche i vecchi maestri o hanno cambiato genere, o sono passati al cinema o fanno la fame. Di fatto se ne legge
pochissima, soprattutto non la leggono i più giovani. Partecipo come
osservatore a due mailing list che discutono molto di fantascienza. Nella
prima, dove l’età media è più bassa, la lettura è limitata a pochi capisaldi, e
le discussioni vertono soprattutto attorno alle serie televisive come Doctor Who o Lost e ai film.
Nella seconda, con partecipanti più “maturi” (gente della mia età, e più
vecchia) si parla soprattutto di maestri del passato e di qualche esperimento
italiano.

La crisi della fantascienza comincia alla fine degli anni
ottanta dopo il boom del Cyberpunk, ha avuto due spiegazioni, che vi riporto
tagliandole un po’ con la zappa. La prima corrente di pensiero la faceva
risalire alla fine dell’immaginario tecnologico. Il presente, con le continue e
velocissime modifiche della tecnologia, è diventato più interessante della
fantasia. E’ difficile immaginare un futuro che non sia già stato esplorato
mille volte, è difficile immaginarsi sviluppi della scienza che non facciano
riferimento alle superstringhe o alla teoria dei quanti (come fa Greg Egan) e
sono argomenti difficili da affrontare per il pubblico medio.

La seconda teoria, invece, appunta il dito sulla
trasformazione dei media. Ora, al cinema, in televisione e al computer, è
possibile vedere quello che prima era possibile solo immaginare: realtà
virtuali, astronavi e altri pianeti, sono diventati talmente realistici da non
sembrare più trucchi da baraccone. Inoltre, la fantascienza viene fruita anche
e soprattutto attraverso i videogiochi, che permettono un’interazione maggiore
e un’immersione totale: che senso ha leggere, se puoi esserci “dentro”?

Va detto che io sono sempre stato più vicino alla prima
teoria che alla seconda, ma analizzando quello che sta succedendo con il
giallo, mi sto ricredendo, perché mi sembra che stia accadendo la stessa cosa.
Mi spiego meglio. Fino agli anni Novanta, all’incirca, le serie televisive
poliziesche scontavano il fatto di venire proposte sulle tv generaliste. I
morti erano sempre poco cruenti, i cattivi molto cattivi, i buoni molto buoni,
il tutto con poche sfumature e molto bianco e nero morale. Vi era un gap enorme
tra i romanzi gialli e noir di buona fattura e la loro controparte televisiva
pensata per le famiglie. La tv via cavo ha fatto la differenza. Hanno
cominciato a nascere protagonisti sporchi, tormentati e cattivi, dai
Sopranos  a The Shield, la realtà
ha cominciato a mostrarsi nuda e cruda, i morti hanno cominciato a fare orrore.
E la scrittura delle serie è cresciuta di conseguenza. I personaggi hanno
acquisito spessore, insieme con i dialoghi e le ambientazioni, le trame si sono
fatte complesse e inestricabili, richiedendo uno sforzo di comprensione e di
attenzione che prima si riteneva veleno per l’audience. Se, per esempio,
Starsky e Hutch cominciavano e terminavano sempre allo stesso modo, senza
storie orizzontali, con i protagonisti fermi in un eterno presente, una serie
come Dexter è oggi un continuo rimando ad avvenimenti precedenti. Si vede il
protagonista all’esterno, ma si viaggia anche nel suo inconscio, se ne apprezza
l’ironia ma ci fa senso quando sega qualcuno a dadini. Questo, una volta, in
televisione non c’era. Questo, una volta, lo si poteva trovare solo in un
romanzo giallo ben fatto.

Attualmente  non
c’è niente dentro un romanzo giallo, anche il più efferato o maledetto, che non
si possa ritrovare anche in una fiction: serial killer, poliziotti corrotti,
detective psicopatici. Ma anche ambientazioni realistiche, analisi sociali,
sguardi impietosi sullo stato del mondo. 
Ripeto ancora una volta: questo ragionamento non vale per chi esce dal
genere o lo stravolge, ricercando stile, linguaggio e
andando a fondo nelle proprie ossessioni.
Vi è un’enorme differenza tra Ellroy e la Cornwell, come tra Il Treno della Notte di Martin Amis e Ostaggio di Robert Crais: i primi rimarrano insostituibili, i secondi sono ormai superati
alla grande dalle fiction, per quanto io possa amarli e rispettarli per le loro capacità di gran lunga superiori alle mie (non mi sto mettendo nella prima categoria, spero che sia chiaro).

E non credo che questa sia solo una mia impressione, da
vecchio lettore scafato e un po’ stanco. Mi sembra infatti che  che l’interesse per i romanzi gialli
puri, d’intrattenimento, per i thriller, sia andata scemando in tutto il mondo.
Se siete appassionati del genere, non maniaci ben inteso, fate mente locale a  quand’è l’ultima volta che avete scoperto un nuovo autore che vi ha fatto
trascorrere una notte insonne. Secondo me ormai vi capita di rado. Ma consolatevi, siete in buona compagnia e lo dimostrano le classifiche di vendita. Nuovi autori di gialli e thriller, salvo
che non abbiano un’idea esplosiva (come Dan Brown, piaccia o non piaccia) o non
rappresentino una novità nel panorama editoriale (come Faletti) non conquistano
più il grande pubblico. Vengono letti, certo, ma sempre di meno e il pubblico
tende a concentrarsi sui vecchi autori, piuttosto che sperimentare i nuovi. Siamo
ancora all’inizio, ma secondo me la parabola discendente del genere noir, anche
all’italiana, è già cominciata. Si salveranno solo quelli che escono dal genere
puro, quelli che sapranno dare al lettore qualcosa in più di un buon intreccio,
gestito con sapienza, un cattivo efferato e un protagonista simpatico. E saranno molto, molto pochi.