Distorsuoni # 16 – Libri

Rock
Ennesimo libro antologico che cerca di mettere in fila la storia del rock. Giusto per cercare di distinguersi da altre opere simili il sottotitolo recita Come comporre una discoteca di base, e la quarta di copertina precisa che non si tratta dei dischi più belli, né di una classifica ma solo di una lista che è necessario conoscere. Comunque la si metta 161 dischi per raccontarci questa meravigliosa arte sono veramente pochi! Individuare gli assenti è fin troppo facile, soprattutto se Bob Dylan appare con ben 4 opere e non trovano spazio gruppi come Wire, Fugazi, Massive Attack, Chemical Brothers, Air (i primi che mi vengono in mente). Certo che lo sguardo è rivolto più al passato, alle origini, al binomio rock-chitarra elettrica, e che vengono presi in forte considerazione i dischi di successo più di quelli fondamentali per l’evoluzione del genere.
Detto questo, da appassionato, alla fine trovo sempre stimolanti e divertenti le “classifiche”, poi Piero Negri Scaglione queste 161 schede le scrive bene e la sua postfazione è ampiamente condivisibile. Se avete uno scaffale piccolo e volete capire da dove veniamo…
Hiphoprock

Se invece volete capire dove andiamo, o siete di gusti più ricercati o semplicemente via piace approfondire, segnalo la pubblicazione del nuovo libro di Simon Reynolds, noto come il miglior critico musicale in circolazione e autore dell’acclamato Post Punk 1978-1984 (Rit It Up & Start Again), di cui Hip-Hop-Rock 1985-2008 (Bring The Noise) sembra la naturale continuazione. Ma per il momento l’ho fiduciosamente acquistato e nella pila sta sotto un paio di romanzi. (F.A.)

Rock! di Pietro Negri Scaglione, Einaudi, 13 euro.
Hip-Hop-Rock 1985-2008, Simon Reynolds, Isbn Edizioni, 29 euro.

Sans papier

E anche questa settimana, mia moglie non ha ottenuto il permesso di soggiorno dalla questura di Cremona.
Lo so, di fronte alle tante magagne, al decreto Gelmini, alle borse che crollano è poca cosa questo mio problema. E, va detto, la mia condizione, la nostra mia e di mia moglie condizione, è migliaia di volte privilegiata rispetto a quella di coppie in cui entrambi i coniugi sono extracomunitari, ai clandestini, a quelli che muoiono ai lati dei marciapiedi nell’indifferenza generale. 
Però, alla fine, visto che parlo di quello che mi accade, e quello che riguarda mia moglie è ovviamente stellarmente importante per me, mi va di raccontarvelo meglio. Che il mio sia un caso emblematico o no, non so dirvelo. Ma certo descrive abbastanza bene che cosa significhi essere una coppia meticcia in questo paese.
Io e Olga siamo sposati da due anni e mezzo, e da due anni viviamo assieme. Abbiamo residenza a Cremona, che ai tempi scegliemmo come la città che sarebbe stata il nostro punto fisso nella vita, con lei che viene dalla Russia, io che giro l’Italia, lavoro tra Segrate e Roma eccetera. Subito dopo il matrimonio, lei era in Italia con un visto di lavoro, abbiamo fatto domanda per il suo permesso di soggiorno. E’ cominciata la trafila: code alla questura di Cremona, attesa dei vigili, attesa dei controlli di polizia, sempre alla casa di Cremona, perché la residenza è lì e lì ci dovevano trovare. Alla fine abbiamo ottenuto un permesso di soggiorno di un anno e mezzo. Pensavamo che il coniuge di un italiano avesse diritto a permessi senza scadenza e ci siamo stupiti. Poi abbiamo pensato, il rinnovo sarà una formalità. Così non è stato.
I problemi sono cominciati qualche mese fa, quando abbiamo scoperto che si erano sbagliati su mia moglie, che pensavano avesse un figlio naturale in Russia. Abbiamo dovuto dimostrare che non era vero, portando carte e stati di famiglia. Quando abbiamo consegnato l’incartamento, abbiamo scoperto che si erano sbagliati anche su di me: pensavano che fossi straniero e quindi la nostra pratica aveva preso altri canali. Chiarita la mia identita, mi è stato consigliato di rifare la domanda, portando altri documenti (casellario penale e giudiziario di mia moglie) e chiedere la Carta di soggiorno. Abbiamo fatto anche questo. E, a questo punto, mentre pensavamo di essere a posto, abbiamo scoperto che per concedere a mia moglie la Carta di Soggiorno, gli ufficiali di pubblica sicurezza dovevano accertare che effettivamente vivevamo assieme e il nostro non era un matrimonio di facciata. Un’altra visita fiscale, come quella che avevamo già ricevuto.
Che palle, abbiamo pensato. Ma se questa è la legge…
La polizia è arrivata mentre né io né Olga eravamo a Cremona. E’ difficile per noi stare fissi in casa, soprattutto a Cremona. Sia io che Olga lavoriamo. Gli agenti, sempre gentilissimi sia chiaro hanno trovato mia madre che ha spiegato dove eravamo, loro hanno detto ripasseremo. Quando? Siamo andati a chiedere la settimana dopo, in mancanza di nuove avvisaglie. Abbiamo scoperto che la nostra pratica era stata sospesa, perché alla visita dei poliziotti, il bagno di casa stava subendo dei lavori (cosa verissima, nuovi cessi), quindi la casa era considerata inagibile e inabitabile. Diteci quando i lavori saranno finiti e torniamo. I lavori sono finiti tre settimane fa. Da allora cerchiamo di fissare appuntamenti per quella che chiamiamo visita fiscale, che regolarmente, per qualche motivo salta. Quindi la pratica per il rinnovo del permesso di soggiorno di mia moglie rimane bloccata. Insieme alla tessera sanitaria nuova, che ovviamente è scaduta con il permesso e altre piccoli contrattempi.
La cosa ridicola è che Cremona fa circa settantamila abitanti e io sono un personaggio pubblico (non famoso, ma pubblico). Più di una volta ho partecipato a iniziative indette dal Comune, una volta ho dato persino i premi agli studenti delle scuole insieme al capo dei vigili urbani. Ho un sito internet con le foto del matrimonio e della nostra casa, in coda ai miei libri vi è sempre una dedica a mia moglie. Ho girato un film a Cremona con Claudio Bisio, e sui giornali locali la mia faccia e la mia biografia, compresa quella di mia moglie, sono apparse regolarmente. Eppure a mia moglie non danno il permesso perché non possono accertare che davvero io e lei siamo sposati. Costringendoci ad aspettare l’arrivo della polizia chiusi in casa come il personaggio di Buzzati aspettava i tartari.
Matrimonio

PAZ

Ricevo dagli amici del Paz e e volentieri pubblico e sottoscrivo.

Carissimi,

vi scriviamo e vi rubiamo qualche momento per una presa di parte. A difesa di uno spazio come il Laboratorio Sociale Paz, che molti di voi hanno conosciuto, attraversato e vissuto. Crediamo che gli spazi sociali come il Paz – sequestrato e sgomberato in questi giorni (http://www.globalproject.info/art-17366.html) – siano prima di tutto luoghi importanti non solo per la socialità ma anche per la cultura, luoghi liberi e per questo indipendenti.

Vi chiediamo di sottoscrivere questa lettera/appello, rispondendo semplicemente a questa mail: pazlibero@gmail.com indicando il vostro nome cognome e attività professionale (artista, musicista, scrittore, ecc….).

Diffondetelo e fatelo firmare, a chi interessato a difendere uno spazio di libertà e di indipendenza.

Cultura, saperi e libertà. Lettera aperta alla città per il Paz.

Cara Rimini,

la chiusura del Laboratorio Paz, per la seconda volta, rappresenta una perdita per il tessuto culturale cittadino. Nella prima esperienza, il Laboratorio Paz ha utilizzato una scuola disabitata, espulsa dalla produzione di saperi, restituendola alla vita culturale con strumenti e metodi diversi dai consueti, ma non per questo con inferiore dignità. Ciononostante, l’Amministrazione comunale ha preferito interrompere, con una scelta discutibile e miope, questo esperimento urbano di socializzazione, impoverendo il tessuto creativo della città e riportando quel luogo nello stato di abbandono in cui si trovava. Una scelta politica che ha schiuso gli eventi che si sono susseguiti.

Questa volta la chiusura del Laboratorio Paz, impiantato nell’ex stabilimento Granarolo, è ancora più grave, per un duplice motivo:

- perché l’esperimento è stato portato su temi che interrogano la nostra stessa cittadinanza, con sempre più pressante esigenza ma senza risposte esaustive: il lavoro, il riutilizzo degli spazi urbani in una chiave armonica e rispettosa dell’ambiente, il contrasto alla speculazione edilizia, la necessità di socializzazione nelle aree periferiche di Rimini. E, quindi, ha rivelato l’urgenza, la necessità e i limiti amministrativi di trovare nuove e più esaurienti risposte a questi temi;

- perché i promotori del Laboratorio, pur elaborando temi e proposte culturali e politiche non violente, socializzanti, aperte alle collaborazioni, sono stati colpiti da provvedimenti di ordine pubblico eccessivi. Sono stati trattati come soggetti pericolosi per l’ordine pubblico. Noi rigettiamo questo status para-terroristico, critichiamo i provvedimenti presi nei loro confronti, rimettendo al centro dell’attenzione della cittadinanza la valenza culturale delle loro proposte, la volontà di promuovere nuove formule sociali, il dinamismo, lo sforzo di coinvolgimento degli attori impegnati in una crescita culturale e sociale cittadina, il valore democratico del loro agire.

La loro unica colpa è di promuovere formule “dal basso” di creazione dei saperi e della cittadinanza in una città che ha sempre palesato la manifesta insufficienza di spazi di utilizzo pubblici e che non ha mai varato politiche efficaci e condivise per colmare una esigenza conclamata da associazioni culturali e sociali. A tutt’oggi gli spazi per mostre, aggregativi, culturali pubblici sono pochissimi e insufficienti. Nonostante la città e chi l’Amministra sappia perfettamente che il patrimonio immobiliare cittadino sia accessibile solo a costi elevatissimi, anche solo per le normali esigenze abitative. I pochi esperimenti culturali creati sul territorio da anni fanno i conti con questa realtà, strozzati tra la rendita immobiliare e l’incapacità pubblica di fare fronte ad esigenze condivise dall’associazionismo culturale e sociale. L’impegno del Laboratorio Paz, pur con metodi “non ordotossi”, è sintomatico di questo stato. Anche per questo siamo solidali con le loro esigenze e necessità di fare cultura, di agire nel sociale ugualmente.

Rimini è una città ricca di immobili, di rendite, ma povera di dinamicità culturale. E anche se ne fosse ricca, non una voce può diventare inutile o subire l’ostracismo, se la città ha caro il suo sviluppo, il valore democratico e sociale delle idee, del pensiero, dell’agire a favore di una comunità migliore, se la città ha voglia di trovare delle risposte di cittadinanza sempre più inclusive. Mai come ora necessarie.

Primi firmatari:

Enrico Rotelli, giornalista;

Motus, Associazione culturale

Leonardo Montecchi, Psichiatra

Valerio Evangelisti, scrittore

Nicola Valentino, ricercatore

Franco Pozzi, pittore

Stefano Mina, pittore

PAOLO PICONE /aka PEAK musicista

AQUIETBUMP label

Claudio Buosi, fotografo

Michele Marziani, scrittore

Maggio Alessandro – fotografo

Aldo Becca, produttore indipendente

Luca Tognacci, Tecnico Luci

Massimo Roccaforte, editore

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