La memoria dei cani

Questo l’intervento che ho letto alla Milanesiana, il due luglio.
Per farmi perdonare la assenza da questi lidi, almeno avete qualcosa da leggere di mio.

 

4.primo moroni

Ho la memoria dei vecchi cani, che ricordano solo dove sono stati felici e hanno ricevuto la prima carezza o il cibo o sono stati al caldo. Quando attraverso il mondo non vedo quello che c’è, ma quello che c’è stato, un fantasma tra me e il fuori, fatto di emozioni e odori. E mi stupisco ogni volta, sobbalzando come quando al buio cerchi di scendere un gradino che manca, perché le cabine telefoniche hanno lasciato un quadrato scolorito sul marciapiedi, i negozi sono serrande arrugginite o Money Center, internet cafè, sale giochi e massaggi orientali.
Delle edicole, soprattutto quelle a pagoda, strette, con i riccioli di metallo sul tetto a punta, vivo l’assenza come un lutto, perché sono state il mio primo segno che ero davvero arrivato a Milano, quattordicenne alla fine degli Anni Settanta. Per il me di allora la città avrebbe potuto terminare lì, a cinquanta metri dalla Stazione Centrale, a quella prima edicola che straripava di Doc Savage, la serie pulp di cui a Cremona avevo recuperato solo pochi esemplari. Raccontava le vicende di un eroe gigantesco dalla pelle color bronzo, scritta negli anni Trenta e pubblicata da noi in ordine non cronologico – ma allora non lo sapevo – e costruivo teorie per giustificare i cambi repentini dei comprimari, gli arrivi e le sparizioni. Ricostruivo e cucivo, come quando guardavo i film all’oratorio, dove i tagli del prete e la consunzione della pellicola facevano saltare le scene dalla notte al giorno. Tessevo i miei fili di ragionamento e vi appendevo una storia inventata, come adesso appendo ai ricordi la città inventata che è l’unica dove mi ritrovo.
In quella città c’è ancora Eliogabalo, il negozio di abbigliamento del corso di Porta Ticinese, dove andavano i punk con i soldi e i dark e quelli come me che cercavano di sembrare in sintonia coi tempi spendendo poco. Ci comprai una cravatta di plastica trasparente con un liquido verde fluorescente che scorreva all’interno e faceva sudare il collo e un paio di pantaloni larghissimi come li usava Kid Creole quando ballava Life Boat Party. Erano l’abbigliamento adatto per andare al Pois, il locale alle Colonne di San Lorenzo, dove si passavano le ore in fila al cesso e ancora oggi non so perché, e l’attrazione più grande era il buttafuori Gaber, un nero che mi sembrava gigantesco e forse lo era, e da lì poi si passeggiava sino al parco delle Basiliche senza sbarre, con un bicchiere di plastica in mano, o fatti di eroina presa via naso, o nella sigaretta, perché le pere erano per i tossici, non per quelli alla moda, che seguivano l’onda verde che ti catapultava da un locale a una mostra, a un reading, a un vernissage in Corso Como.
E in quella città ci sono ancora Le Ombre, il ristorante in via Tibaldi aperto da un operaio condannato come brigatista, che lo fosse stato o meno non l’ho mai capito, lui con l’obbligo di rientro serale al domicilio, io con quello di firma alla questura tre volte la settimana per essermi fatto prendere come un fesso durante una manifestazione. Andavamo per forza d’accordo a parlare di politica e giustizia, ma meno sul lavoro, perché lì ci facevo il cuoco, e mi toccava aprire da solo la mattina, pulendo la merda dei suoi cani che cagavano sul pavimento della cucina. E si ostinava, lui, a volere piatti pugliesi a pranzo, carichi di unto e aglio, che non c’entravano niente con la clientela di impiegati che presto disertarono. Ci aveva messo in contatto Primo Moroni, il libraio della Calusca, che mi aveva insegnato a leggere i sudamericani e Anaïs Nin. Anche lui non c’è più da tanto, e nemmeno la sua libreria, ma anche lui continuo a vederlo con il suo panama e l’andatura elegante da ballerino, che attraversa i vicoli del Ticinese.
Poco distante, a Porta Genova, davanti al parcheggio custodito, vedo ancora l’Aquario, il microscopico centro sociale insediatosi in un casotto dell’Atm, o qualcosa del genere, che non fece storia se non per me che vi presi la prima ecstasy e passai la notte a fissarlo sentendomi bene anche se tutti volevano attaccare bottone con me parlando di cose noiose, e difficili, come organizzazioni di cortei e assemblee e mozioni e sembravano non accorgersi che non me ne fregava niente e che forse pastiglie o meno non me è mai fregato niente di discutere e scrivere di politica, perché alla fine la facevo dalla pancia e con i piedi, attraverso centinaia di chilometri di manifestazioni e presidi e blocchi stradali, aprendo col piede di porco case sfitte per occupazioni che finivano all’alba, come l’Aquario bruciato e murato, rimasto come un monumento al niente per gli anni a venire. E nella mia Milano che vedo solo io, ritorno alla fine da dove sono partito: la Stazione Centrale, dove quando dormivo al caldo dei treni o al freddo delle panche sentivo raccontare storie incredibili sui suoi sotterranei infiniti, in cui si accumulavano merci e topi, e pesce scaricato dai merci e scongelato in enormi tini e venduto come fresco al mercato. Storie di gente che si perdeva e moriva o veniva uccisa, di furti, soprusi e torture. E le storie degli altri che si accampavano con me erano talmente vivide e taglienti che mi rimanevano impresse sino al mattino, quando le scacciavo con l’acqua calda e le saponette rosa del diurno che si apriva nel mezzanino della metropolitana, così caldo e vaporoso e profumato che mi pareva un sogno romantico.

E forse lo era.

 

Uccidi il Padre. I primi due capitoli

Uccidi il Padre, i primi due capitoli.

 

 

PRIMA

Il mondo è una parete curva di cemento grigio. Il mondo ha suoni ovattati ed echi. Il mondo è un cerchio largo due volte le sue braccia aperte. La prima cosa che il ragazzo ha imparato in quel mondo circolare sono stati i suoi nuovi nomi. Ne ha due.

Figlio è il nome che preferisce. Ne ha diritto quando fa le cose giuste, quando obbedisce, quando i suoi pensieri sono limpidi e veloci. Altrimenti il suo nome è Bestia. Quando si chiama Bestia, il ragazzo viene punito. Quando si chiama Bestia, il ragazzo ha freddo e fame. Quando si chiama Bestia, il mondo circolare puzza.

Se Figlio non vuole diventare Bestia, deve ricordare il posto giusto delle cose che gli sono state affidate e averne cura. Il secchio per i bisogni deve stare sempre appeso alla trave, in attesa di essere svuotato. La brocca per l’acqua deve stare sempre al centro del tavolo. Il letto deve rimanere sempre in ordine e pulito, con la coperta ben rimboccata. Il vassoio del mangiare deve stare sempre accanto allo sportello.

Lo sportello è il centro del mondo circolare. Il ragazzo lo teme e lo venera come una divinità capricciosa. Lo sportello può aprirsi all’improvviso, o rimanere chiuso per giorni. Lo sportello può far passare cibo, vestiti puliti e coperte, libri e matite, oppure dispensare punizioni.

L’errore viene sempre punito. Per gli errori piccoli c’è la fame.

Per gli errori più grandi il freddo o il caldo atroce. Una volta ha avuto così caldo che ha smesso di sudare. È caduto sul cemento pensando di morire. È stato perdonato con un getto di acqua fredda. Era di nuovo Figlio. Poteva di nuovo bere e pulire il secchio ronzante di mosche. La punizione è dura nel mondo circolare. Implacabile e precisa.

Così ha sempre creduto sino a quando non ha scoperto che il mondo circolare è imperfetto. Il mondo circolare ha una crepa.

Lunga come il suo indice, la crepa si è aperta nella parete, proprio dove la trave con il secchio si innesta nel cemento.

Il ragazzo non ha osato guardarla da vicino per settimane.

Sapeva che c’era, premeva ai confini della sua coscienza, lo bruciava come il fuoco. Il ragazzo sapeva che guardare la crepa era una Cosa Proibita, perché nel mondo circolare tutto quello che non è esplicitamente permesso è vietato. Ma una notte il ragazzo ha ceduto a se stesso. Ha trasgredito per la prima volta da tanto tempo, il tempo sempre uguale del suo mondo circolare.

Lo ha fatto con prudenza, con lentezza, studiando le sue mosse. Si è alzato dal letto e ha finto di cadere.

Stupida Bestia. Bestia incapace. Ha finto di doversi appoggiare al muro per sostenersi e ha portato solo per un attimo l’occhio sinistro a contatto con la crepa. Non ha visto nulla, solo il buio, ma l’enormità del suo gesto lo ha fatto sudare di paura per ore. Per ore ha aspettato la punizione e il dolore. Ha aspettato il freddo e la fame. Ma niente è accaduto. È stata una sorpresa straordinaria. In quelle ore di attesa, poi diventate una notte insonne e una giornata febbricitante, il ragazzo ha capito che non tutto quello che fa è visto. Non tutto quello che fa è pesato e giudicato. Non tutto quello che fa è premiato o punito. Si è sentito perso e solo, come non gli capitava dai primi giorni nel mondo circolare, quando ancora era forte il ricordo di Prima, quando le pareti non esistevano e aveva un altro nome, diverso da Bestia o Figlio. Il ragazzo ha sentito le sue certezze infrangersi e per questo ha osato guardare di nuovo. La seconda volta ha tenuto l’occhio incollato alla crepa per quasi un secondo intero. La terza volta per il tempo di un respiro. E ha visto. Ha visto il verde. Ha visto l’azzurro. Ha visto una nube che sembrava un maiale. Ha visto il tetto rosso di una casa.

Adesso il ragazzo sta guardando ancora, in bilico sulla punta dei piedi, le mani allargate sul cemento freddo per sostenersi.

C’è qualcosa che si muove fuori, in una luce che il ragazzo immagina essere quella dell’alba. È una sagoma scura, che diventa sempre più grande mentre si avvicina. All’improvviso il ragazzo capisce che sta facendo l’errore più grave, che sta compiendo la trasgressione più imperdonabile.

L’uomo che cammina sul prato è il Padre, e lui lo sta guardando.

Come se avesse sentito i suoi pensieri, il Padre accelera il passo. Sta venendo per lui.

E ha un coltello in mano.

 

1

L’orrore cominciò alle cinque del pomeriggio di un sabato d’inizio settembre con un uomo in shorts che si sbracciava cercando di fermare le auto. L’uomo aveva una T-shirt sulla testa per proteggersi dal sole e ai piedi un paio di infradito distrutti.

Guardandolo mentre faceva accostare la volante al ciglio della provinciale, l’agente anziano classificò l’uomo in shorts come un “fuori di testa”. Dopo diciassette anni di servizio e qualche centinaio di alcolizzati e persone in delirio calmati con le buone o le cattive, i fuori di testa li sapeva distinguere a colpo d’occhio. E quello lì lo era senza alcun dubbio.

I due agenti scesero dall’auto e l’uomo in shorts si accucciò farfugliando qualcosa. Era sfinito e disidratato, e l’agente giovane gli diede un po’ d’acqua dalla bottiglietta che teneva nella portiera, ignorando lo sguardo schifato del collega.

A quel punto le parole dell’uomo in shorts diventarono comprensibili. «Ho perso mia moglie» disse. «E mio figlio.» Si chiamava Stefano Maugeri e quella mattina era andato a fare un picnic con la famiglia qualche chilometro più su, ai Pratoni del Vivaro. Avevano pranzato presto e lui si era appisolato cullato dalla brezza.

Quando si era svegliato, sua moglie e suo figlio non c’erano più.

Per tre ore si era mosso in cerchio cercando senza risultati, fino a trovarsi a camminare sul ciglio della provinciale, prossimo all’insolazione e completamente perso.

L’agente anziano, che cominciava a tentennare nelle sue certezze, gli chiese per quale motivo non avesse chiamato la moglie sul cellulare, e Maugeri rispose che l’aveva fatto, ottenendo solo lo scatto della segreteria fino a quando il suo telefono si era scaricato.

L’agente anziano guardò Maugeri con un po’ meno scetticismo. Di mogli che sparivano portandosi via i figli se n’era fatto una bella collezione col pronto intervento, anche se nessuna aveva mollato il coniuge in mezzo a un prato. Non vivo, per lo meno.

Gli agenti ricondussero Maugeri al punto di partenza.

Non c’era nessuno. Gli altri campeggiatori erano rientrati e la sua Bravo grigia sostava solitaria sulla stradina a poca distanza da una tovaglia magenta con avanzi di cibo e un pupazzo di Ben 10, un giovane eroe con il potere di trasformarsi in diversi mostri alieni.

Ben 10 a quel punto sarebbe diventato una sorta di enorme moscone e avrebbe sorvolato i Pratoni in cerca degli scomparsi, ma i due poliziotti non poterono far altro che chiamare la sala operativa e dare l’allarme, avviando una delle più spettacolari operazioni di ricerca cui i Pratoni avessero assistito negli ultimi anni.

Fu allora che entrò in gioco Colomba. Sarebbe stato il suo primo giorno di lavoro dopo una lunga pausa, e sarebbe stato, senz’ombra di dubbio, uno dei peggiori.

Tre fasi

All’inizio un libro è solo tuo. Germoglia dentro la tua testa e si stratifica nella storia che è destinato a essere. In questa fase ne sono molto geloso. Non riesco neppure a raccontarlo per sommi capi. Lo covo, lo rigiro, lo tento, lo sbrano e lo sfibro. Solo quando la storia ingrana e le pagine si accumulano riesco ad accennarlo, ma con estrema vaghezza. Ancora non lo conosco abbastanza da poter spettegolare su di lui. So come voglio farlo diventare, ma non so davvero come sarà.

Nella seconda fase il libro è tuo e di molti altri. Lo hai finito o lo stai per finire e cominci a mostrarlo ad amici, primi lettori, consiglieri e figure professionali. Agenti, editor, revisori, grafici, uomini e donne del marketing, del commerciale. Lo metti in discussione, lo condividi, lo modifichi, lo rivesti, lo prepari. Sta per staccarsi da te, un momento che temi e desideri in parti uguali.

Nella terza fase il libro è pubblicato e non è più tuo. E’ di chi lo legge, di chi se lo infila in borsa, di chi lo commenta, di chi lo recensisce, di chi lo consiglia agli amici, di chi lo scarica pirata, di chi lo compra e di chi lo frega. Del libraio, del fattorino di Amazon, del magazziniere, del commesso del supermercato. Di chi lo tiene sul comodino a fare polvere. Di chi lo interpreta all’opposto di come tu l’hai pensato, e ha ragione lui, perché leggendo la storia si ricrea, ogni volta diversa. Tu puoi solo portarlo un po’ in giro, accompagnarlo. Speri faccia una gran strada nel mondo, ma sai che potrebbe allo stesso modo fermarsi all’angolo della strada. Non hai più nessun controllo su di lui. Puoi solo incrociare le dita e affidarlo a quelli che incontrerà sul suo cammino.

Uccidi il Padre esce oggi. Gli auguro buona fortuna e lo saluto. Torno un uomo libero. Di ricominciare da capo.

Uomo libero