Per una lettura psicanalitica di UCCIDI IL PADRE

Recentemente ho presentato “Uccidi il Padre” alla Libreria Ubik di Potenza. Una serata molto bella, dove ho avuto come relatrice anche la dottoressa Mariateresa Muscillo, che ha analizzato il romanzo con raro acume. Le ho chiesto se le andava di buttare giù una sintesi di quello che ha detto e gentilmente ha acconsentito. Sperando di farvi cosa gradita ve lo propongo.

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“Per una lettura psicanalitica di Uccidi il padre” –  Dott.ssa Mariateresa Muscillo

Il libro di Sandrone Dazieri parla di una storia coinvolgente e a tratti, sconvolgente, attraversata ed arricchita da diversi temi psicologici. In questa mia relazione ne ho voluto metterne in risalto alcuni, lasciando a voi lettori l’arduo compito di individuarne altri altrettanto degni di nota.

Partiamo dal titolo “Uccidi il padre”. Istintivamente ho pensato al complesso di Edipo ed, in particolare, all’ambivalenza tra amore/odio che il protagonista, Dante, prova verso la figura del “Padre”. La paura, il terrore, la rabbia si mescolano in modo geniale con il desiderio e l’aspettativa di essere “unici” ed importanti. Il ragazzo, imprigionato fisicamente ed emotivamente all’interno del silo, conosce il mondo attraverso gli occhi del “Padre” ed è un mondo particolare fatto di regole, di giusto o sbagliato, di punizioni e sottrazioni emotive. Nonostante parliamo di un mondo distorto e di un padre “punitivo” è il solo mondo che il ragazzo conosce.

Dante ha richiamato alla mia mente un altro personaggio, il protagonista di “Novecento”, romanzo di Baricco (da cui è stato tratto il bellissimo film di Tornatore “La leggenda del pianista sull’oceano”). Lemmons detto Novecento ha trascorso la sua vita su una nave; il suo mondo era suonare attraversando l’oceano. Quando, in bilico tra la vita e la morte, ha dovuto scegliere tra l’incontro con l’ignoto e la libertà o morire lì dove aveva trascorso i suoi anni, le sue esperienze e dove aveva costruito il suo “senso” di vita, non ha abbandonato la nave; in lui ha prevalso la paura del vuoto, la sensazione di smarrimento rispetto ad un mondo che non gli apparteneva. Anche Dante non sarebbe mai scappato dalla sua prigione, perché gli apparteneva ed era rassicurante. Ma qualcosa lo fa scappare! Il sentirsi tradito e deluso: non essere il solo ed unico ”figlio” del famigerato “Padre” fa vacillare tutte le sue sicurezze. Viene meno il sentimento di “eccezionalità” e la conseguente rabbia gli consente di riprendersi quella tanto temuta e sconosciuta libertà che avrebbe sconvolto la sua vita.

Rispetto al complesso di Edipo, però, manca la figura femminile, l’oggetto della contesa, elemento che avrebbe in qualche modo creato un equilibrio tra il senso di impotenza del figlio e il senso di onnipotenza paterna, sbilanciamento che connota la storia nel suo susseguirsi e che cambia rotta solo con l’entrata in scena della protagonista, Colomba.

Colomba è una donna forte, solitaria, solida ma anche fragile ed incapace di chiedere aiuto. Anche lei ha un vissuto particolare, fatto di solitudine, di delusioni, di relazioni fragili e/o inesistenti. E poi ci sono gli attacchi di panico, che la riportano ad un piano di realtà, che le dicono quanto è fragile ed umana.

I passaggi che descrivono l’attacco di panico sono intensi e arrivano dritto al cuore … per esempio “Colomba scelse quel momento per farsi venire un attacco. L’aveva trattenuto durante tutto il viaggio, combattendolo con la forza di volontà, ma alla vista di Rovere cedette. In questo breve stralcio, emerge la volontà estenuante di trattenere e controllare, tipico di chi soffre di attacchi di panico, e la sensazione che il mondo potrebbe sgretolarsi da un momento all’altro. E poi le ombre sbucarono dall’asfalto e l’assalirono, le orecchie le scoppiarono di urla. Colomba colpì il muro con il viso e cadde a terra. Il respiro tornò insieme a un’ondata di pianto. Rimase in ginocchio sul marciapiede come un cane ferito, incapace di riprendere l’autocontrollo”. Da questa descrizione emerge tutta la forza dirompente del sintomo, la sofferenza, il mondo percepito come nemico, la propria fragilità. Poi tutto finisce, il mondo emotivo emerge attraverso il pianto liberatorio, ma rimane la sensazione di distruzione e stravolgimento interno.

Ogni personaggio deve fare i conti con le proprie parti narcisistiche. Dante, come dicevo all’inizio, si trova di fronte al fatto di non essere “unico” ed “eccezionale, sebbene intesi in accezione negativa. La sua identità è costruita attorno a questi due concetti ed il venir meno crea confusione, disorientamento e delusione. Colomba si trova faccia a faccia con i suoi limiti umani; la voglia di salvare le persone e il mondo si scontra inevitabilmente con la realtà e con la constatazione che alcuni avvenimenti accadono a prescindere dalla sua volontà ed impegno. Infine, il “Padre”può essere definito il Narcisista per eccellenza; il suo Delirio di Onnipotenza e di controllo sugli eventi e sulle persone pervade tutto il racconto e crea una tensione che si dissolve solo verso la fine.

Nel racconto emerge, tuttavia, un elemento importantissimo. Si tratta del “potere della relazione”. I protagonisti escono dalla loro solitudine grazie all’incontro tra i loro mondi emotivi, tra le loro sofferenze. Dante, grazie alla fiducia in Colomba riesce ad uscire di casa, da quella prigione che si è costruito su misura negli anni, a superare i suoi ostacoli mentali e ad immergersi con paura e altrettanto coraggio nell’indagine sul Padre. Colomba smette di autodistruggersi e decide di collaborare attivamente all’indagine, andando oltre la sua voglia di lavarsene le mani. Entrambi smussano i loro spigoli e grazie alla relazione di “amicizia” e di “fiducia” ma soprattutto alla “condivisione” delle proprie fragilità riescono ad alleviare la loro sofferenza e solitudine. C’è un passo molto bello dove Dante ha un attacco di ansia fortissimo perché deve attraversare un tunnel e Colomba lo prende tra le sue braccia, gli tappa la bocca e lo porta attraverso di esso. Dante si lascia trasportare dalla collega e si affida completamente a lei.

Questo passaggio mi ha fatto venire in mente una canzone molto bella di Samuele Bersani (En e Xanas) che dice “ Se non ti spaventerai con le mie paure, un giorno che mi dirai le tue troveremo il modo di rimuoverle. In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore e su di me puoi contare per una rivoluzione. Tu hai l’anima che vorrei avere”. Credo che è proprio quello che succede ai protagonisti: insieme scavalcano le proprie paure, vanno oltre ogni aspettativa e fanno cose che, forse, non hanno mai creduto di poter fare. Il potere trasformativo ed evolutivo della relazione è, a mio parere, una rivoluzione eccezionale. L’autore riesce a descriverlo sapientemente in questo libro, offrendo la speranza e la voglia di cambiamento e creando un clima emotivo dove tutto diventa possibile!